D’accordo, un comunicato non è una sentenza. E l’avviso di chiusura indagini non equivale a una condanna. Dunque, nel caso di Garlasco dovremo aspettare le prossime mosse della Procura: l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio di Andrea Sempio, la possibile richiesta di revisione del processo per Alberto Stasi, l’ipotizzabile atto d’accusa nei confronti di chi non segnalò ai pm gli indizi contro l’amico di Marco Poggi, ma soprattutto non fece cenno alle prove che avrebbero scagionato il «biondino dagli occhi di ghiaccio».
Sì, siamo in una fase in cui l’unica certezza pare l’incertezza, ovvero in cui la verità giudiziaria, a vent’anni o quasi dal delitto di Chiara Poggi, appare costruita sul niente, mentre l’assassino, quello vero, non quello che si è voluto a tutti i costi accusare e condannare per chiudere il caso, non è ancora stato assicurato alla giustizia.
Tuttavia, mentre siamo in attesa di saperne di più, di scoprire le prossime mosse della Procura, di vedere chiaro in un giallo che da anni divide l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, un fatto certo emerge.
Quelli che fino a ieri sembravano giudizi infallibili perché dettati dalla scienza, non lo sono. Per un quarto di secolo abbiamo imparato a conoscere, prima con le serie tv, poi con le comparsate televisive dell’allora generale Luciano Garofano, il verdetto degli inquirenti con il camice bianco.
Più che investigatori parevano ricercatori, dotati di potenti strumenti per setacciare la scena del crimine. Il metodo non era quello visto negli sceneggiati con Maigret o il tenente Colombo. Niente a che vedere con l’ispettore Derrick e neppure con Poirot.
Nessun interrogatorio per mettere alle strette l’assassino e nemmeno deduzioni logiche o intuizioni geniali. Garofano e i suoi, i mitici Ris di Parma visti all’opera nella villetta di Cogne, lavoravano di microscopio, luminol e altri rilievi capaci di scoprire indizi impercettibili a occhio nudo.
Scienziati, insomma: al servizio della giustizia e capaci di incastrare il più lucido criminale. Proprio come il biondino che una mattina d’agosto di quasi vent’anni fa, tornato dalle vacanze studio in Gran Bretagna, si era affrettato in bicicletta per correre ad ammazzare la fidanzata, per poi tornare calmo e senza neppure addosso una goccia di sangue a completare la tesi di laurea e, già che c’era, a guardarsi pure qualche filmino hard.
Grazie a loro, alle loro indagini, Alberto Stasi è diventato il mostro perfetto, un assassino a cui giornalisti e criminologi da salotto ancora faticano dannatamente a rinunciare e, ancor più, a chiedere scusa. Ci sarà da raccontare a lungo degli errori e degli eccessi commessi, delle panzane che si sono accreditate in tv e sui giornali.
Però, come dicevo, in attesa che tutto questo accada, che gli sviluppi ci consegnino una nuova verità, un fatto certo l’abbiamo acquisito già ieri. I Ris non sono infallibili.
Anzi, il microscopio mente o per lo meno mente chi lo maneggia. Nascondere una prova a discarico infatti significa mentire. Spacciare per certo un riscontro che è frutto di un errore, senza dire che le successive verifiche hanno dato risposte negative, equivale a costruire una prova falsa, che ha portato diritto in galera per 11 anni Alberto Stasi.
Che pena vedere l’altra sera il generale Garofano, ormai diventato ex e trasformatosi per un certo tempo in consulente della difesa di Andrea Sempio, balbettare in tv incalzato da Giada Bocellari, l’avvocato che per vent’anni ha studiato il delitto di Chiara Poggi e non ha mai mollato il suo cliente.
Dopo giudizi pieni di sicumera, ho visto un Garofano appassito, un investigatore incapace di ammettere un errore, tanto simile a quel Fonzie della serie Happy Days che gli è valso, appunto, il soprannome di «generale Fonzie».
Sì, il giallo di Garlasco non è ancora chiaro e nemmeno abbiamo la certezza su chi sia l’assassino di Chiara Poggi, ma dopo quello che è successo, un fatto è certo: come possiamo fidarci dei risultati a cui sono pervenuti gli investigatori in mille altri casi, da quello di Massimo Bossetti a quello di Olindo e Rosa, se con Alberto Stasi si sono «dimenticati» degli esami che lo scagionavano?
Come possiamo credere all’infallibilità degli scienziati in divisa se poi proprio grazie a loro, al loro operato, un ragazzo è stato spedito per 11 anni in prigione nonostante una sfilza di ragionevoli dubbi che avrebbero dovuto farlo assolvere dall’accusa di essere un assassino?
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