Dopo il comunicato stampa della Procura di Pavia che ha svelato come nel 2007, i carabinieri del Ris di Parma avrebbero nascosto alla difesa e al pm che in realtà sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi non venne rilevata nessuna traccia di Dna sui pedali attribuibile a Chiara Poggi, la fidanzata di Stasi, trovata morta nella villetta di famiglia a Garlasco il 13 agosto di 19 anni fa, l’ex comandante dei Ris, il generale Luciano Garofano è un fiume in piena. Per l’ex ufficiale dell’Arma i suoi uomini avrebbero agito correttamente.
E soprattutto, durante la puntata di lunedì sera della trasmissione Lo stato delle cose, condotta da Massimo Giletti, Garofano è stato protagonista di un acceso scontro con Giada Bocellari, storico avvocato di Stasi, che contestava all’ex capo dei Ris di Parma che il suo reparto avrebbe erroneamente sostenuto che quello trovato sui pedali era sangue della povera Chiara. «Legga tutti gli atti, non abbiamo mai scritto che quello fosse sangue», ha praticamente urlato Garofano nello studio televisivo.
Pedali della bici, la nota del 2007 parla di «microtracce» positive al Combur test
Gli atti dell’indagine contro Stasi sembrano però dare ragione alla Bocellari, dal momento che in una nota inviata alla Procura dall’allora capitano Alberto Marino il 24 settembre 2007 si legge che l’ispezione sui pedali della bicicletta di Stasi «ha messo in luce su entrambi i pedali delle microtracce di consistenza ematica, di varia forma, di lunghezza pari a circa 3 mm, di colore rosso, che sottoposte al Combur test, per la diagnosi generica della natura ematica delle tracce, hanno fornito esito positivo».
Ma i veri grattacapi per il generale potrebbero arrivare dalle dichiarazioni rese la settimana scorsa ai pm di Pavia dagli uomini che nel 2007 lavorarono al caso.
Pizzamiglio e Marino ai pm: cosa accadde agli esami sulla bicicletta di Stasi
Marco Pizzamiglio, ex vicecomandante del Ris di Parma, ha svelato numerosi dettagli inediti, anche relativi al lavoro della Procura: «Ricordo che la dottoressa Muscio (Rosa la pm delle indagini nel 2007, ndr) all’inizio aveva stoppato alcune delle indagini investigative. Ricordo che c’erano le impronte di alcune suole di scarpa. Noi eravamo molto bravi a fare le indagini sulle suole. La dottoressa all’inizio non aveva voluto autorizzare una perquisizione a casa di Stasi per trovare le scarpe, che venne fatta solo dopo».
Mentre sugli esami svolti sui pedali il testimone punta il dito su Marino: «Ricordo che un giorno era contento in corridoio per il risultato, che credo fosse quello sui pedali».
E lo stesso Marino ha ammesso: «Io non mi ricordo di quel giorno lì. Non mi ricordo cosa abbiamo fatto. Se non c’è null’altro nelle date successive, secondo me ci siamo fermati. Probabilmente a questi risultati negativi non abbiamo dato un peso che forse meritavano». Il militare si è però detto convinto di aver informato Garofano: «Guardi, sicuramente avrò informato il comandante».
Portera si smarca: «Non ho eseguito l’analisi genetica sul campione»
Se l’ex generale (che agli inquirenti ha dichiarato di non aver un ricordo specifico) tiene il punto, Giorgio Portera, il suo ex collaboratore a cui erano riconducibili le credenziali legate ai dati che non sarebbero mai arrivati nel fascicolo d’inchiesta, ieri si è smarcato con un comunicato: «Non ho eseguito personalmente l’analisi genetica del campione né ho valutato o interpretato alcun profilo genetico relativo al caso Garlasco durante il periodo del mio servizio presso il Ris di Parma».
Portera sottolinea anche che «L’attività a cui può essere ricondotto il mio accesso consisteva esclusivamente nella fase finale di caricamento del campione sul sequenziatore. Non posso oggi stabilire con certezza se tale operazione sia stata materialmente eseguita da me oppure da un collega che ho fatto accedere allo strumento utilizzando la mia user», svelando di fatto che, nelle indagini del Ris dei primi anni di nuovo millennio, le credenziali non permettevano di certificare chi stava davvero compiendo un’operazione.
Dna sui pedali, Capra contesta i nuovi dati: il giallo delle «corse» del campione
Per Marzio Capra, genetista consulente della famiglia Poggi, invece, «non c’è stato nessun doppio esito negativo dopo il risultato certo sulla presenza di Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi».
Secondo Capra, l’equivoco sarebbe nato dall’aver aver messo a disposizione della nuova indagine «i dati grezzi catalogati non per data di “corsa” cioè di analisi, ma di modifica» spiega il consulente di parte.
«Quello che la difesa di Stasi indica come un esito negativo datato 20 settembre 2007 è invece, e lo scrive anche il consulente della procura Carlo Previderè, una “corsa” del campione inibito del 10 settembre 2007».
La data dell’11 settembre smentisce la ricostruzione: il nodo della «corsa» del Dna
Se è vero che il documento depositato da Previderè nell’indagine a carico di Andrea Sempio indica come data di «corsa» il 10 settembre, la nota del capitano Marino del 24 settembre 2007 fa capire che, con buona probabilità, la versione di Capra si fonda su un refuso lasciato nel testo da Previderè.
Marino esordisce infatti così: «I primi prelievi effettuati in data 11 settembre 2007 (vedasi verbale di operazioni tecniche del 11 settembre 2007) sui pedali della bicicletta da uomo, di colore marrone-bordeaux, marca Umberto Dei Milano, sono stati sottoposti agli accertamenti biomecolari come unico campione».
Una data, poi confermata in tutti i successivi atti, che rende impossibile che la «corsa» sul campione risalga al giorno precedente.
Bocellari: «Si va verso la revisione in modo sempre più deciso»
La difesa di Stasi invece è convinta di avere segnato un punto importante e ieri, conversando con i cronisti davanti al Tribunale di Pavia, l’avvocato Bocellari ha spiegato: «Si va verso la revisione in modo sempre più deciso, ci stavamo lavorando da mesi, stiamo ri-verificando tutto» anche perché «noi lo sappiamo da luglio».
Ecco come il «finto» sangue di Chiara sui pedali fece finire Alberto in cella
Nelle ultime ore, tra i sostenitori della colpevolezza di Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi avvenuto il 13 agosto del 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, il leitmotiv ricorrente è che anche se ci fossero stati errori negli esami che avevano rilevato tracce del Dna della vittima sui pedali della bicicletta di Stasi, quell’indizio non sarebbe stato centrale nelle indagini e nel processo concluso con la condanna a 16 anni dell’ex bocconiano.
Il decreto di fermo della Muscio: «Tracce di sangue riconducibili alla vittima»
Ma basta leggere il decreto di fermo a carico di Stasi emesso il 24 settembre 2007 dal pm della Procura di Vigevano Rosa Muscio per capire che la realtà è totalmente diversa.
Quella sera Stasi fu fermato al termine di un drammatico interrogatorio nel corso del quale la Muscio gli contestava il fatto che sui pedali della sua bicicletta di colore bordeaux erano state rinvenute tracce del sangue di Chiara. E a quel punto, sotto gli occhi di fotografi e telecamere e attorniato da una folla che gli urlava «assassino, bastardo», Stasi fu tradotto in carcere.
Il fermo non fu poi convalidato dal gip e soprattutto dai successivi accertamenti la certezza che il materiale organico rinvenuto fosse sangue è venuta meno. Ma quell’episodio segnò una svolta definitiva nelle indagini, che si concentrarono solo su Stasi.
Scriveva la Muscio il 24 settembre di 19 anni fa: «Dalle analisi condotte dai consulenti tecnici nominati da questo pm è emerso che sulla bicicletta marca Umberto dei Milano, sequestrata allo Stasi in data 20 agosto 2007 all’interno della sua abitazione, sono state rinvenute tracce di sangue riconducibili alla vittima».
Il Ris parlò di Dna di Chiara: l’elemento che portò Stasi in carcere
A svolgere gli accertamenti chiesti dal pm era stato il Ris di Parma, che il giorno del fermo aveva trasmesso alla Procura una nota. «In particolare nella relazione preliminare sugli accertamenti biologici effettuati sui campioni prelevati dai pedali della bicicletta sopra indicata (vedi verbale delle operazione tecniche dell’11 settembre 2007) si evidenzia che il profilo del Dna estratto dai campioni stessi è riconducibile al di là di ogni ragionevole dubbio al profilo genetico di Chiara Poggi, come dettagliatamente indicato nella relazione preliminare datata 24.9.2007 che qui riporta “i primi rilievi effettuati in data 11 settembre 2007 sui pedali della bicicletta da uomo di colore marrone bordeaux, marca Umberto Dei Milano sono stati sottoposti agli accertamenti biomolecolari come unico campione, preliminarmente siglato come campione bu_p.
Detto campione è stato sottoposto a estrazione del Dna e a successiva purificazione e quantificazione tramite Real Time. II Dna così estratto ha mostrato una concentrazione di circa 2,8 ng/ul di solo Dna femminile”».
Per la Muscio, «tenuto conto che la bicicletta su cui sono state trovate le tracce di sangue di Poggi Chiara il giorno 13 agosto 2007, era nella esclusiva disponibilità dell’indagato che era a casa da solo in quanto i genitori erano in vacanza nella loro abitazione di Spotorno (hanno infatti fatto ritorno a Garlasco solo nel pomeriggio del 13 agosto 2007), questo elemento dimostra inequivocabilmente che lo Stasi deve avere calpestato il sangue della vittima».
La bicicletta nera vista davanti alla villetta: il secondo giallo mai risolto
Ma sui pedali, oltre all’argomento sangue, c’è un giallo che non è mai stato chiarito. La mattina del delitto una testimone, Franca Bermani, aveva visto davanti alla villetta dei Poggi una bicicletta nera, da donna, diversa da quella sequestrata a Stasi.
Nel secondo processo di appello però entrò in scena una seconda bici della famiglia dell’indagato, nera. Ma che non corrispondeva a quella vista dalla testimone.
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