Deputata Avs nella chat con i medici no Cpr
Nicola Cocco (Imagoeconomica)

Un nuovo caso Delmastro si nasconde nell’inchiesta sui medici anti Cpr. Le chat di una deputata di Alleanza dei Verdi e Sinistra, Francesca Ghirra, sono state indirettamente acquisite dagli inquirenti. Erano sul cellulare del dottor Nicola Cocco, l’infettivologo che per la Procura di Ravenna avrebbe promosso l’associazione a delinquere finalizzata a evitare il trasferimento degli immigrati nei Cpr attraverso false attestazioni mediche.

Lo ha raccontato la parlamentare precisando di «non avere niente da nascondere né da temere da questa indagine». L’onorevole, però, scodella «l’articolo 68 della Costituzione». Perché per prelevarle c’era bisogno dell’autorizzazione della Camera. Come per Ilaria Cucchi (anche le sue sono finite nella raccolta informatica nel corso della perquisizione al dottor Cocco).

Ghirra e Cocco si conoscevano. E il loro rapporto passava proprio dai Cpr. Nel marzo 2024 la deputata aveva effettuato una visita ispettiva nel centro di Macomer accompagnata, tra gli altri, dall’infettivologo. Nel gennaio dell’anno successivo aveva poi presentato un esposto alla Procura sulle condizioni della struttura. E ora quelle conversazioni aprono un secondo caso Delmastro.

Il telefonino di Cocco e i messaggi acquisiti

Fin qui la politica. Poi ci sono le carte dell’inchiesta. Ed è qui che il telefonino di Cocco diventa uno dei punti di passaggio dell’indagine. Di messaggi gli investigatori ne hanno acquisiti diversi. Anche audio. Alcuni contengono la voce di immigrati colpiti da decreto di espulsione e sono finiti sull’account Whatsapp dell’infettivologo.

Segnalazioni che Cocco riceveva da colleghi in attesa di indicazioni. Oppure, ed è proprio questo uno degli aspetti che la Procura sta cercando di accertare, materiale da smistare ai medici della rete. A quelli che avevano aderito alla campagna di sensibilizzazione o avevano chiesto di entrare nel gruppo ristretto «NoCprSalute».

La rete NoCprSalute e la mappatura

Dentro quel circuito i numeri cominciano a diventare interessanti. «NoCprSalute» conta 215 membri. Nell’elenco figurano almeno 30 medici con varie specializzazioni, alcuni dei quali compaiono nelle intercettazioni dell’inchiesta ravennate. La community più ampia della newsletter supera invece i 900 iscritti.

E poi c’è una parola che ricorre nelle carte e nei messaggi: «mappatura». Gli organizzatori spiegavano agli iscritti che, vista la provenienza dei partecipanti all’appello, sarebbe stato «utile farci reciprocamente un’idea dei territori ai quali appartenete». Ma non soltanto. In un’altra comunicazione compare un obiettivo ancora più preciso: «Avviare una mappatura dei luoghi in cui le valutazioni vengono richieste/effettuate nella penisola (e in primo luogo in Lombardia)».

La diffusione dei messaggi sul territorio

Anche la finalità era nota: «Raccogliere questi dati ci consente di fare una mappatura sia delle risorse che ora abbiamo sia della capillarità potenziale dei nostri messaggi in futuro». Come i luoghi nei quali farli arrivare: «Circoli, centri sociali, facoltà universitarie».

Nelle comunicazioni della rete compare anche l’obiettivo dichiarato di misurare la «capillarità potenziale» dei messaggi e individuare i luoghi nei quali diffonderli. È su questo passaggio, tra attività sanitaria, campagna anti Cpr e diffusione territoriale, che la mappatura assume un significato ulteriore nell’inchiesta. Perché ci sono i risultati. Nel giugno 2024 la dottoressa Elisa Vanino comunicava a Cocco «altre due non idoneità da Ravenna».

La risposta dell’infettivologo: «Grandissim*». Subito dopo la richiesta: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». A settembre nuovo aggiornamento di Vanino: «Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». Cocco rispondeva: «Ottimo Elisa!». A novembre il conto saliva ancora: «Almeno altri due certificati da Ravenna». È su questa trama che la Procura sta lavorando.

Le ipotesi degli investigatori sulla rete

Nel decreto di perquisizione vengono indicati «la pianificazione di specifici interventi propagandistici», la «promozione di incontri in rete» e un’organizzazione «strutturale» capace, secondo l’ipotesi accusatoria, di coinvolgere realtà ospedaliere differenti. Gli investigatori parlano di un «coordinamento unico».

E soprattutto di una «mappatura da rendicontare a terzi». Con una precisazione: restano «da individuare soggetti e scopo». Nella condotta il gip ravvisava «una ripetuta e palese violazione della privacy dei pazienti», riferita alla trasmissione di dati sanitari contenuti nelle certificazioni.

Le valutazioni mediche e la campagna anti Cpr

La questione centrale, però, è legata alle valutazioni mediche. Proprio Cocco, in un messaggio nella mailing list che La Verità ha potuto leggere, spiegava che la valutazione clinica prevista dalla «Direttiva Lamorgese» si riduceva a «un nulla osta alla vita in comunità» limitato al rischio di patologie contagiose, senza un’indagine sulle «condizioni di salute complessive» dello straniero, sulla salute mentale e sulle vulnerabilità sociali.

Da questa premessa Cocco faceva discendere una conclusione precisa sul «ruolo inevitabilmente politico assunto da chi» avrebbe redatto la certificazione. In accordo con la Società italiana di medicina delle migrazioni e con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, come Mai più Lager-No ai Cpr e Gruppo NoCprSalute, annunciava quindi la campagna rivolta ai medici. L’obiettivo era proporre di concludere per la non idoneità alla vita nei Cpr sulla base di due motivazioni: «La patogenicità dei Cpr dal punto di vista della salute fisica e mentale» e le «problematiche deontologiche legate alla valutazione di idoneità».

E adesso, nello stesso fascicolo, ci sono anche le chat con una parlamentare. Anzi, due.

Da non perdere

La toga di Ranucci voleva processare Nordio
Inchieste

La toga di Ranucci voleva processare Nordio

Cambiato il giudice del Lavoro che deve pronunciarsi sul reintegro del giornalista a «Report»: è la neo presidente del tribunale. Che per il caso Almasri chiedeva di procedere contro il «suo» ministro, Piantedosi e Mantovano.