Più che una vittoria sembra un pareggio sofferto. Dopo il primo verdetto sul caso Torre Milano, con l’assoluzione in primo grado degli imputati, arriva un’altra decisione destinata a pesare nel dibattito sull’urbanistica milanese. Questa volta è la Corte dei Conti della Lombardia, presieduta da Antonio Marco Canu, con giudice relatore Walter Berruti, a pronunciarsi sul danno erariale legato alle Park Towers di via Crescenzago, uno dei cantieri simbolo delle inchieste della Procura.
La sentenza assolve tre funzionari del Comune di Milano, Carla Barone, dirigente dello Sportello unico edilizia, Maurizio De Luca, responsabile del procedimento, e Francesco Alfonso Rosata, tecnico istruttore. Erano accusati di avere causato un danno alle casse pubbliche attraverso il pagamento di oneri di urbanizzazione inferiori al dovuto. La decisione, però, non smentisce il presupposto da cui erano partite le indagini, cioè che il sistema urbanistico adottato per anni da Palazzo Marino fosse fondato su una prassi amministrativa consolidata.
Resta poi aperto il fronte penale. E in ogni caso, secondo la Procura contabile, il progetto era stato qualificato come ristrutturazione invece che come nuova costruzione, consentendo il pagamento di oneri inferiori. La richiesta iniziale di risarcimento superava i 320.000 euro, poi ridotti a circa 138.000 dopo il ricalcolo effettuato dal Comune.
La Corte respinge la domanda per una ragione precisa. I giudici escludono la colpa grave dei funzionari, osservando che la disciplina urbanistica applicabile all’epoca «non era sufficientemente chiara da configurare una violazione manifesta» e che gli uffici agirono sulla base di un’interpretazione «avvalorata anche da indirizzi ministeriali e giurisprudenziali».
La Corte ricostruisce infatti l’esistenza di una prassi comunale, ricordando che l’amministrazione aveva fatto ricorso alla Scia accompagnata da un atto unilaterale d’obbligo, ritenuto «strumento sostanzialmente equivalente alla convenzione urbanistica» e sottoposto ai controlli degli uffici.
La decisione si fonda sulla nuova disciplina della responsabilità amministrativa, che limita la colpa grave ai casi di violazione «manifesta» delle norme. Per la Corte, nel caso Park Towers, quella soglia non è stata superata, perché i funzionari agirono in un quadro normativo incerto e seguendo la prassi del Comune. È questo il passaggio che sposta il dibattito dai singoli dipendenti al modello urbanistico adottato da Palazzo Marino.
La sentenza sottolinea inoltre che Barone, De Luca e Rosata «non rivestivano ruoli apicali tali da determinare le linee generali dell’azione amministrativa del Comune», escludendo così che possano essere chiamati a rispondere personalmente di una scelta interpretativa che apparteneva all’organizzazione complessiva dell’ente.
Una ricostruzione che si inserisce nel solco delle numerose sentenze amministrative degli ultimi due anni – da via Fauchè fino ai pronunciamenti del Tar e del Consiglio di Stato – che hanno progressivamente smontato quel modello autorizzativo, ritenendo in diversi casi che si trattasse di nuove costruzioni e non di semplici ristrutturazioni.
Sul piano politico, quindi, Palazzo Marino ha ancora poco da festeggiare. Se da un lato i funzionari vengono assolti dalla responsabilità erariale, dall’altro la sentenza conferma che il problema sollevato dalla Procura non era immaginario, ma nasceva da una prassi amministrativa realmente esistente. Una prassi che oggi, proprio dopo le inchieste e le pronunce dei giudici amministrativi, non è più applicabile con le stesse modalità.
Anche la vicesindaca Anna Scavuzzo ha letto il provvedimento come una conferma dell’«assenza di colpa grave» dei dipendenti comunali e ha rilanciato la necessità di una riforma della normativa edilizia. Ma il nodo politico resta aperto. Se, come scrive la Corte dei Conti, i funzionari si limitarono ad applicare un orientamento consolidato dell’amministrazione, allora la responsabilità della stagione urbanistica milanese continua inevitabilmente a chiamare in causa chi quell’impostazione l’ha costruita e difesa, cioè la giunta di Beppe Sala.
Non a caso, il Comitato Famiglie Sospese invita a non dimenticare le conseguenze concrete della vicenda. «La politica e l’amministrazione festeggiano, ma gli unici a non essere mai assolti sono i privati acquirenti», afferma il portavoce Filippo Borsellino, ricordando che centinaia di famiglie continuano a fare i conti con cantieri fermi, mutui da pagare e abitazioni ancora sequestrate o a rischio confisca.
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