«Caso mascherine, Nordio intervenga sulla Procura di Roma»
Il ministro della Giustizia Carlo NOrdio (Imagoeconomica)

Dopo le inchieste della Verità e di Panorama si muove la politica. Non sono passati inosservati i nostri articoli sulla opinabile gestione giudiziaria da parte della Procura di Roma delle vicende che hanno riguardato lo sperpero di denaro pubblico per l’acquisito delle mascherine durante l’emergenza pandemica. Per questo Fratelli d’Italia ha annunciato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio per avere chiarimenti su quanto da noi denunciato.

I rappresentanti del partito di maggioranza vogliono capire come sia stato possibile che la verifica dell’idoneità delle mascherine sia stata chiesta quando ormai i dispositivi erano scaduti, un ritardo che ha garantito agli imputati l’assoluzione e la restituzione di 72 milioni di euro di provvigioni sequestrati.

Ma ci sono da approfondire anche altri aspetti. Come, per esempio, la differente scelta fatta dalla Procura in due procedimenti gemelli, dopo la modifica legislativa del reato di traffico di influenze: in uno è stata chiesta l’archiviazione per quel delitto, nell’altro è stata sollevata una questione di costituzionalità.

Non è neppure passata inosservata la notizia data dalla Verità della lettera inviata dall’ex commissario straordinario Domenico Arcuri all’allora procuratore Michele Prestipino, missiva protocollata il 24 novembre 2020. In essa l’ex ad di Invitalia si metteva a disposizione della Procura dopo avere intuito, grazie agli scoop del nostro giornale, di essere indagato.

I magistrati non ritennero di doverlo interrogare in quel frangente, ma, a strettissimo giro, stralciarono la sua posizione e chiesero l’archiviazione per quel grave capo d’accusa.

Non devono essere sfuggite ai parlamentari nemmeno le consulenze affidate dalla società pubblica Condotte Spa, in quel momento in dissesto e commissariata, sia ad alcuni avvocati legati allo studio del maestro di Giuseppe Conte, il professor Guido Alpa, sia al fratello avvocato di un importante pm. Qualcuno ha provato a mettere in sicurezza i pagamenti agli amici degli amici, infilando nel calderone dei beneficiari anche un legale imparentato con il magistrato in quel momento più esposto nella lotta alla corruzione e ai reati dei colletti bianchi? Magari le indagini della commissione Covid e degli ispettori di Nordio proveranno a fare chiarezza anche su questo.

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera, va all’attacco: «Il quadro che emerge oggi dalla puntuale e attenta ricostruzione condotta dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama è a dir poco inquietante. Ritardi negli incidenti probatori, legami personali ricorrenti e archiviazioni repentine: temi affrontati dalla commissione Covid che le inchieste giornalistiche approfondiscono e ricostruiscono in maniera fondamentale, offrendo un quadro d’insieme così coerente e lineare da richiedere necessariamente una indagine istituzionale». Per questo annuncia che il gruppo di Fdi «presenterà una interrogazione su tutta la vicenda al fine di ottenere piena luce rispetto alle numerose anomalie che stanno emergendo sulla gestione della pandemia».

Francesco Ciancitto, vicepresidente della commissione Covid, rimarca che le novità emerse dai nostri articoli «inducono a presentare un’interrogazione per far luce su una serie di vicende che necessitano di un ulteriore approfondimento in commissione». Per il parlamentare «fatti poco nitidi devono essere esaminati urgentemente e approfonditamente, a maggior ragione se coinvolgono figure di spicco della procura di Roma».

Il senatore Ignazio Zullo, membro come Bignami e Ciancitto della commissione Covid, commenta quanto da noi svelato: «Una giustizia a orologeria ha salvato Arcuri e i venditori di mascherine vendute al governo dai consorzi cinesi. È quanto emerge dall’inchiesta di Panorama e del quotidiano La Verità, secondo la quale la lentezza con la quale si è mossa la Procura di Roma nel chiedere l’incidente probatorio ha fatto decadere le accuse di frode in pubbliche forniture per gli 800 milioni di dispositivi di protezione forniti da tre consorzi cinesi al nostro governo».

Zullo è rimasto colpito dalla notizia della missiva inviata dall’ex commissario straordinario alla Procura: «Emerge anche che Arcuri, nel 2020, mentre era già indagato per corruzione, si mise a disposizione del procuratore di Roma per fornire tutti i chiarimenti necessari per poi vedere archiviata la propria posizione solo nove giorni dopo». Un’apparente anomalia che, secondo il parlamentare, rende necessario «proseguire nelle indagini» su quella stagione giudiziaria.

Stando a quanto ha scritto il Corriere della Sera il 16 settembre 2020 la Procura di Roma era sul pezzo. Il quotidiano di via Solferino parlava di ben quattro fascicoli «aperti» dalla Procura di Roma, tutti coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e con un oggetto ben definito: «Frodi sulle mascherine». Le premesse non potevano essere migliori: a indagare su quattro diversi filoni era l’ufficio inquirente più importante d’Italia, in cui lavoravano magistrati di grandissima esperienza. Nessuno poteva immaginare quale colossale disastro investigativo si stesse preparando. Per accertare i fatti sarebbe bastato sequestrare il corpo del reato, vale a dire le mascherine, e sottoporlo a perizia con incidente probatorio davanti al giudice nel contraddittorio delle parti, rendendo così la prova utilizzabile in dibattimento. Un’attività che un normale pubblico ministero di provincia avrebbe fatto in una settimana. Ma che alla Procura di Roma richiede molto più tempo. Gli inquirenti capitolini sottopongono a sequestro i dispositivi oltre un anno dopo l’inizio delle investigazioni, a ottobre 2021, e chiedono al giudice la perizia con incidente probatorio addirittura il 15 dicembre 2022, quando le mascherine, comprate nella primavera del 2020, erano già scadute.

Nell’istanza, firmata dai pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Gennaro Varone, si precisa che molti dei dispositivi sequestrati erano stati «valutati, all’esito di consulenza svolta nelle indagini preliminari, inidonei all’uso sanitario, ovvero pericolosi per la salute».

Eppure i magistrati non si erano affrettati a trasformare quell’informazione in una prova processuale, attraverso l’incidente probatorio.

Quando, finalmente, questo viene richiesto, i due pm inseriscono una frase che conferma la consapevolezza dell’importanza della rapidità delle operazioni, a lungo rinviate: «I sequestri, nell’ordine di milioni di unità (388.775.287), ingombrano magazzini in varie località italiane, i cui titolari chiedono di liberarli. D’altro canto, il tempo rischia di compromettere l’utilità di una perizia che, dovesse essere disposta, come sembra necessario, nell’eventuale giudizio di merito».

Nel dicembre del 2022 Tucci e Varone, finalmente, ritengono necessario che l’esame proposto al giudice «operi i campionamenti necessari alle finalità del processo penale», non potendo ovviamente il perito esaminare, una per una, tutti gli 800 milioni di mascherine e che la perizia, «in caso di ritenuta deperibilità delle unità campionate […], accerti tempestivamente (sic!) anche se i suddetti dispositivi siano idonei all’uso attestato dai certificati che li accompagnano».

Anche tale richiamo conferma che gli inquirenti avessero piena cognizione del fatto che tutte le operazioni dovessero essere completate prima della data di scadenza impressa sulle mascherine. Purtroppo la perizia non solo è stata proposta fuori tempo massimo, ma anche dopo la richiesta di rinvio a giudizio formulata il 3 ottobre 2022 dai pubblici ministeri Ielo, Varone e Tucci. Questo significa che i magistrati hanno chiesto il processo per il delitto di frode nelle pubbliche forniture in assenza di prova.

Ma torniamo all’istanza di incidente probatorio.

Tucci e Varone, alla fine, nel cosiddetto pqm, chiedono che si proceda «con incidente probatorio al prelievo di campioni dei dispositivi di protezione individuali e chirurgici sequestrati nel presente procedimento», ma dimenticano di proporre al giudice di accertare «l’idoneità dei dispositivi all’uso attestato dai certificati che li accompagnano». A domandarlo al perito sarà il gip Mara Mattioli, con l’ordinanza del 14 febbraio 2023. Ma 130 lotti su 138 erano già scaduti. E allora la conclusione è inevitabile: gli stessi pubblici ministeri chiedono il dissequestro dei dispositivi di protezione che viene disposto dal gip il 19 giugno 2023, «non essendo risultato possibile procedere utilmente a una perizia sugli stessi». In conclusione questi passaggi giudiziari e la loro apparente imparzialità sono serviti solamente a dare parvenza di legittimità alle provvigioni da (almeno) 72 milioni di euro incassate dagli imputati per la vendita di mascherine in buona parte difettose. Un arricchimento smodato che ha ricevuto l’involontaria (si spera) benedizione delle toghe, ma che è avvenuto alle spalle di milioni di italiani, in un momento di lutto e tragedia nazionale.

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