Alluvione in Romagna, 14 persone indagate
L'alluvione in Romagna del 2023 (Ansa)

Alla fine sono arrivati gli avvisi di garanzia. Dopo tre anni dalle alluvioni che hanno messo in ginocchio la Romagna, la Procura di Ravenna ha chiuso le indagini preliminari e notificato l’avviso di conclusione a 14 indagati.

Per i pubblici ministeri Daniele Barberini e Francesco Coco, quanto accaduto nel 2023 e nel 2024 non è stato solo un disastro naturale: era evitabile. Al centro dell’inchiesta torna prepotentemente la mancata realizzazione delle casse di espansione sul fiume Senio, a cominciare da Ca’ Lolli a Tebano, opera di cui ci occupiamo da anni su queste pagine.

Un’infrastruttura strategica che, se fosse stata completata, avrebbe potuto limitare di molto la violenza delle piene. Secondo l’accusa, oltre 15 milioni di euro stanziati per opere di messa in sicurezza sarebbero rimasti fermi per anni, mentre progetti, espropri e cantieri si perdevano nella burocrazia. Il risultato della tragedia è noto: 17 morti, interi paesi allagati, danni per miliardi di euro.

Gli indagati rispondono a vario titolo di disastro colposo e di altri reati colposi. Tra loro ci sono i progettisti Claudio Miccoli, Alberto Cervellati e Andrea Bezzi, ai quali viene contestato di aver redatto un progetto esecutivo per completare le casse di espansione del Senio, nel 2016, giudicato inadeguato.

Opere ritenute prioritarie fin dal 2005, per le quali erano disponibili 8,5 milioni di euro, pensate per laminare oltre cinque milioni di metri cubi d’acqua e ridurre significativamente la portata del fiume (20-30%). Secondo i pm i progetti non erano tarati correttamente sul reale rischio idraulico della zona.

Sono indagati anche due ex dirigenti del settore Territorio del Comune di Faenza, Ennio Nonni e Lucio Angelini. Al primo vengono addebitate sia la rimozione di vincoli su aree ad alto rischio (che ha permesso nuove costruzioni poi sommerse) sia le proroghe illegittime concesse ai privati che dovevano costruire le casse. Al secondo si contesta di non aver sanato le criticità urbanistiche nonostante il pericolo fosse noto.

Tra gli indagati figurano inoltre quattro responsabili delle società Eco-Ghiaia e Ctf – Patrizia Santomieri, Andrea Liverani, Alberto Rondinelli e Davide Cassani – accusati di non aver ultimato i lavori previsti dalla convenzione, lasciando incompiuta in particolare la «Cassa 3».

Il peso maggiore dell’inchiesta ricade però sui dirigenti regionali e dell’Agenzia per la Sicurezza territoriale: Paolo Ferrecchi, Monica Guida, Rita Nicolini, Piero Tabellini e Marco Bacchini. I magistrati contestano loro di aver lasciato inutilizzati per anni i fondi disponibili (15 milioni tra il 2000 e il 2018), di aver accumulato ritardi su espropri e progettazioni e di aver realizzato, dopo la prima alluvione, interventi d’urgenza rivelatisi del tutto insufficienti davanti alla seconda piena del settembre 2024. In particolare a Tabellini viene contestato di aver tenuto fermo per quasi due anni un decreto chiave per riavviare gli espropri.

La storia di Ca’ Lolli è la sintesi di vent’anni di inerzia. Nel 2005 parte l’accordo quadro. Nel 2010 viene firmata la convenzione con cinque anni di tempo (più 12 mesi di proroga per cause di forza maggiore). Arrivano invece tre proroghe illegittime, tollerate dal Comune di Faenza nonostante non fossero previste.

I lavori si fermano a metà. Nel 2018 la stessa Regione allora guidata da Stefano Bonaccini boccia la quarta proroga, dopo averle avallate in precedenza. Il Tar, lo scorso ottobre, ha confermato l’illegittimità di quelle proroghe.

Soldi sbloccati, fideiussioni non escusse per tempo (2,17 milioni), espropri a favore della Regione (che nel frattempo, grazie alla Corte dei Conti, si era vista accordare altri 8,5 milioni per completare l’opera) bloccati fino a dopo l’alluvione. Un copione che si ripete da due decenni. Durante l’alluvione del 2023 il Senio ha rotto proprio dove dovevano sorgere le casse. Nel 2024 è toccato a Cotignola finire sott’acqua.

È stato l’allora consigliere comunale di Fratelli d’Italia Stefano Bertozzi il primo a denunciare con forza questi ritardi ventennali, presentando già nel 2024 un esposto alla Procura di Ravenna proprio sulla vicenda di Ca’ Lolli.

«Sono gli stessi rilievi che evidenziavo io nell’esposto», commenta Bertozzi alla Verità, «anche se rimango garantista, quindi tutti innocenti fino all’ultimo grado di giudizio». «Dispiace però che la politica non sia stata toccata. Nel 2022 Stefano Bonaccini, in veste di commissario straordinario, emana un decreto di esproprio nei confronti del Comune di Faenza. Il funzionario competente non provvede a trasmetterlo al Comune, e infatti ora è indagato. Ma possibile che Bonaccini non si sia mai chiesto per quale motivo l’iter da lui avviato non fosse mai partito?».

L’attuale presidente della Regione, Michele De Pascale, si giustifica: «Alcune delle opere attenzionate sono quelle su cui stiamo concentrando la parte più significativa dei nostri sforzi». Si tratta, insiste, di opere «molto complesse, che post alluvione hanno necessitato di revisioni».

Nelle pagine dell’atto conclusivo la Procura parla di disastro «non inevitabile», dovuto a una catena di inefficienze, errori progettuali e ritardi amministrativi cronici. Chi, tre anni fa, tentava di avanzare le medesime considerazioni, veniva additato come un pazzo negazionista.

I fatti, però, erano chiari già allora e lo sono ancor di più oggi: a tre anni dall’alluvione e a oltre 20 dall’accordo quadro, la cassa Ca’ Lolli è ancora incompiuta, e con essa anche diversi altri lavori. «Gli esiti dell’indagine», commenta il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, «confermano quello che stiamo sostenendo fin dai giorni immediatamente successivi all’alluvione».

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