Ecco #DimmiLaVerità del 21 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci parla dell'inchiesta su escort e calciatori.
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2026-04-16
La frana di Niscemi travolge la politica: indagati anche gli ultimi quattro governatori
Ansa
«Opere antismottamento mai realizzate»: in Sicilia 13 persone, tra cui Renato Schifani, Rosario Crocetta, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci finiscono sotto inchiesta a Gela.
Arriva una svolta nelle indagini sulla frana che lo scorso 25 gennaio ha squassato Niscemi, in provincia di Caltanissetta: 13 persone sono finite indagate. Nel corso di una conferenza stampa il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, ha reso noto il numero degli indagati (tra cui ci sono ben quattro presidenti di Regione, tra ex e attuale) che adesso sono accusati di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
Il provvedimento di iscrizione nel registro degli indagati è stato, quindi, notificato ai governatori della Regione Sicilia che sono stati in carica nel periodo compreso dal 2010 al 2026. Si tratta di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Questi ultimi devono rispondere dei reati contestati nel ruolo di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico e anche nel ruolo di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dall’ordinanza di Protezione civile nazionale. Questo intervento imponeva la realizzazione di opere di mitigazione del rischio della frana.
Oltre agli ex presidenti di Regione sono indagati anche i capi della Protezione civile regionale (che hanno ricoperto questo ruolo dal 2010 al 2026), tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione Vincenzo Falgares; i direttori regionali Salvo Lizio e Maurizio Croce, Sergio Tuminello, Giacomo Gargano e il responsabile dell’Ati che doveva eseguire le opere di mitigazione del rischio comportato dalla frana appaltate a inizio 2000. Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010. Ma, secondo quanto emerso, i fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione. La complessa indagine è finalizzata a fare chiarezza su eventuali e specifiche responsabilità che hanno causato il disastro che lo scorso gennaio trasformò il centro di Niscemi in un inferno di fango: case e mezzi furono trascinati a valle, mentre mezzi e decine di immobili sono rimasti sospesi nel vuoto. Oltre 1.500 persone sono state sfollate.
L’inchiesta, come è stato spiegato dettagliatamente dal procuratore Vella, è suddivisa in tre fasi. La prima è focalizzata sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana e che furono stabilite dopo il primo, grosso evento franoso del 1997, e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti. Nel corso degli accertamenti è emerso che nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 milioni di euro, ma nulla è stato realizzato.
E c’è dell’altro. Il contratto con l’Ati (Associazione temporanea d’impresa, ndr) che si era aggiudicata la gara si risolse nel 2010. Le indagini che hanno portato ai 13 indagati fanno parte proprio di questa prima fase. Mentre la seconda riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. Infine, la terza fase dell’inchiesta dovrà fare chiarezza sulla zona rossa, sia quella interessata dalla frana del 1997 sia quelle che erano vicino al ciglio e che erano già state individuate come a rischio molto elevato, così come è scritto nella relazione della commissione nominata con ordinanza della presidenza del Consiglio.
Gli accertamenti dei pm si concentreranno, inoltre, sui mancati sgomberi e sulle mancate demolizioni, sul blocco di nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate. Per le ultime due fasi il lavoro dei pm è appena iniziato. L’inchiesta, quindi, potrebbe allargarsi così come il numero degli indagati potrebbe aumentare.
Intanto, gli ex presidenti della Regione hanno espresso fiducia nell’operato della magistratura. Lombardo ha affermato di aver appreso dalla stampa di essere indagato: «Ritengo si tratti allo stato di un atto dovuto attesa la complessità degli accertamenti che dovrà condurre la Procura di Gela. Come sempre ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti». L’ex governatore e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, non vuole pronunciarsi in merito al lavoro degli inquirenti: «Da parte mia il massimo rispetto. Quel che avevo da dire sulla frana di Niscemi l’ho detto in Parlamento. L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente sereno, schiena dritta e a testa alta, come sempre in tanti anni di impegno politico senza macchia».
L’ex presidente Crocetta si è dichiarato completamente estraneo ai fatti contestati: «Non so fra l’altro di che cosa potrei essere accusato dal momento che, quando io sono diventato presidente, erano già trascorsi 15 anni dall’evento. Aggiungo che nessuno mi ha mai presentato un’idea, un progetto, una sollecitazione. Quindi di cosa dovrei rispondere? Di non avere fatto qualcosa di cui non ero a conoscenza?».
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Beppe Sala (Getty Images)
L’ex aspirante leader rosso, che conta 150 cantieri «abusivi», spieghi perché ha venduto in fretta e furia il Meazza. Come può fare spallucce davanti a famiglie rimaste senza casa e a soldi investiti in progetti immobiliari bloccati?
La sinistra ha un’autentica passione per il mattone. Che si tratti delle case dell’Inps, affittate a prezzi di favore a compagni e compagne (D’Alema, Veltroni, Nilde Jotti, l’ex moglie di Occhetto, la figlia di Luciano Lama, eccetera) o di grandi operazioni urbanistiche, quando ci sono di mezzo gli immobili i progressisti hanno sempre le mani in pasta e ogni tanto rischiano pure di sporcarsele. Il caso Milano è d’esempio. La giunta di Beppe Sala si trascina stancamente da anni, inseguita dalle inchieste giudiziarie che hanno portato agli arresti di architetti, manager, funzionari comunali e pure di un assessore.
In totale sono circa 150 i cantieri finiti nel mirino della Procura per costruzioni senza autorizzazione urbanistica, realizzati con la benevolenza degli architetti municipali e ora fermi, sospesi in un limbo in attesa di una legge Salva Milano che in realtà era una Salva Sala. Ora sul capo dell’ex aspirante federatore della sinistra (il sindaco sognava di essere il prossimo leader della coalizione ma ora lotta anche per un semplice posto da deputato) si è abbattuta un’altra grana, anzi una tegola.
I pm sostengono che dirigenti e imprenditori hanno truccato la gara per la vendita dello stadio di San Siro, la più grossa operazione immobiliare in città dei prossimi anni. Secondo i magistrati, il bando per acquistare l’impianto sportivo (per poi demolirlo e costruirvi attorno condomini residenziali e centri commerciali) sarebbe stato tagliato su misura per far vincere Milan e Inter.
Il progetto è stato a lungo contestato da chi non capiva la ragione di dover demolire uno stadio che avrebbe potuto essere ristrutturato e conservato come edificio storico. Ma l’idea di recuperare il vecchio impianto non è mai stata neanche lontanamente presa in considerazione dalla giunta Sala e adesso si scopre, dai messaggi scambiati tra assessori ed ex assessori, tra manager e impiegati pubblici, che dietro c’era un preciso piano. Ovvero l’intenzione di vendere a tutti i costi lo stadio alle società proprietarie delle squadre di calcio cittadine. Un’operazione fatta in fretta per non incorrere nei vincoli della Soprintendenza ma, soprattutto, fatta scambiando dettagli e inserendo clausole che garantissero l’interesse dei soli club e di nessun altro immobiliarista.
Perché questa urgenza? E perché questa voglia di favorire due società che comunque hanno sede e interessi all’estero? Nonostante la passione per il mattone dei compagni, nessuno ha mai voluto chiarire il mistero. Tuttavia ora, per causa di forza maggiore, i protagonisti dell’affaire dovranno spiegare, perché non soltanto la Procura ha sequestrato i supporti informatici, vale a dire telefoni e computer, di manager e funzionari, ma ha pure indagato tutti per turbativa d’asta.
Il sindaco in questa faccenda non è tirato in ballo (mentre in quella dei condomini costruiti senza concessione sì), ma, pur riconoscendo che contro di lui non ci sono accuse, resta il fatto che una giunta a cui si contestano 150 cantieri abusivi e la vendita «truffaldina» dello stadio non può restare in piedi. Con quale faccia Sala continuerà a far finta di niente mentre tutto va a rotoli? Come potrà rispondere alle centinaia di famiglie che, avendo dato soldi a imprese che non avevano l’autorizzazione a costruire, ora non hanno né risparmi né casa? O come giustificherà la vendita dello stadio cittadino con un’operazione che, adesso, i pm sostengono essere stata truccata? Può darsi che Sala, sindaco glamour col calzino arcobaleno, s’imbulloni alla sedia, nel disperato tentativo di lasciarla solo quando gli verrà garantita una poltrona di ricambio in Parlamento, ma comunque sia, la giunta calce e martello è al capolinea.
E a questo proposito forse il centrodestra dovrebbe fare qualche riflessione, prima di arrivare alle prossime elezioni senza un candidato e con la prospettiva di regalare ancora una volta alla sinistra la capitale economica d’Italia.
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2026-04-02
Gli euro-pm indagano ricercatori e docenti dell’ateneo di Palermo per truffa sui fondi
(Imagoeconomica)
Sono 23 in tutto gli inquisiti dalla Procura dell’Unione. Parlando dei finanziamenti, un prof scriveva in chat: «Buttiamoci a pesce».
«Possiamo fare quello che vogliamo… ma noi dobbiamo prendere fondi». E quando online apparirono i bandi per l’Università di Palermo il prof mandò un messaggio Whatsapp esplicito: «Buttiamoci a pesce». Le conversazioni disinvolte, però, non sono l’unico elemento raccolto dalla Procura europea che coordina l’inchiesta sulle ipotesi di truffa, turbata libertà di gare pubbliche, falso e frode nelle forniture.
Davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo ci sono 23 indagati tra professori universitari (ben 12), ricercatori e imprenditori. Gli inquirenti avevano chiesto l’emissione di misure cautelari personali e il sequestro preventivo anche per equivalente. Il gip Cristina Lo Bue, però, ha tirato il freno a mano. Non perché l’impianto sia stato ritenuto carente, ma perché i fatti sono risalenti nel tempo.
L’indagine, che ora è davanti al Tribunale del Riesame, è coordinata dai pm Calogero Ferrara e Amelia Luise e si muove su due livelli. Il primo è quello ufficiale: attività dichiarate, progetti finanziati, laboratori operativi. Il secondo è quello dell’accusa: attività «in realtà mai effettuate». Secondo i pm, un gruppo di docenti, ricercatori e imprenditori avrebbe operato «in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso» per ottenere contributi pubblici legati a due progetti: «Bythos», una ricerca su molecole bioattive utilizzando scarti ittici e finanziato nell’ambito del Programma Italia-Malta, e «Smiling», che ha ottenuto fondi del Po Fesr Sicilia per sviluppare prodotti cosmetici dall’utilizzo di sottoprodotti della filiera vitivinicola. Il meccanismo è descritto con formule che ritornano: «Artifizi e raggiri», «costi fittizi», «fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti», simulazione di forniture e servizi.
I numeri danno il peso: per Bythos 1,7 milioni di euro, per Smiling la stessa cifra: 1,7 milioni. Fondi europei ottenuti, secondo l’accusa, inducendo in errore l’amministrazione pubblica. Tra gli indagati figurano il professore Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei due progetti di ricerca, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto giovani e della associazione Più servizi Sicilia. Proprio Arizza si sarebbe fatto scappare: «C’è un po’ di casino […] dato che non abbiamo potuto spendere 40.000 euro» sarebbe stato appositamente aumentato il numero delle ore di lavoro del personale interno («stiamo pompando», dice Arizza) al fine di ottenere i «costi» necessari all’ottenimento dei contributi pubblici. Per Arizza, il suo difensore, l’avvocato Vincenzo Lo Re, precisa: «Abbiamo documentato al Riesame l’effettività dei progetti di ricerca». Ma sul registro degli indagati è finito tutto lo staff del professore: Mirella Vazzana e Patrizia Diana, due ordinari; Aiti Vizzini, associato; Manuela Mauro, ricercatrice; e Lucia Branwen Horsby, docente a contratto.
Sono stati due colleghi della Horsby a far saltare il tappo. Decidono di parlare e di mettere nero su bianco nomi e circostanze. È il punto di origine di una ricostruzione che copre cinque anni, dal 2018 al 2023, e che prova a incrinare la narrazione ufficiale dei progetti finanziati. Uno di loro consegna ai pm un’immagine precisa: «Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80.000 euro per dei materiali che non ho mai visto all’università». Poi aggiunge un dettaglio che cambia la prospettiva: «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi del progetto da apporre sul materiale acquistato». Quelle etichette, secondo quanto dichiarato, non servivano a identificare un acquisto reale, ma a ricostruirlo. È su questi episodi che l’indagine prende forma. Fino a ipotizzare un accordo. I pm parlano di un possibile patto corruttivo tra Arizza e Fabbrizio. Il docente avrebbe favorito l’aggiudicazione alla società di Fabbrizio di servizi legati al progetto europeo Smiling, ricevendo in cambio lavori assegnati e mai svolti dal figlio. Ma sono i dettagli che raccontano davvero l’indagine. C’è una mail del 28 giugno 2019. All’interno c’è questa frase: «La strumentazione è collocata presso il laboratorio del Comune di Lipari». Una comunicazione amministrativa per certificare una fornitura. In realtà, hanno scoperto gli inquirenti, il laboratorio non era ancora stato ristrutturato. Il laboratorio di Lipari diventa il simbolo dell’intera vicenda. Nelle carte ufficiali è descritto come un nodo centrale: «Funzione strategica» per lo «sviluppo di tecniche e analisi relative alla produzione di scarti nelle isole minori». Sulla carta sarebbe stato completato e inaugurato il 29 giugno 2021. Ma quando gli inquirenti sono andati a verificare hanno scoperto che non era operativo, che le attività non erano state svolte e che le forniture non erano avvenute.
Il rettore Massimo Midiri ieri ha espresso «profondo dolore e ferma indignazione». E questo prima di apprendere che nell’inchiesta risultano ricercatori formalmente attivi che, secondo la Procura, «non hanno mai eseguito alcuna ricerca». Relazioni firmate che attestano attività inesistenti. Contratti rinnovati sulla base di lavori mai svolti. La documentazione ufficiale, secondo l’accusa, sarebbe stata «predisposta al fine di trarre in inganno». Proprio la prof Azzana parlando in siciliano stretto di un collega afferma: «Il primo contratto puru su futtiu sanu (pure se l’è rubato intero, ndr)». E anche in questo caso i requisiti dei bandi, secondo l’accusa, sarebbero stati «ritagliati su misura».
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Beppe Sala (Getty Images)
L’ex aspirante leader rosso, che conta 150 cantieri «abusivi», spieghi perché ha venduto in fretta e furia il Meazza. Come può fare spallucce davanti a famiglie rimaste senza casa e a soldi investiti in progetti immobiliari bloccati?
La sinistra ha un’autentica passione per il mattone. Che si tratti delle case dell’Inps, affittate a prezzi di favore a compagni e compagne (D’Alema, Veltroni, Nilde Jotti, l’ex moglie di Occhetto, la figlia di Luciano Lama, eccetera) o di grandi operazioni urbanistiche, quando ci sono di mezzo gli immobili i progressisti hanno sempre le mani in pasta e ogni tanto rischiano pure di sporcarsele. Il caso Milano è d’esempio. La giunta di Beppe Sala si trascina stancamente da anni, inseguita dalle inchieste giudiziarie che hanno portato agli arresti di architetti, manager, funzionari comunali e pure di un assessore.
In totale sono circa 150 i cantieri finiti nel mirino della Procura per costruzioni senza autorizzazione urbanistica, realizzati con la benevolenza degli architetti municipali e ora fermi, sospesi in un limbo in attesa di una legge Salva Milano che in realtà era una Salva Sala. Ora sul capo dell’ex aspirante federatore della sinistra (il sindaco sognava di essere il prossimo leader della coalizione ma ora lotta anche per un semplice posto da deputato) si è abbattuta un’altra grana, anzi una tegola.
I pm sostengono che dirigenti e imprenditori hanno truccato la gara per la vendita dello stadio di San Siro, la più grossa operazione immobiliare in città dei prossimi anni. Secondo i magistrati, il bando per acquistare l’impianto sportivo (per poi demolirlo e costruirvi attorno condomini residenziali e centri commerciali) sarebbe stato tagliato su misura per far vincere Milan e Inter.
Il progetto è stato a lungo contestato da chi non capiva la ragione di dover demolire uno stadio che avrebbe potuto essere ristrutturato e conservato come edificio storico. Ma l’idea di recuperare il vecchio impianto non è mai stata neanche lontanamente presa in considerazione dalla giunta Sala e adesso si scopre, dai messaggi scambiati tra assessori ed ex assessori, tra manager e impiegati pubblici, che dietro c’era un preciso piano. Ovvero l’intenzione di vendere a tutti i costi lo stadio alle società proprietarie delle squadre di calcio cittadine. Un’operazione fatta in fretta per non incorrere nei vincoli della Soprintendenza ma, soprattutto, fatta scambiando dettagli e inserendo clausole che garantissero l’interesse dei soli club e di nessun altro immobiliarista.
Perché questa urgenza? E perché questa voglia di favorire due società che comunque hanno sede e interessi all’estero? Nonostante la passione per il mattone dei compagni, nessuno ha mai voluto chiarire il mistero. Tuttavia ora, per causa di forza maggiore, i protagonisti dell’affaire dovranno spiegare, perché non soltanto la Procura ha sequestrato i supporti informatici, vale a dire telefoni e computer, di manager e funzionari, ma ha pure indagato tutti per turbativa d’asta.
Il sindaco in questa faccenda non è tirato in ballo (mentre in quella dei condomini costruiti senza concessione sì), ma, pur riconoscendo che contro di lui non ci sono accuse, resta il fatto che una giunta a cui si contestano 150 cantieri abusivi e la vendita «truffaldina» dello stadio non può restare in piedi. Con quale faccia Sala continuerà a far finta di niente mentre tutto va a rotoli? Come potrà rispondere alle centinaia di famiglie che, avendo dato soldi a imprese che non avevano l’autorizzazione a costruire, ora non hanno né risparmi né casa? O come giustificherà la vendita dello stadio cittadino con un’operazione che, adesso, i pm sostengono essere stata truccata? Può darsi che Sala, sindaco glamour col calzino arcobaleno, s’imbulloni alla sedia, nel disperato tentativo di lasciarla solo quando gli verrà garantita una poltrona di ricambio in Parlamento, ma comunque sia, la giunta calce e martello è al capolinea.
E a questo proposito forse il centrodestra dovrebbe fare qualche riflessione, prima di arrivare alle prossime elezioni senza un candidato e con la prospettiva di regalare ancora una volta alla sinistra la capitale economica d’Italia.
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