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2026-02-15
Sabotaggi treni, ora basta. Estirpiamo questa feccia con la stessa forza usata con le Br
(Ansa)
Strani questi difensori del popolo che, agendo in questo modo criminale, alla fine, in caso di una tragedia, coinvolgerebbero il popolo stesso. Non so, ma nella loro mente lucida e malata (le due caratteristiche possono coesistere), reputano un successo bloccare il traffico ferroviario e, in particolare, le linee ad Alta velocità. Nelle loro menti queste linee ferroviarie dell’Alta velocità rappresentano una forma e un’espressione di un capitalismo malato da abbattere e, forse, anche di uno Stato che ha imboccato, secondo loro, una strada repressiva e totalitaria.
A parte l’idiozia sottostante a questa analisi, e sulla quale comunque occorre riflettere perché va diffondendosi come abbiamo visto in altri periodi della nostra storia nazionale, questi difensori del popolo non considerano che, in un giorno come ieri, su quei treni non salgono solo rappresentanti del capitalismo avanzato, presunti seguaci di ideologie totalitarie, fanatici, secondo loro, del fascismo (capite il livello di follia?), ma salgono persone appartenenti a tutti i ceti sociali che, lavorando al Nord, duramente, per tutta la settimana, si affidano alle ferrovie per raggiungere i propri cari e per guadagnare un tempo di affetto e calore ultra meritato insieme a loro. Perché questi signori non sono andati ieri a vedere nelle stazioni chi aspettava i treni? Perché non si sono mischiati a quel popolo che dovrà rinunciare a una fondamentale pausa di riposo in famiglia, con i propri cari, con i propri amici ed amiche, con coloro che stanno a cuore tanto da desiderarne l’incontro, spesso agognato, nel fine settimana? Perché questi difensori del popolo ogni tanto non vanno in mezzo al popolo? Fanno esattamente quello che sosteneva una santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta quando affermava che tutti parlano dei poveri, ma in pochi parlano con i poveri. Questi vanno oltre: non solo non parlano con i poveri ma fanno azioni che alla fine vanno contro i poveri perché un ricco se non può prendere il treno noleggia un’auto e raggiunge, legittimamente, in modo anche più comodo, la località che desidera. Il povero no. Se rimane a piedi se ne devi tornare nel suo monolocale al Nord e non raggiungere i propri cari che sono, in molti casi, la maggiore ricchezza di cui dispongono.
Bei difensori del popolo! Complimenti a questa feccia dell’umanità che mostra una preoccupante, squallida, feroce volontà di perseguire i propri ideali malati. Non dimostrano di avere neanche lontanamente in testa un’etica della responsabilità che guarda agli effetti delle proprie azioni considerando, soprattutto, i soggetti che ne subiranno le peggiori conseguenze.
Se prima o poi facessero deragliare un treno, magari un regionale, magari colmo fino allo stremo di pendolari, a chi farebbero male? Al governo che detestano, all’imperialismo internazionale o, piuttosto, a della gente che si fa il mazzo per portare a casa l’indispensabile e a volte, purtroppo, anche meno dell’indispensabile. Ma che razza di gente è questa? Va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza indugio, che sono dei criminali che pensano solo a sé stessi, malati di narcisismo ed egocentrismo, nascosti dietro una ideologia contorta, contraddittoria, illogica, violenta e con prezzo della convivenza civile.
Lo ripeto: ora basta. Si deve fare tutto quello che è possibile, soprattutto attraverso i nostri servizi di intelligence che sono i migliori in Europa, nonché le nostre forze dell’ordine, per individuare e assicurare alle patrie galere questi soggetti. Se non si tagliano le radici ora crescerà un albero velenoso e noi, in questo Paese, gli alberi velenosi ne abbiamo conosciuti anche troppi. Qui, in questo caso, non è consentito alcun distinguo, non è consentita alcuna spiegazione di tipo sociologico o giustificazionista, è solo permessa una condanna unanime e fortemente repressiva.
Più si traccheggia e più quei semi si trasformeranno in fiori e frutti velenosi, tanto velenosi da uccidere esseri umani, persone che non hanno alcuna colpa se non di essere cittadini normali che portano con sé un patrimonio di diritti non conciliabili con questi soggetti liberi ed in circolazione nelle nostre città.
Condanna unanime o meno, nutriamo speranza nei nostri servizi di sicurezza e nelle forze dell’ordine e nelle loro capacità dimostrate, provate, consolidate di stanare le parti marce della nostra società perché essa possa vivere nella tranquillità alla quale ha diritto.
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Danneggiano solo i cittadini: se non si tagliano le radici, crescerà un albero velenoso.Ora basta. I sabotaggi alle linee ferroviarie vanno interrotti immediatamente, con la stessa forza con cui furono sconfitte negli anni Settanta le Brigate rosse. Non di meno, perché il pericolo delle bombe e dei sabotaggi alle centraline elettriche e agli scambi delle linee ferroviarie hanno in sé un potenziale letale nei confronti dei passeggeri. Non pensiate che io stia esagerando per motivi di totale dissenso con quei gruppi, antagonisti o anarchici non importa, che li compiono ormai da troppo tempo e che, per fortuna, fino a oggi non hanno avuto conseguenze letali.Strani questi difensori del popolo che, agendo in questo modo criminale, alla fine, in caso di una tragedia, coinvolgerebbero il popolo stesso. Non so, ma nella loro mente lucida e malata (le due caratteristiche possono coesistere), reputano un successo bloccare il traffico ferroviario e, in particolare, le linee ad Alta velocità. Nelle loro menti queste linee ferroviarie dell’Alta velocità rappresentano una forma e un’espressione di un capitalismo malato da abbattere e, forse, anche di uno Stato che ha imboccato, secondo loro, una strada repressiva e totalitaria.A parte l’idiozia sottostante a questa analisi, e sulla quale comunque occorre riflettere perché va diffondendosi come abbiamo visto in altri periodi della nostra storia nazionale, questi difensori del popolo non considerano che, in un giorno come ieri, su quei treni non salgono solo rappresentanti del capitalismo avanzato, presunti seguaci di ideologie totalitarie, fanatici, secondo loro, del fascismo (capite il livello di follia?), ma salgono persone appartenenti a tutti i ceti sociali che, lavorando al Nord, duramente, per tutta la settimana, si affidano alle ferrovie per raggiungere i propri cari e per guadagnare un tempo di affetto e calore ultra meritato insieme a loro. Perché questi signori non sono andati ieri a vedere nelle stazioni chi aspettava i treni? Perché non si sono mischiati a quel popolo che dovrà rinunciare a una fondamentale pausa di riposo in famiglia, con i propri cari, con i propri amici ed amiche, con coloro che stanno a cuore tanto da desiderarne l’incontro, spesso agognato, nel fine settimana? Perché questi difensori del popolo ogni tanto non vanno in mezzo al popolo? Fanno esattamente quello che sosteneva una santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta quando affermava che tutti parlano dei poveri, ma in pochi parlano con i poveri. Questi vanno oltre: non solo non parlano con i poveri ma fanno azioni che alla fine vanno contro i poveri perché un ricco se non può prendere il treno noleggia un’auto e raggiunge, legittimamente, in modo anche più comodo, la località che desidera. Il povero no. Se rimane a piedi se ne devi tornare nel suo monolocale al Nord e non raggiungere i propri cari che sono, in molti casi, la maggiore ricchezza di cui dispongono.Bei difensori del popolo! Complimenti a questa feccia dell’umanità che mostra una preoccupante, squallida, feroce volontà di perseguire i propri ideali malati. Non dimostrano di avere neanche lontanamente in testa un’etica della responsabilità che guarda agli effetti delle proprie azioni considerando, soprattutto, i soggetti che ne subiranno le peggiori conseguenze.Se prima o poi facessero deragliare un treno, magari un regionale, magari colmo fino allo stremo di pendolari, a chi farebbero male? Al governo che detestano, all’imperialismo internazionale o, piuttosto, a della gente che si fa il mazzo per portare a casa l’indispensabile e a volte, purtroppo, anche meno dell’indispensabile. Ma che razza di gente è questa? Va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza indugio, che sono dei criminali che pensano solo a sé stessi, malati di narcisismo ed egocentrismo, nascosti dietro una ideologia contorta, contraddittoria, illogica, violenta e con prezzo della convivenza civile.Lo ripeto: ora basta. Si deve fare tutto quello che è possibile, soprattutto attraverso i nostri servizi di intelligence che sono i migliori in Europa, nonché le nostre forze dell’ordine, per individuare e assicurare alle patrie galere questi soggetti. Se non si tagliano le radici ora crescerà un albero velenoso e noi, in questo Paese, gli alberi velenosi ne abbiamo conosciuti anche troppi. Qui, in questo caso, non è consentito alcun distinguo, non è consentita alcuna spiegazione di tipo sociologico o giustificazionista, è solo permessa una condanna unanime e fortemente repressiva.Più si traccheggia e più quei semi si trasformeranno in fiori e frutti velenosi, tanto velenosi da uccidere esseri umani, persone che non hanno alcuna colpa se non di essere cittadini normali che portano con sé un patrimonio di diritti non conciliabili con questi soggetti liberi ed in circolazione nelle nostre città.Condanna unanime o meno, nutriamo speranza nei nostri servizi di sicurezza e nelle forze dell’ordine e nelle loro capacità dimostrate, provate, consolidate di stanare le parti marce della nostra società perché essa possa vivere nella tranquillità alla quale ha diritto.
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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