Csm, dietro Gratteri tutte le correnti: è lo spot più efficace alla Riforma

La quasi totalità dei consiglieri togati (18 su 20) del Csm ha alzato gli scudi per provare a giustificare le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri sugli elettori del Sì («indagati, imputati, massoneria deviata…»). Una compattezza corporativa che ha messo d’accordo tutte le correnti, da quelle di sinistra alla conservatrice Magistratura indipendente (non ha firmato solo Bernadette Nicotra) e ha attirato gli strali dell’unico togato svincolato dai gruppi, Andrea Mirenda.
Il quale ha individuato il vero problema e lo ha denunciato in una nota, facendo riferimento alla discesa in campo del «partito delle toghe, a correnti riunite» che avrebbe «sdoganata la possibilità per un alto magistrato di bollare negativamente il voto a lui sgradito». La toga ha puntato il dito contro «il solito rassemblement» che propone «la solita litania antipolitica della magistratura a cui nulla si può dire, pena la minaccia all’ultimo baluardo di legalità di un Paese descritto come allo sbando».
Voce isolata
Ma ecco il punto davvero dolente. Mirenda collega la difesa d’ufficio di Gratteri da parte dei colleghi a uno dei tre perni della riforma che a marzo sarà sottoposta al vaglio degli elettori. Non stiamo parlando della separazione delle carriere (che oggi interessa pochissimi magistrati), né del sorteggio dei componenti del Csm (che ridimensionerebbe il potere delle correnti, ma riguarderebbe, comunque, poche toghe), ma della giustizia disciplinare.
La strada ipotizzata dal governo per migliorarla è la creazione di un’Alta Corte esterna ai parlamentini dei giudici. Un ufficio che, almeno sulla carta, dovrà giudicare lavoro e comportamenti (anche fuori dalle funzioni) di tutti i magistrati italiani. Influendo su carriere e stipendi.
Con l’attuale assetto, come dimostra il numero risicato di condanne in questo tipo di tribunali, i giudici non sarebbero in grado di valutarsi con la necessaria oggettività.
E il comunicato dei 18 sarebbe la prova di questa mancanza di obiettività. Mirenda intravvede un possibile corto circuito: «Quei consiglieri togati potrebbero essere chiamati, come effettivi o supplenti, a comporre la Sezione disciplinare del Csm, laddove mai il procuratore generale della Cassazione ravvisasse nelle dichiarazioni del procuratore più potente d’Europa (Gratteri, ndr) una qualche violazione del dovere di equilibrio. Che faranno, allora? Si asterranno in blocco, paralizzando un organo di rilevanza costituzionale?».
La conclusione è sconfortata: «Ancora una volta emergono i limiti della giustizia domestica consiliare. Inevitabile l’Alta Corte, oltre ogni ragionevole dubbio…».
Altri due magistrati fuori dalle correnti, Nadia Ceccarelli e Andrea Reale, rappresentativi del gruppo Articolo 101 che li ha proiettati all’interno del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il sindacato delle toghe, ieri, hanno fatto sentire la propria voce su quella che viene definita una «difesa sindacale» da parte del Csm della «libertà di pensiero» di Gratteri. Per i due il comunicato dei colleghi che siedono a Palazzo Bachelet è «poco appropriato al ruolo e alle funzioni istituzionali» del parlamentino dei giudici e «tradisce la volontà di schierarsi, a dispetto della funzione di garanzia rivestita, sotto la presidenza del capo dello Stato».
Ed eccoci di nuovo al problema sollevato da Mirenda. Anche per i due colleghi di Articolo 101, il documento «anticipa indebitamente il giudizio sulla funzione disciplinare che (il Csm, ndr) potrebbe essere chiamato a esercitare su iniziativa degli organi competenti». Senza contare che questa iniziativa, inoltre, «appare una gratuita interferenza rispetto all’esercizio del diritto di voto degli italiani».
Per questo anche Ceccarelli e Reale ritengono «quel documento un pernicioso precedente, che imbarazzerà il capo dello Stato e tutti i magistrati che rivendicano il diritto di esprimere liberamente la loro adesione alla legge di revisione costituzionale».
Ma se dal Quirinale nessuno ha battuto un colpo, ieri, tra alcuni dei cosiddetti «Magistrati per il Sì» che hanno firmato un appello con cui hanno invitato Gratteri a indagarli, circolavano alcune sentenze discutibili della Sezione disciplinare.
In particolare una riguardante un giudice di un Tribunale di sorveglianza che, prima di un’udienza, aveva aggredito a suon di «vaffa» un componente del suo stesso collegio.
In una nota firmata dal presidente dello stesso Tribunale sono indicati gli insulti rivolti ad almeno altre sei donne, tra avvocati e dipendenti dell’ufficio. Ecco un florilegio delle frasi rivolte dal giudice a chi le stava intorno: «’a sputo ‘n faccia», «continenza ‘o cazzo», «mi dispiace solo per quel povero figlio tuo che ha una madre come te», «quella puttana di…», «avvocato mica tenimmu ‘a guallera (termine dialettale napoletano che indica un’ernia inguino-scrotale in fase avanzata, caratterizzata da un vistoso gonfiore, ndr)», «io ti saluto, ma ricordati che vi schifo tutti quanti» (rivolto al personale della cancelleria), frase a cui era seguita una classifica dei più «schifati».
Nel primo caso, quello dell’invito ad andare altrove, la collega insultata (le urla si udirono fuori dalla Camera di consiglio), «scossa per l’accaduto ha chiesto e ottenuto la sostituzione e di non essere più nello stesso collegio del giudice».
La quale, aveva anche minacciato la preparazione di un dossier contro il presidente e i magistrati del Tribunale di sorveglianza. La donna, davanti alla Sezione disciplinare del Csm, ha giustificato il proprio nervosismo con motivi di salute e carichi di lavoro mal distribuiti.
Una mano lava l’altra
Alla fine i membri di Palazzo Bachelet, pur ritenendo «provato» che «l’incolpato abbia mancato a quei fondamentali principi di equilibrio, misura e ponderatezza che costituiscono le precondizioni indispensabili di un esercizio autorevole dell’attività professionale (soprattutto nelle riunioni con i colleghi e le colleghe)» ha derubricato le aggressioni a «mere intemperanze caratteriali» e ha giudicato «il fatto di scarsa rilevanza per entrambi i capi di incolpazione» e quindi non ha ritenuto configurabile l’illecito disciplinare.
Questo è solo uno dei moltissimi casi in cui i magistrati vengono salvati dalle accuse proprio con questa formula.
Intanto, ieri, sulla questione Gratteri, è intervenuto anche l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, storico esponente del Pci e giurista favorevole alla riforma. In un’intervista pubblicata sui canali social del Comitato per il Sì ha detto: «All’interno di questo clima avvelenato si sono inserite dichiarazioni, mi si consenta di dire, indecenti, del procuratore Gratteri. Il quale, con un tono che potrebbe anche essere ai limiti dell'eversione, ha tentato di dividere i cittadini e gli elettori italiani in indagati o non indagati, imputati o non imputati, massoni o non massoni». Barbera, pur riconoscendo a Gratteri «meriti importantissimi nella lotta alla ‘ndrangheta, giudica l’uscita del procuratore di Napoli «una cosa disdicevole, un modo rozzo di fare battaglia politica», «una delusione ai limiti dell'indecenza».
Ma che i toni si siano eccessivamente alzati lo denuncia anche l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, usato quasi tutti i giorni dal fronte del No come bersaglio. La sua colpa? Essere favorevole alla riforma e avere patteggiato una pena per traffico di influenze a Perugia.
Reazione orgogliosa
«A chi evoca il mio nome come sinonimo di scandalo, ricordo che non offende me, ma i tanti magistrati che ancora oggi ricoprono ruoli di vertice nei più importanti uffici giudiziari e che sono arrivati in quelle posizioni anche grazie al mio intervento. Chi utilizza il mio nome la faccia finita con questa ipocrisia e abbia il coraggio di rivolgersi a chi oggi è in servizio», spiega l’ex magistrato alla Verità.
«Complesse vicende giudiziarie, come quelle che mi hanno riguardato, non si possono ridurre a slogan di parte, ma andrebbero spiegate solo dopo avere letto attentamente gli atti. A chi mi definisce “impresentabile” rispondo che nessuno può impedirmi di partecipare al dibattito pubblico e di esprimere le mie opinioni». E a chi gli contesta di avere patteggiato che cosa replica l’ex toga? «Che è vero, ma che questo non ha comportato ammissioni di responsabilità. La mia è stata una scelta processuale che ritengo di fatto obbligata, anche alla luce delle chat successivamente emerse che riguardano i pubblici ministeri di Perugia e il loro modo di gestire le inchieste. Comunque va chiarito bene di che cosa si parli: non vi è stata alcuna condanna per corruzione e ho già richiesto la revoca di quel patteggiamento, che sarà discussa in un’apposita udienza agli inizi di marzo, dal momento che parliamo di un fatto che, alla luce delle modifiche normative intervenute, oggi non costituisce più reato nel nostro ordinamento».
E, a proposito delle parole pronunciate da Gratteri che cosa può dire? «Anche se sono state da lui stesso successivamente ridimensionate, hanno rivelato un clima di forte tensione nel dibattito. Io penso che quando si parla di referendum e di scelte ordinamentali non si può trasformare il confronto in una contrapposizione etica tra chi è dalla parte della legalità e chi, invece, votando in modo diverso, viene accostato a interessi criminali».






