Borsellino, spazzata via la pista nera: «Non fu tradito dall’uomo dell’Msi»

È stata una giornata singolare quella di ieri. Quasi straniante. Un procuratore della Repubblica ha parlato per due ore per smentire il contenuto di una trasmissione televisiva. Detta così potrebbe sembrare un’iniziativa da Corea del Nord. Ma in realtà il capo degli inquirenti di Caltanissetta, Salvo De Luca, in commissione Antimafia, è parso «parlare a nuora perché suocera intenda». E la suocera, in questo caso, sarebbero i colleghi e investigatori intervistati da Report: «Probabilmente anche noi magistrati a volte ci facciamo suggestionare dalla dalle telecamere. È una debolezza umana…», ha commentato l’audito.
In due ore fitte De Luca ha smontato la cosiddetta «pista nera» sulla strage di Capaci e ha demolito la «credibilità» (in generale) e l’«attendibilità» (nel particolare, sulle dichiarazioni fatte) di Alberto Lo Cicero, il sedicente uomo d’onore su cui si basavano le teorie di un coinvolgimento del leader di Avanguardia nazionale ed estremista di destra Stefano Delle Chiaie nell’attentato a Giovanni Falcone.
«Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente», è stato il monito del magistrato. Che ha aggiunto: «I principali disastri giudiziari sin qui registrati sono stati causati da un’inesperta o non adeguata trattazione dei collaboratori di giustizia. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio a opera di Vincenzo Scarantino che molto probabilmente con una migliore gestione dei collaboratori si sarebbero potuti evitare».
Per la toga «la mancanza totale di credibilità» rende possibile un’analogia tra il pentito farlocco per eccellenza, Scarantino, e Lo Cicero, preso molto sul serio dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci.
Nella puntata del 4 gennaio scorso Report ha mandato in onda stralci delle dichiarazioni rese da Lo Cicero nei suoi colloqui investigativi con l’ex pm Gianfranco Donadio. Ma per il procuratore quelle sarebbero quasi chiacchiere da bar, inutilizzabili processualmente e, soprattutto, non riscontrate.
Il procuratore ha ricordato che in una sentenza, divenuta irrevocabile, si leggeva che «Lo Cicero ha certamente mentito circa la sua qualifica di uomo d’onore e di Cosa nostra» e ciò minerebbe alla radice «la credibilità del collaboratore». Partendo da questo assunto, tutto quanto ha riferito, per De Luca, «diventa carta straccia».
In commissione Antimafia il magistrato ha riportato una delle affermazioni più rilevanti contenuta nelle audiocassette scovate da Report: «Nel mio andare e venire da casa mia a casa di Maria Romeo (la compagna, ndr), più volte ho visto un’autovettura blu di servizio come quelle che usate voi (parlava al magistrato, ndr) nei pressi del tunnel (il cunicolo dove è stato collocato l’esplosivo, ndr) dell’autostrada Capaci-Palermo dove è stato fatto l’attentato».
Il procuratore è particolarmente sarcastico: «Sembra quasi che Totò Riina o il boss Mariano Tullio Troia gli abbiano fatto un contratto di guardianìa del tunnel. Delle Chiaie è ai massimi livelli della destra eversiva. È un ideologo, è un capo. È un soggetto che parlava con Pinochet. Non è uno spiccia faccenda che sta lì a controllare il tunnel. […] A noi pare sinceramente che non abbia nessuna verosimiglianza. Ci mancavano solo, su questa autovettura blu, la bandierina di Avanguardia nazionale e quella dei servizi segreti, tanto per essere più riservati».
Per De Luca questa è una pista da cui non si può cavare «nulla di serio». Il «finto» collaboratore sarebbe stato smentito dalla sua stessa compagna, che non fa riferimento a incontri casuali, ma sostiene che l’ex fidanzato le avrebbe detto di avere partecipato insieme con Delle Chiaie a dei «sopralluoghi» a Capaci e che l’ex terrorista si sarebbe occupato direttamente della ricerca del tritolo. Ma, spiega De Luca, a Cosa nostra, per recuperare l’esplosivo, sarebbe bastato uno spiccia faccende. E soprattutto non avrebbe affiancato a Delle Chiaie uno come Lo Cicero, che la mafia aveva già cercato di eliminare.
De Luca un atto del gip Santi Bologna, che ha archiviato uno dei due filoni d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. Secondo il giudice «non vi è neanche la prova che Lo Cicero conoscesse Delle Chiaie».
Nel suo decreto Bologna afferma che «la tendenza al mendacio di Lo Cicero condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni rispetto alle quali è improponibile pensare di poter estrarre con certezza […] elementi di verità».
Le sue «propalazioni» sarebbero utilizzabili solo nel caso in cui fossero «quasi accessorie».
De Luca sottolinea come il gip sia stato ancora più «caustico» sul contributo della Romeo e cita il decreto: «Il racconto della Romeo che consegna l’istantanea del capo dei capi, impegnato nel baciamano di un capo mandamento, Mariano Tullio Troia, in un contesto nel quale erano presenti una pluralità di persone affiliate all’organizzazione, appare davvero grottesco e degno di un’ambientazione cinematografica di un film di Ciprì e Maresco».
La coppia di collaboratori, insomma, sarebbe una fabbrica di «sciocchezze».
A giudizio di De Luca, Lo Cicero «non ha la più pallida idea della geografia, della terminologia e del “bon ton istituzionale” di Cosa Nostra». Uno «scassapagliari» (un ladruncolo) come lui non può avere parlato con Totò Riina, mentre la Romeo non era altro che una donna pronta a dare «notizie sempre più eclatanti» pur di entrare nel programma di protezione e ricongiungersi al compagno.
De Luca la ritiene totalmente inaffidabile e, ieri, ha cercato di smontare le sue dichiarazioni sul presunto incontro tra Borsellino e Lo Cicero, di cui negli audio l’ex autista non avrebbe mai parlato (altrimenti, secondo il procuratore, Report l’avrebbe mandato in onda).
In aula il procuratore ha riassunto la prima versione offerta dalla donna alla Procura generale di Palermo: prima delle stragi Lo Cicero, da lei accompagnato, sarebbe stato sentito da un magistrato palermitano. E nell’occasione Paolo Borsellino si sarebbe fermato a parlare per una decina di minuti con Lo Cicero. «Ma Alberto non mi ha mai riferito quello che ha detto al dottore Borsellino», ha dichiarato l’ex compagna in tribunale.
A questo punto De Luca sottolinea come, dopo pochi mesi, la versione della testimone, cambi radicalmente con Report. «È completamente stravolto il presunto incontro fra Borsellino e Lo Cicero», commenta.
L’interesse del magistrato non è per la trasmissione in sé, ma per l’incidenza che le dichiarazioni avrebbero «sul materiale probatorio». Infatti, la nuova ricostruzione sarebbe stata «in qualche misura confermata» anche davanti alla Procura di Caltanissetta.
La Romeo in tv ha parlato di un incontro segretissimo tra Lo Cicero e Borsellino in un Palazzo di giustizia deserto, un faccia a faccia non casuale che sarebbe durato cinque ore. All’uscita il «finto» collaboratore avrebbe confidato alla compagna di avere parlato con Borsellino dei «sopralluoghi» con Delle Chiaie.
Quella che era, inizialmente, una chiacchierata di pochi minuti, «diventa un colloquio formidabile che dura ore e ore in piena notte e del quale la Romeo viene a sapere il contenuto, tutto in buona parte riguardante Delle Chiaie».
Per il magistrato è, però, «molto più interessante» l’intervista rilasciata dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi (oggi presidente del Centro studi Borsellino), ritenuto «attendibile al di sopra di ogni sospetto».
Gli inviati di Rai 3 gli hanno sottoposto una vecchia relazione di servizio a sua firma. Nella nota, ricorda Report, si apprende che Teresi avrebbe saputo da Lo Cicero che il boss Troia «poteva godere dell’amicizia e anche della contiguità dell’onorevole Lo Porto».
Teresi, con i cronisti, conferma e non esclude di averne parlato con Borsellino.
Per De Luca sono dichiarazioni tardive perché l’ex collega su questi argomenti è stato sentito molte volte, anche a Caltanissetta, dove gli sarebbe stata mostrata la nota. Per il procuratore l’attuale «deduzione», arrivata a 30 anni di distanza, avrebbe scarso peso.
E soprattutto De Luca non crede che Teresi abbia davvero condiviso con Borsellino questa informazione.
L’inquirente ricorda come i colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa abbiano ricordato di avere visto piangere Borsellino perché «era stato tradito da un amico».
Poteva essere Lo Porto quell’amico? Per De Luca no. Il motivo è semplice. L’ex giudice «non era un uomo di ghiaccio», «sentiva le passioni» e, quindi, se Teresi lo avesse informato dei presunti rapporti di Lo Porto con la mafia avrebbe avuto una reazione «indimenticabile».
«Teresi potrebbe non ricordare un normale colloquio di lavoro […] ma se avesse detto a Borsellino: “Guarda che il tuo amico Guido Lo Porto, frequenta Mariano Tullio Troia”, è ragionevole presumere che Borsellino una reazione l'avrebbe avuta. E questo sarebbe stato un fatto indimenticabile».
De Luca è tranciante: «E, invece, Teresi non ricorda manco di avergli parlato. Da ciò si trae non la prova, ma un elemento, un indizio abbastanza valido del fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse Lo Porto». La conclusione, sconsolata, è questa: «Rimane purtroppo il mistero dell’identità dell'amico che aveva tradito Borsellino e quello che dice Teresi non ci aiuta a risolverlo».
Ma a colpire ancora di più De Luca è l’intervista di Donadio, il pm che, come detto, nel 2007 ha interrogato Lo Cicero e la Romeo nell’ambito di colloqui investigativi che non si sono tradotti in procedimenti giudiziari. Con Report, Donadio ha affermato: «Lo Cicero, dal mio punto di vista, incontrò Borsellino».
Il procuratore nisseno definisce tali dichiarazioni «un po’ strane» («potenza delle telecamere» ironizza) e ricorda come, mentre Lo Cicero era «moribondo», né Donadio, né l’ex procuratore di Palermo Piero Grasso ritennero di dover fare «un atto di impulso», indirizzato alla Procura competente, sulle dichiarazioni della Romeo e del collaboratore di giustizia in fin di vita. «Significa che hanno ritenuto che non c'era trippa per gatti. Altrimenti sarebbe assolutamente incomprensibile».
De Luca appare quasi infastidito: «Donadio non ha motivato tale convincimento, a meno che non si tratti di un dogma di fede, di un assioma o di metafisica o di palla di vetro. L'unica fonte è Maria Romeo, che, in modo ufficiale, Donadio ha detto che non costituiva materiale sufficiente, neanche per fare un atto di impulso».
A Caltanissetta, però, va detto, resta aperto uno dei due fascicoli d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. La gip Graziella Luparello, a dicembre, ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione avanzata da De Luca e dai suoi pm. Dunque, la parola fine di questo romanzo nero non è ancora stata scritta.






