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La Casa Bianca vuole «nazionalizzare» il processo elettorale, ma gli Stati democratici fanno muro. Intanto il caso Epstein aleggia e il progetto-casa di Donald Trump si arena al Congresso.
La Casa Bianca vuole «nazionalizzare» il processo elettorale, ma gli Stati democratici fanno muro. Intanto il caso Epstein aleggia e il progetto-casa di Donald Trump si arena al Congresso.
di Carlo Maria Grillo, ex magistrato e giudice di Cassazione
Magistrato per 48 anni, ho ricoperto funzioni apicali sia come requirente (procuratore della Repubblica) che giudicante (presidente di tribunale e presidente di Corte d’Appello), nonché funzioni di legittimità (Corte di Cassazione). Proprio per la singolarità della mia esperienza giudiziaria, La Verità mi ha chiesto di intervenire sul tema del prossimo referendum.
Dal mio punto di vista sono tante le inesattezze narrate da titolati sostenitori del No e assolutamente criticabile la scelta partigiana dell’Anm, che sposa una causa non condivisa da tutti i magistrati iscritti, sponsorizzandola peraltro con fondi comuni. Esaminiamo dunque alcuni punti salienti della «campagna di disinformazione» del No.
1Viene definito «referendum sulla giustizia», ma non lo è. Come si evince dal titolo della legge costituzionale in discussione, essa ha a oggetto solo norme ordinamentali riguardanti la carriera dei magistrati e il Csm. Certo, in senso lato attiene alla giustizia, ma la riforma non si prefigge di risolverne i gravi e annosi problemi, per cui è pura mistificazione (anche se «a effetto») la critica che tale modifica costituzionale, non migliorando il funzionamento della giustizia, sia del tutto inutile.
2Gli articoli 104 e 107 della Costituzione escludono con chiarezza ogni rischio di sottoposizione dei pm al potere esecutivo, come viene falsamente strombazzato. Per la realizzazione di tale callido progetto, infatti, sarebbe necessaria una successiva legge di revisione della Costituzione per modificare le due citate norme. Ma neppure basterebbe, perché detta legge dovrebbe poi quasi sicuramente affrontare un nuovo referendum confermativo e quindi sarebbe comunque sempre il popolo a sottoporre il pm all’esecutivo.
3Mutare la Costituzione non è un misfatto. Nei quasi 80 anni di vigenza, la nostra Carta fondamentale ha subìto ben 21 riforme sostanziali (leggi di revisione) e una cinquantina di leggi «adeguatrici». Del resto l’adozione di leggi costituzionali è espressamente prevista, sebbene attraverso un iter aggravato, dall’articolo 138 della Costituzione.
4Nessuno «sfregio alla Costituzione più bella del mondo», come viene severamente rimproverato, può essere addebitato a questa riforma.
Innanzitutto, la legge costituzionale di cui si discute non muta - come suggestivamente sostenuto dai fautori del No - sette articoli della Costituzione stravolgendola, ma solo due, il 104 e il 105. Gli altri cinque sono semplicemente adeguati alle citate due norme riformatrici, per renderli con esse compatibili. Non si comprende poi come tale «sfregio» possa venir appoggiato e condiviso da ben tre ex presidenti della Corte costituzionale (Augusto Barbera, Antonio Baldassarre e Cesare Mirabelli), di certo non sospettabili di simpatie per questo governo; da due vicepresidenti della stessa (Giulio Prosperetti e Nicolò Zanon) e da un altro esimio ex giudice della Corte, Sabino Cassese, alcuni dei quali scesi addirittura in campo (con i comitati «La sinistra per il Sì», «Popolari per il Sì» e «Sì riforma»). Tutti illustri giuristi e specialisti della materia, con buona pace dei 121 costituzionalisti per il No, raccolti dal «fisico» Giovanni Bachelet.
5Questa revisione costituzionale non è certamente «di destra», come viene oggi disinvoltamente qualificata; anzi è stata sempre etichettata come una riforma di sinistra. Basterebbe leggere il lucido pensiero di Claudio Petruccioli, giornalista e già direttore dell’Unità nonché ex senatore Pci e Pds; per non dire di Cesare Salvi, Anna Paola Concia, Pina Picierno, Enzo Bianco, Anna Bucciarelli, Stefano Ceccanti, Goffredo Bettini, Matteo Renzi, Antonio Di Pietro e tanti altri. È appena il caso di ricordare che i due avvocati che hanno introdotto nel nostro ordinamento (1989) il processo accusatorio, sostituendo quello inquisitorio di matrice fascista, erano abbastanza «orientati»: il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, al quale ora è intestato un Comitato per il Sì, socialista ed ex partigiano decorato, e l’ex presidente della commissione ministeriale Gian Domenico Pisapia, comunista doc. Entrambi la ritenevano, però, una riforma incompiuta, non contemplando anche la separazione delle carriere dei giudici e dei pm, ineludibile conseguenza della «terzietà» del giudice, pilastro della riforma, con i principi del contraddittorio, dell’oralità e della parità accusa/difesa. Tant’è che il ministro Vassalli è stato sempre contrario a intestarsi questa riforma nella quale non si riconosceva appieno (come risulta da un’intervista al Financial Times del 19 dicembre 1987), ritenendo che la semplice separazione «funzionale» dei magistrati senza quella «ordinamentale» non potesse realizzare sino in fondo il sistema accusatorio. Aveva, però, accettato di «attuare quel poco che si può» per non inimicarsi la magistratura, aggiungendo: «L’Italia è un Paese a sovranità limitata dalla magistratura nelle questioni di giustizia», ripromettendosi di intervenire ancora sulla materia quando le acque sarebbero state più calme. E i magistrati meno allarmati.
6 Si rileva poi dai sostenitori del No, per evidenziare l’inutilità di questa riforma, che la separazione delle carriere di fatto già è stata realizzata dalla legge Cartabia, che ha limitato significativamente il passaggio giudice/pm e viceversa (le cosiddette «porte girevoli»). Altra inesattezza e anche stavolta non in buona fede. Una cosa, infatti, è la separazione delle «funzioni» requirenti e giudicanti, attuata seppure parzialmente dalla detta normativa, cosa ben diversa è la separazione delle «carriere» dei giudici e dei pm, sospirata da oltre 25 anni dai sostenitori della riforma Vassalli, per il suo completamento, dopo la modifica (1999) dell’articolo 111 della Costituzione, che introduce il «giusto processo», fondato sul contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Non può esserci effettiva terzietà del giudice, e quindi parità processuale delle parti, fin quando non verrà reciso ogni rapporto di colleganza tra magistrato giudicante e requirente; finché - tranne rare eccezioni - i magistrati si danno del «tu» rivolgendosi con il «lei» agli avvocati. Concorso d’accesso, corsi di formazione, valutazioni professionali, progressione in carriera, procedimenti disciplinari, ambiente di lavoro (sovente) sono gli stessi e soprattutto unico è l’organo di autotutela (Csm), di rango costituzionale, che col tempo ha finito per essere l’organo rappresentativo del sindacato dei magistrati (Anm) ed espressione delle correnti che lo compongono. In definitiva un’associazione privata controlla un organo costituzionale dello Stato. E questo non appare assolutamente tollerabile.
7Si dice poi che la terzietà del giudice - quindi l’inutilità della riforma - risulta palese dalle numerose pronunzie assolutorie a fronte dei procedimenti penali promossi, donde la frequente dissonanza tra accusa e decisione. Questa però è, a mio avviso, un’argomentazione ingannevole in quanto salta un passaggio. Ciò non potrebbe avvenire perché funziona poco il filtro del passaggio dal giudice per le indagini preliminari? Cioè perché il gip trova più «comodo» allinearsi all’ipotesi accusatoria che archiviare il procedimento, ribaltandola?
8Neppure può rappresentare un tabù lo sdoppiamento del Csm. È vero che la Costituzione ne prevede solo uno, ma perché, col codice fascista Rocco e il processo inquisitorio, la magistratura era un unico corpo. Il processo accusatorio e la conseguente separazione dei magistrati requirenti/giudicanti (primo comma del riformato articolo 104) postula invece due distinti Csm, con a capo il presidente della Repubblica e, componente di diritto, rispettivamente il presidente e il procuratore generale della Cassazione. La coerenza e finalità del sistema è evitare che la carriera dei magistrati requirenti possa essere determinata dai giudicanti e viceversa, come ora accade, e quindi creare una reciproca sudditanza per schivare eventuali problemi.
9Altro punto contrastato della riforma è l’introduzione di un giudice disciplinare esterno al Csm, l’Alta Corte disciplinare (che sarà composta, a riforma approvata, da 15 giudici, di cui nove estratti a sorte tra i magistrati della Cassazione). Drastica soluzione che porrebbe fine, però, a una sospetta «giustizia domestica», dove ciascuno protegge i suoi elettori.
:Ma la vera nota dolente della riforma è il sorteggio, che tocca il nervo scoperto dell’Anm, minacciandone addirittura l’esistenza, quanto meno con l’attuale connotazione, a condizione, però, che lo stesso sia «secco», cioè tra tutti i magistrati aventi determinati requisiti. Di qui la severa condanna anche da parte di chi, fino a ieri, lo invocava pubblicamente per contrastare lo strapotere delle correnti, fenomeno sul quale - dopo lo scandalo Palamara - almeno si dicono ora tutti d’accordo. Appena nel 2021 infatti i paladini del No, Nicola Gratteri e Marco Travaglio, lo ritenevano rispettivamente «la mamma di tutte le riforme» e «l’unica soluzione per sbaragliare le correnti»; aggiungeva Travaglio: «Li sorteggiamo fra i magistrati, mica tra i passanti». Proprio per questa considerazione le critiche al sorteggio finiscono con lo svalutare la figura e la professionalità del magistrato, come se non tutti fossero in grado di svolgere le funzioni di componente del Csm. Non si tiene poi conto che il sorteggio non è estraneo al nostro sistema giurisdizionale, essendo già previsto dall’articolo 135 della Costituzione per l’integrazione della Corte costituzionale nei giudizi contro il presidente della Repubblica, come anche per il tribunale dei ministri (legge costituzionale 1/1989) e per i giudici popolari della Corte d’Assise, che possono irrogare anche la pena dell’ergastolo. Eppure la mitica democrazia ateniese con il sorteggio (klerosis) assegnava la maggior parte delle magistrature amministrative e giudiziarie, per dare a ciascuno la possibilità di partecipare alla vita pubblica e per prevenire favoritismi e corruzione.
Speriamo che la politica non avveleni questa scelta referendaria e che l’Italia si confermi «il bel Paese là dove il Sì suona».
Monsignor Giovanni D’Ercole legge il nostro tempo come un’epoca di emergenze permanenti: paura, crisi continue, identità smarrite. Nell’intervista parla di manipolazione culturale, fede indebolita, ideologie sostitutive e del bisogno urgente di riscoprire verità, radici e coraggio.
È stata una giornata singolare quella di ieri. Quasi straniante. Un procuratore della Repubblica ha parlato per due ore per smentire il contenuto di una trasmissione televisiva. Detta così potrebbe sembrare un’iniziativa da Corea del Nord. Ma in realtà il capo degli inquirenti di Caltanissetta, Salvo De Luca, in commissione Antimafia, è parso «parlare a nuora perché suocera intenda». E la suocera, in questo caso, sarebbero i colleghi e investigatori intervistati da Report: «Probabilmente anche noi magistrati a volte ci facciamo suggestionare dalla dalle telecamere. È una debolezza umana…», ha commentato l’audito.
In due ore fitte De Luca ha smontato la cosiddetta «pista nera» sulla strage di Capaci e ha demolito la «credibilità» (in generale) e l’«attendibilità» (nel particolare, sulle dichiarazioni fatte) di Alberto Lo Cicero, il sedicente uomo d’onore su cui si basavano le teorie di un coinvolgimento del leader di Avanguardia nazionale ed estremista di destra Stefano Delle Chiaie nell’attentato a Giovanni Falcone.
«Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente», è stato il monito del magistrato. Che ha aggiunto: «I principali disastri giudiziari sin qui registrati sono stati causati da un’inesperta o non adeguata trattazione dei collaboratori di giustizia. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio a opera di Vincenzo Scarantino che molto probabilmente con una migliore gestione dei collaboratori si sarebbero potuti evitare».
Per la toga «la mancanza totale di credibilità» rende possibile un’analogia tra il pentito farlocco per eccellenza, Scarantino, e Lo Cicero, preso molto sul serio dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci.
Nella puntata del 4 gennaio scorso Report ha mandato in onda stralci delle dichiarazioni rese da Lo Cicero nei suoi colloqui investigativi con l’ex pm Gianfranco Donadio. Ma per il procuratore quelle sarebbero quasi chiacchiere da bar, inutilizzabili processualmente e, soprattutto, non riscontrate.
Il procuratore ha ricordato che in una sentenza, divenuta irrevocabile, si leggeva che «Lo Cicero ha certamente mentito circa la sua qualifica di uomo d’onore e di Cosa nostra» e ciò minerebbe alla radice «la credibilità del collaboratore». Partendo da questo assunto, tutto quanto ha riferito, per De Luca, «diventa carta straccia».
In commissione Antimafia il magistrato ha riportato una delle affermazioni più rilevanti contenuta nelle audiocassette scovate da Report: «Nel mio andare e venire da casa mia a casa di Maria Romeo (la compagna, ndr), più volte ho visto un’autovettura blu di servizio come quelle che usate voi (parlava al magistrato, ndr) nei pressi del tunnel (il cunicolo dove è stato collocato l’esplosivo, ndr) dell’autostrada Capaci-Palermo dove è stato fatto l’attentato».
Il procuratore è particolarmente sarcastico: «Sembra quasi che Totò Riina o il boss Mariano Tullio Troia gli abbiano fatto un contratto di guardianìa del tunnel. Delle Chiaie è ai massimi livelli della destra eversiva. È un ideologo, è un capo. È un soggetto che parlava con Pinochet. Non è uno spiccia faccenda che sta lì a controllare il tunnel. […] A noi pare sinceramente che non abbia nessuna verosimiglianza. Ci mancavano solo, su questa autovettura blu, la bandierina di Avanguardia nazionale e quella dei servizi segreti, tanto per essere più riservati».
Per De Luca questa è una pista da cui non si può cavare «nulla di serio». Il «finto» collaboratore sarebbe stato smentito dalla sua stessa compagna, che non fa riferimento a incontri casuali, ma sostiene che l’ex fidanzato le avrebbe detto di avere partecipato insieme con Delle Chiaie a dei «sopralluoghi» a Capaci e che l’ex terrorista si sarebbe occupato direttamente della ricerca del tritolo. Ma, spiega De Luca, a Cosa nostra, per recuperare l’esplosivo, sarebbe bastato uno spiccia faccende. E soprattutto non avrebbe affiancato a Delle Chiaie uno come Lo Cicero, che la mafia aveva già cercato di eliminare.
De Luca un atto del gip Santi Bologna, che ha archiviato uno dei due filoni d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. Secondo il giudice «non vi è neanche la prova che Lo Cicero conoscesse Delle Chiaie».
Nel suo decreto Bologna afferma che «la tendenza al mendacio di Lo Cicero condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni rispetto alle quali è improponibile pensare di poter estrarre con certezza […] elementi di verità».
Le sue «propalazioni» sarebbero utilizzabili solo nel caso in cui fossero «quasi accessorie».
De Luca sottolinea come il gip sia stato ancora più «caustico» sul contributo della Romeo e cita il decreto: «Il racconto della Romeo che consegna l’istantanea del capo dei capi, impegnato nel baciamano di un capo mandamento, Mariano Tullio Troia, in un contesto nel quale erano presenti una pluralità di persone affiliate all’organizzazione, appare davvero grottesco e degno di un’ambientazione cinematografica di un film di Ciprì e Maresco».
La coppia di collaboratori, insomma, sarebbe una fabbrica di «sciocchezze».
A giudizio di De Luca, Lo Cicero «non ha la più pallida idea della geografia, della terminologia e del “bon ton istituzionale” di Cosa Nostra». Uno «scassapagliari» (un ladruncolo) come lui non può avere parlato con Totò Riina, mentre la Romeo non era altro che una donna pronta a dare «notizie sempre più eclatanti» pur di entrare nel programma di protezione e ricongiungersi al compagno.
De Luca la ritiene totalmente inaffidabile e, ieri, ha cercato di smontare le sue dichiarazioni sul presunto incontro tra Borsellino e Lo Cicero, di cui negli audio l’ex autista non avrebbe mai parlato (altrimenti, secondo il procuratore, Report l’avrebbe mandato in onda).
In aula il procuratore ha riassunto la prima versione offerta dalla donna alla Procura generale di Palermo: prima delle stragi Lo Cicero, da lei accompagnato, sarebbe stato sentito da un magistrato palermitano. E nell’occasione Paolo Borsellino si sarebbe fermato a parlare per una decina di minuti con Lo Cicero. «Ma Alberto non mi ha mai riferito quello che ha detto al dottore Borsellino», ha dichiarato l’ex compagna in tribunale.
A questo punto De Luca sottolinea come, dopo pochi mesi, la versione della testimone, cambi radicalmente con Report. «È completamente stravolto il presunto incontro fra Borsellino e Lo Cicero», commenta.
L’interesse del magistrato non è per la trasmissione in sé, ma per l’incidenza che le dichiarazioni avrebbero «sul materiale probatorio». Infatti, la nuova ricostruzione sarebbe stata «in qualche misura confermata» anche davanti alla Procura di Caltanissetta.
La Romeo in tv ha parlato di un incontro segretissimo tra Lo Cicero e Borsellino in un Palazzo di giustizia deserto, un faccia a faccia non casuale che sarebbe durato cinque ore. All’uscita il «finto» collaboratore avrebbe confidato alla compagna di avere parlato con Borsellino dei «sopralluoghi» con Delle Chiaie.
Quella che era, inizialmente, una chiacchierata di pochi minuti, «diventa un colloquio formidabile che dura ore e ore in piena notte e del quale la Romeo viene a sapere il contenuto, tutto in buona parte riguardante Delle Chiaie».
Per il magistrato è, però, «molto più interessante» l’intervista rilasciata dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi (oggi presidente del Centro studi Borsellino), ritenuto «attendibile al di sopra di ogni sospetto».
Gli inviati di Rai 3 gli hanno sottoposto una vecchia relazione di servizio a sua firma. Nella nota, ricorda Report, si apprende che Teresi avrebbe saputo da Lo Cicero che il boss Troia «poteva godere dell’amicizia e anche della contiguità dell’onorevole Lo Porto».
Teresi, con i cronisti, conferma e non esclude di averne parlato con Borsellino.
Per De Luca sono dichiarazioni tardive perché l’ex collega su questi argomenti è stato sentito molte volte, anche a Caltanissetta, dove gli sarebbe stata mostrata la nota. Per il procuratore l’attuale «deduzione», arrivata a 30 anni di distanza, avrebbe scarso peso.
E soprattutto De Luca non crede che Teresi abbia davvero condiviso con Borsellino questa informazione.
L’inquirente ricorda come i colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa abbiano ricordato di avere visto piangere Borsellino perché «era stato tradito da un amico».
Poteva essere Lo Porto quell’amico? Per De Luca no. Il motivo è semplice. L’ex giudice «non era un uomo di ghiaccio», «sentiva le passioni» e, quindi, se Teresi lo avesse informato dei presunti rapporti di Lo Porto con la mafia avrebbe avuto una reazione «indimenticabile».
«Teresi potrebbe non ricordare un normale colloquio di lavoro […] ma se avesse detto a Borsellino: “Guarda che il tuo amico Guido Lo Porto, frequenta Mariano Tullio Troia”, è ragionevole presumere che Borsellino una reazione l'avrebbe avuta. E questo sarebbe stato un fatto indimenticabile».
De Luca è tranciante: «E, invece, Teresi non ricorda manco di avergli parlato. Da ciò si trae non la prova, ma un elemento, un indizio abbastanza valido del fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse Lo Porto». La conclusione, sconsolata, è questa: «Rimane purtroppo il mistero dell’identità dell'amico che aveva tradito Borsellino e quello che dice Teresi non ci aiuta a risolverlo».
Ma a colpire ancora di più De Luca è l’intervista di Donadio, il pm che, come detto, nel 2007 ha interrogato Lo Cicero e la Romeo nell’ambito di colloqui investigativi che non si sono tradotti in procedimenti giudiziari. Con Report, Donadio ha affermato: «Lo Cicero, dal mio punto di vista, incontrò Borsellino».
Il procuratore nisseno definisce tali dichiarazioni «un po’ strane» («potenza delle telecamere» ironizza) e ricorda come, mentre Lo Cicero era «moribondo», né Donadio, né l’ex procuratore di Palermo Piero Grasso ritennero di dover fare «un atto di impulso», indirizzato alla Procura competente, sulle dichiarazioni della Romeo e del collaboratore di giustizia in fin di vita. «Significa che hanno ritenuto che non c'era trippa per gatti. Altrimenti sarebbe assolutamente incomprensibile».
De Luca appare quasi infastidito: «Donadio non ha motivato tale convincimento, a meno che non si tratti di un dogma di fede, di un assioma o di metafisica o di palla di vetro. L'unica fonte è Maria Romeo, che, in modo ufficiale, Donadio ha detto che non costituiva materiale sufficiente, neanche per fare un atto di impulso».
A Caltanissetta, però, va detto, resta aperto uno dei due fascicoli d’inchiesta sulla cosiddetta pista nera. La gip Graziella Luparello, a dicembre, ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione avanzata da De Luca e dai suoi pm. Dunque, la parola fine di questo romanzo nero non è ancora stata scritta.
«Grazie all’operazione verità, fatta dalla Verità. Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che sono più quelli fuori che dentro».
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative.
Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione?
«La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri».
E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia?
«Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena ” casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva».
Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade.
«Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione».
Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque?
«L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure».
Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile?
«Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene».
Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli «adulti in area penale esterna», che risultano fuori controllo?
«A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica».
Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente.
«Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi».
Si riferisce a qualche provvedimento recente?
«Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità».
Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse.
«Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte».

