Serve un’inchiesta alla «Report» sul caso Ranucci
L'abitazione del giornalista di Report Sigfrido Ranucci dopo l'espolsione dell'ordigno il 17 ottobre 2025. (Ansa)

Di solito, gli amici non arruolano dei criminali per far esplodere una bomba sotto la tua auto. E chi ha grande affetto per te non rischia di farti saltare in aria insieme alla tua famiglia, collocando un ordigno sull’uscio di casa. Il conduttore di Report, tuttavia, dice di pensare che Lavitola non avrebbe mai voluto fare del male a lui e ai suoi.

Sarà, ma le forze dell’ordine e la magistratura al momento la pensano diversamente, al punto che hanno indagato l’uomo del caso Fini (fu lui a incastrare l’ex leader di An consegnando gli atti d’acquisto della casa di Montecarlo) per tentata strage, oltre che per detenzione e impiego illegale di esplosivi, danneggiamento e minaccia. Tutti reati contestati con l’aggravante del metodo mafioso senza però che dietro ci sia neppure l’ombra della mafia. O della camorra, come inizialmente si era ipotizzato. Dunque, perché Lavitola dovrebbe aver commissionato l’attentato, rivolgendosi per tramite del cameriere africano del suo ristorante a una banda che neppure conosceva Ranucci? La domanda al momento è senza risposta, perché gli inquirenti sono al lavoro e non si sbottonano. Ma da quel che si capisce inseguono una pista che non ha nulla a che fare con la ritorsione per un’inchiesta del giornalista, ma si colloca in un ambito diverso.

Con i cronisti che lo hanno sentito dopo la diffusione della notizia del sequestro di pc e telefoni di Lavitola, Ranucci ha insistito molto sul rapporto di sincero affetto che lo lega all’ex editore della testata socialista, il quale peraltro lo ha chiamato proprio mentre i carabinieri stavano perquisendogli casa, rivelandosi «agitato». E come se lo spiega il conduttore di Report il fatto che, per i pm, una persona a lui legata da «sincero affetto» sia il mandante della bomba che ha distrutto le auto di famiglia? «Posso solo immaginare», ha detto ai giornalisti, «che l’attentato non fosse diretto a me, ma piuttosto a qualcun altro per non farmi arrivare qualche notizia. Ecco perché comunque penso che non mi avrebbe mai fatto del male. Insomma, un gesto trasversale». Quale sia questo gesto trasversale non è chiarissimo. Una persona che non ti vuole fare del male evita di farti mettere una bomba sotto casa. E pure se vuole impedire che ti diano una notizia non ingaggia una banda per far collocare un ordigno accanto al tuo cancello.

Dunque, si torna alla domanda iniziale: che interesse poteva avere un amico a compiere un attentato contro Ranucci, affrettandosi – mentre i carabinieri gli perquisiscono casa – a telefonare al conduttore? La domanda al momento è senza risposta. Ma il cronista del Corriere della Sera non ha perso l’occasione per porre al giornalista un quesito: «C’è chi dice che con questo attentato lei avrebbe accresciuto la sua visibilità». «Ma figuriamoci», ha risposto Ranucci, «semmai avrei bisogno di averne di meno. La storia della bomba come un favore nei miei confronti mi sembra davvero assurda, come quella che sarei andato in cerca di solidarietà. Quella che ho ricevuto è durata il battito d’ali di una farfalla. Dalla commissione di vigilanza della Rai ho ricevuto solo insulti».

Però c’è anche chi sospetta che Lavitola avesse un disegno politico e che volesse proprio coinvolgere l’amico Ranucci. «È vero che aveva intenzione di varare un progetto politico», conferma il conduttore, «e di questo abbiamo anche scherzato insieme, ma io non mi sarei mai candidato». Insomma, più si va avanti e più la faccenda si fa oscura. Una sola cosa appare chiara: l’attentato non sembra avere nulla a che fare con l’attività del giornalista. Niente ritorsioni, nessuna minaccia in conseguenza di un servizio tv. Un gesto trasversale da vero amico? Per scoprirlo ci vorrebbe un’inchiesta alla Report su chi ruota intorno a Mr. Report.

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