L’altra sera ero in televisione a commentare il grave accoltellamento avvenuto a Milano per mano di Lamin Saidilly, uno squilibrato di origine gambiana nato in Italia, il quale a un tratto ha infilzato ripetutamente un signore – Gerardo Pastore – che se ne stava al bar a bere il caffè col il padre. Il legale del ragazzo sottolinea che ora «non ricorda nulla, è confuso», e che «se era andato via da casa per un percorso di ricerca di sé». Purtroppo per Gerardo, nel percorso di ricerca di sé si portava in giro un coltello di 21 centimetri, di cui sette di lama.
E, da quel che si deduce dalle telecamere, indossava una felpa. A luglio, col caldo che c’è. Il che avrebbe dovuto portare le forze dell’ordine, soprattutto la polizia locale quando non è impegnata a dare le multe, a tenere sotto controllo questa persona, che almeno dal giorno precedente bazzicava la zona avendo dormito su una panchina. Altre verifiche sul profilo di Saidilly, tra l’altro, farebbero emergere che il ragazzo, nel novembre 2023, aveva accoltellato e rapinato un venticinquenne fuori da un pub a Leeds. Come anticipato su queste colonne, sarebbe anche stato in carcere nel Regno Unito per quel «blitz». Insomma, un bel tipino. A me sembra che stiamo sottovalutando alcuni elementi «esterni» che già indicano delle informazioni da bollino rosso. A costo di prendermi ogni genere di accusa, ripeto quel che ho detto durante la trasmissione 4 di Sera: non è possibile aumentare i controlli tipo le perquisizioni personali? Se questa persona, vagabonda e con indosso una felpa, fosse stata controllata, gli avremmo sottratto l’arma da taglio. E quindi avremmo evitato l’agguato. Non mi interessano le eventuali accuse di razzismo o altro, velatamente rivoltemi nello studio televisivo dal direttore dell’Unità, Piero Sansonetti: mi interessa ridurre al massimo la possibilità di certi episodi, a seguito dei quali balbettiamo poi frasi del tipo: era uno squilibrato. Be’, certo, le persone equilibrate non investono con la macchina i passanti, non accoltellano la gente che beve il caffè al bar e non fanno risse col machete. Se proprio la devo dire tutta, aggiungo che, per quel che mi riguarda, aumenterei persino i controlli a chi va in giro vestito con le «uniformi» da maranza. È esagerato? Può darsi, ma dopo un anno passato nella trasmissione di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano, dove questi ragazzi ammettono candidamente di andare in giro con i coltelli perché «questa è la legge della strada», è ora di alzare il livello di ingaggio. Francamente mi sono rotto di sentire frasi del genere, come se la strada fosse una mappa da spartirsi tra bande o il luogo dove questi ragazzi possono esercitare prepotenza e violenza. Se aumentassimo le perquisizioni a scopo preventivo, ridurremmo senza dubbio coltelli, tirapugni, catene e droghe. Ovviamente bisogna intervenire per dare la possibilità alle forze dell’ordine di effettuarle come misure di controllo per ridurre quel che poi ci tocca commentare.
Risulta sempre più chiaro (e i maranza non fanno nulla per nasconderlo) che l’atteggiamento arrogante è di sfida continua, come se la realtà fosse una specie di palcoscenico per videoclip di musica trapper, i cui testi sono un manifesto di odio o di ribellione. Va bene la prevenzione, ma qui stiamo dimenticando il controllo e la sanzione!
Non passa giorno che le cronache non riportino tafferugli, risse, disordini creati per dimostrare di esserci. Non passa settimana che non si debba fare i conti con accoltellamenti, il più delle volte generati da questi ragazzi, figli di immigrati che arrivano dall’Africa o dal Sud America (pure le gang di latinos sono un bel problema). Se aumenta la percezione di insicurezza è perché per strada o sui mezzi pubblici o addirittura a scuola l’atteggiamento è sempre quello di prepotenza.
La sera del 2 luglio, in pieno centro (zona Colosseo) a Roma, una festa di compleanno con circa 20-30 giovani si è trasformata in guerriglia urbana: dopo aver esploso fuochi d’artificio, il gruppo ha circondato e assaltato un’auto della polizia locale, salendo sul cofano e danneggiando il mezzo. Sempre negli ultimi giorni, a Milano Bicocca, si è registrata una violenta rissa tra oltre 30 giovani che ha coinvolto i residenti (il bilancio è stato di diversi feriti, inclusi sei agenti della polizia locale finiti in ospedale); ancora nella Capitale, a Trastevere, disordini e tensioni serali dovuti al lancio di petardi e fuochi d’artificio abusivi in mezzo alle auto e alle abitazioni; sulle sponde del lago di Como, in diverse località, si sono verificate ripetute incursioni di gruppi di giovanissimi che hanno causato problemi di ordine pubblico e occupazione abusiva dei pontili, spingendo le amministrazioni locali a richiedere presidi e «scorte» per la sicurezza. Si sentono come padroni delle città col pieno diritto di creare il panico.
Per chiudere. Debellare totalmente tali episodi è impossibile, ma aumentare le perquisizioni personali riduce fortemente sia il traffico di lame e poi fa capire che lo Stato non ha la minima intenzione di accettare l’andazzo.
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