Sono tutti matti. O per lo meno pensano di riuscire a dimostrare di esserlo, così da poter evitare la galera per una più comoda struttura psichiatrica. Il difensore di Lamin Saidilly, il gambiano che senza ragione l’altro ieri a Milano ha accoltellato un tecnico informatico che neppure conosceva, non ha ancora chiesto di sottoporre il suo cliente a visita medica, ma immagino che lo farà presto.
Del resto, le dichiarazioni rese dal legale appena finito l’interrogatorio del giovane vanno in questa direzione. «È un ragazzino molto smarrito, che di quanto è successo non ricorda niente, se non il momento in cui è stato arrestato». Perché è fuggito da casa, hanno chiesto i giornalisti. Quesito a cui l’avvocato Simona Brambilla, che aveva appena detto di aver dovuto spiegare a Saidilly perché fosse in carcere, ha risposto aggiungendo che quella del suo cliente non è stata una fuga, ma un percorso alla ricerca di se stesso. Certo, non tutti quelli che vanno in cerca di una ragione d’essere sferrano venti coltellate contro il primo che incontrano, ma immagino che la frase rientri in una strategia difensiva, come la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm. Prima di Saidilly peraltro, ci aveva già provato Salim El Koudri, il marocchino laureato in economia che a metà maggio pensò bene di scaricare la rabbia per non avere ottenuto un lavoro soddisfacente con una corsa in macchina. C’è chi il nervoso se lo fa passare premendo l’acceleratore su una superstrada e chi invece imbocca una via pedonale mettendo sotto quante più persone riesce. Ma poi ovviamente lui, o chi per lui, invoca l’infermità mentale. Com’è successo con Khalid De Greata, un nigeriano che, tempo fa uccise, senza motivo un cinquantunenne che a Torino passeggiava in compagnia di un amico tra i banchi del mercato. Non conosceva la vittima, ma secondo il perito nominato dal giudice l’assassino soffriva di un «disturbo paranoide alimentato dal disadattamento reattivo alla condizione di migrante». Insomma, essere giunto in Italia, dove peraltro nessuno lo aveva invitato, aveva acuito i suoi problemi, perché l’extracomunitario, poverino, non era riuscito ad adattarsi: e a farne le spese fu il papà di tre ragazzi.
Si può continuare con un altro «matto», ovvero Said Mechaquat, che sempre a Torino sgozzò un giovane colpevole di avere un’aria felice. Il legale dell’assassino ha provato a invocare un vizio di mente, ma per fortuna i giudici non gli hanno dato retta, condannando l’immigrato (come Saidilly e come El Koudri era italiano, dunque in base ai curiosi ragionamenti della sinistra immigrazionista era integrato) a 30 anni di carcere. Pure Moussa Sangare, lo straniero che a Terno d’Isola, in provincia di Bergamo, ha provato a giocare la carta della perizia psichiatrica, nella speranza di essere curato invece che detenuto per il delitto di Sharon Verzeni, non è riuscito a impietosire i giudici, che gli hanno dato l’ergastolo.
Ho fatto questo breve elenco di casi «psichiatrici» di italiani di importazione per segnalare non soltanto il fenomeno in crescita, ma perché penso sia giusto pensare a come togliere la cittadinanza in situazioni come queste e anche che sia sensato parlare di remigrazione. Perché dovremmo concedere asilo a persone che non si integrano e costituiscono un pericolo per la nostra società? A sinistra pensano che rimandare a casa un po’ di stranieri sia sbagliato perché abbiamo bisogno di manodopera, quasi come se gli episodi che ho raccontato fossero effetti collaterali di un flusso che non solo non si può fermare ma di cui abbiamo bisogno. Tuttavia, i compagni non vogliono vedere il problema: nessuno dei soggetti di cui sopra lavorava, semmai erano a carico del sistema di welfare italiano. La grande finzione con cui si legittimano gli sbarchi e la permanenza di decine se non centinaia di migliaia di persone che non hanno titolo per restare in Italia è che abbiamo bisogno di manodopera. Ma nessuno vuole cacciare chi lavora e rispetta le leggi: noi vogliamo allontanare i clandestini e rimandare a casa loro i criminali e, perché no, pure i matti. Che cosa c’è di male? Che cosa c’è di tanto strano nel volersi liberare di persone che oltre a costare, mettono a rischio la sicurezza delle persone? Matti o no, non sono graditi.
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