Dalla strage di Roma ai delitti maturati nelle famiglie bengalesi, fino all’economia parallela fatta di rimesse, caporalato e inchieste: si moltiplicano le ombre di una comunità sempre più presente in Italia.
Il sangue sul pavimento della cucina. Un uomo che si risveglia da un torpore provocato da un sonnifero e scopre di essere stato evirato. Un altro che impugna un coltello, uccide il fratello e poi mostra il corpo ai parenti durante una videochiamata. Un ventenne che si avventa contro padre, madre e fratello. Una ragazza di 15 anni che sparisce nel nulla e viene ritrovata otto anni dopo, sepolta vicino a un hotel. Una donna colpita alla testa, lasciata agonizzare e poi lanciata dalla finestra quando era ancora agonizzante. L’ultimo capitolo è il triplice omicidio di Roma: l’amico di famiglia invaghito di una donna con due figli che, a colpi di mannaia, uccide lei, il marito e la figlia più piccola. E poi sparisce.
Sono vicende differenti, con percorsi processuali e responsabilità autonomi che, in diversi casi, attendono ancora il vaglio dei giudici. Ma presentano alcuni elementi ricorrenti: la violenza che esplode all’interno della cerchia familiare o affettiva, le modalità esecutive di estrema brutalità e protagonisti e vittime che appartengono a nuclei di immigrati originari del Bangladesh.
Il 1° maggio, ad Angri, in provincia di Salerno, tutto comincia in un’abitazione. Una coppia originaria del Bangladesh si è trasferita da pochi giorni in un nuovo appartamento. A scegliere l’alloggio, secondo la ricostruzione dei carabinieri, sarebbe stato il convivente, un quarantunenne che voleva una casa più grande, perché avrebbe voluto ospitare anche la prima moglie. È questa prospettiva, secondo l’ipotesi investigativa, che avrebbe alimentato i contrasti con la nuova compagna, 35 anni, anche lei originaria del Bangladesh. L’uomo racconta di avere avvertito una forte sonnolenza mentre stava pranzando. Da qui l’ipotesi che il cibo possa essere stato condito con un sonnifero. Quando il quarantunenne cade in uno stato di torpore, stando all’accusa, la compagna avrebbe preso un coltello da cucina e l’avrebbe evirato. Proprio come fece Lorena Bobbitt, nel 1993, con il marito John Wayne Bobbitt. Nonostante la gravità della ferita, la vittima è riuscita a chiedere aiuto ai vicini. I soccorritori fermano l’emorragia e dispongono il trasferimento d’urgenza all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, dove l’uomo viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Lei viene arrestata quasi in flagranza, con l’accusa di tentato omicidio e lesioni gravissime.
Sempre il 1° maggio, ma a Tricase, in provincia di Lecce, un altro fatto di sangue scuote una famiglia di immigrati provenienti dal Bangladesh. Sheikh Md Humaun, 33 anni, viene accusato di avere ucciso nel corso di una lite il fratello minore (28 anni). Ma il particolare che rende il caso più inquietante arriva dopo il delitto. Secondo quanto emerso nelle indagini, Md Humaun avrebbe avviato una videochiamata con i familiari rimasti in Bangladesh per confessare di avere appena ucciso suo fratello. Mostra l’arma: un coltello da cucina. Mostra anche il corpo della vittima, riverso sul pavimento dell’abitazione. La scena compare su molti siti di news del Bangladesh, dove si fa riferimento ai dissidi tra i due. Il primo esame medico-legale rileva tre coltellate. Quella inferta di spalle, all’altezza della regione lombare, è risultata mortale.
A Fano, invece, la violenza attraversa tutta la famiglia. Il 6 aprile scorso, in una casa di via XII Settembre, a due passi dalla stazione, Rafi Md, 20 anni, originario del Bangladesh, litiga con il fratello sedicenne. Il conflitto, hanno ipotizzato gli investigatori, potrebbe essere nato dal rapporto difficile tra i due fratelli e il padre, segnato da vecchi dissapori. Quando il padre e la madre intervengono per separarli, diventano anche loro bersagli dell’aggressione. Il giovane usa più di un coltello. Il padre viene colpito alla testa, al collo e alla schiena. Sarà lui, alla fine, a riportare le lesioni più gravi. La madre e il fratello riportano ferite meno gravi, ma finiscono comunque in ospedale. I carabinieri fermano Rafi Md a 50 metri dall’abitazione. Appena i militari si sono avvicinati avrebbe ammesso: «Sono stato io». Il ragazzo, hanno poi spiegato i suoi avvocati, avrebbe parlato di un «raptus improvviso, legato a una situazione familiare difficile», ricordando «maltrattamenti subiti, per anni e in silenzio, dal padre». Proprio davanti al gip, durante la convalida, avrebbe chiesto scusa e manifestato il desiderio di parlare con i familiari. Dalle testimonianze di chi conosceva la famiglia, però, sarebbe emerso un «contesto familiare violento, segnato da tensioni e litigi frequenti anche con il vicinato».
La storia di Cameyi Mosammet, invece, è diversa. Ma nasce ancora all’interno di una relazione. La ragazza ha 15 anni quando scompare da Ancona. È il 29 maggio 2010. Per otto anni di lei non si sa più nulla. Poi, nel marzo 2018, i suoi resti vengono ritrovati sepolti non lontano dal grattacielo multietnico Hotel House di Porto Recanati. Lì viveva il fidanzatino dell’epoca. Oggi, davanti alla Corte d’assise di Macerata, è imputato. Monir Kazi, 35 anni, residente ormai in Bangladesh. Secondo l’accusa avrebbe ucciso Cameyi per una gelosia ossessiva. Il processo è iniziato solo dopo un percorso complicatissimo: quattro anni di udienza preliminare, dieci rinvii e il problema principale della notifica all’imputato all’estero. Mancava la prova che Kazi fosse a conoscenza del procedimento. La situazione si sblocca lo scorso dicembre quando, in videoconferenza, Kazi dichiara di conoscere il procedimento e di essersi recato in ambasciata per ritirare i documenti giudiziari. La pm Rosanna Buccini ha presentato una lista con 45 testimoni. Kazi, nel frattempo, attende a oltre 7.000 chilometri gli esiti del procedimento.
L’ultima vicenda arriva da Genova. C’è una sentenza di primo grado. L’imputato è Ahmed Mustak, operaio del Bangladesh. La vittima è la moglie, Sharmin Sultana. La morte era stata presentata come un suicidio. Per la Corte d’assise, invece, fu delitto atroce. Nelle motivazioni della condanna a 22 anni e 6 mesi, i giudici scrivono che Mustak «ha mentito spudoratamente» e ha fornito versioni «fantasiose e del tutto inverosimili». Secondo la ricostruzione dell’accusa, accolta dalla Corte, nella notte tra il 6 e il 7 marzo 2023 l’uomo avrebbe colpito la moglie da dietro, in cucina, con un oggetto, provocandole una ferita alla testa. Lei sarebbe rimasta a terra agonizzante per ore. Lui non avrebbe chiamato i soccorsi. Poi, a notte inoltrata, l’avrebbe lanciata dalla finestra, pur sapendo che era ancora viva, «quasi si trattasse di un oggetto», scrivono i giudici, del quale liberarsi. Il movente? Lei, secondo la ricostruzione della Procura, voleva emanciparsi, cercava un lavoro e usava troppo i social network. Come negli altri casi il perimetro è la coppia, la casa, la famiglia, il rapporto sentimentale o fraterno. È la sequenza di delitti familiari nei nuclei originari del Bangladesh. Una coincidenza, per ora. O, forse, un fenomeno da comprendere.

Un’economia ombra che macina affari sfruttando i migranti
La comunità è quella che invia in patria le rimesse più ricche: 1,4 miliardi nel 2025. Le inchieste per estorsione si moltiplicano.
Un’economia parallela, frammentata, che ruota attorno a lavoro povero, microimprese, trasferimenti di denaro, commercio di strada e servizi per la diaspora dei migranti. È poco visibile. Ma produce. Tanto da piazzarsi, nel 2025, al primo posto come Paese destinatario delle rimesse inviate dall’Italia: il 19,6% del totale. Lo certifica Bankitalia: gli immigrati del Bangladesh in Italia hanno trasferito verso Dacca quasi 1,4 miliardi di euro. Le rimesse sono denaro lecito, spesso inviato alle famiglie rimaste nel Paese d’origine. Ma un flusso di questa dimensione merita di essere osservato. Perché accanto all’economia regolare, negli anni, le Procure hanno acceso i riflettori su una serie di zone grigie.
Il primo caso, eclatante, risale al 2020. A Roma la Guardia di finanza colpì un sistema di money transfer che, secondo l’ipotesi investigativa, aveva movimentato illecitamente verso il Bangladesh circa 20 milioni di euro. Furono sequestrati un istituto di pagamento e sei agenzie. Gli investigatori ricostruirono migliaia di operazioni ritenute irregolari. Non era il denaro inviato alle famiglie a finire sotto osservazione, ma il modo in cui veniva trasferito: operazioni spezzettate, controlli aggirati, verifiche sull’identità dei clienti ritenute insufficienti, obblighi antiriciclaggio sistematicamente elusi. Cinque anni dopo, tra Marghera e Venezia, la Guardia di finanza ha notificato verbali di accertamento a circa 450 cittadini originari del Bangladesh che avevano trasferito nel Paese d’origine somme superiori ai limiti previsti dalla normativa antiriciclaggio, tramite le solite operazioni frazionate o comunque eccedenti la soglia consentita di 1.000 euro settimanali. Non si trattava di un’inchiesta per riciclaggio, ma di contestazioni amministrative. Tuttavia il dato racconta quanto sia intenso il ricorso a questi canali finanziari e quanto le autorità li considerino un canale per intercettare anomalie.
La seconda zona grigia è il commercio minuto. I settori ricorrenti sono quelli dell’economia urbana: ristorazione, minimarket, phone center, negozi alimentari, servizi alla persona, commercio ambulante, attività a conduzione familiare. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di imprese regolari. Ma è proprio la polverizzazione di migliaia di piccole attività a rendere più difficile individuare ciò che avviene sotto la superficie. Un contratto irregolare non fa notizia. Nemmeno un affitto commerciale intestato a un prestanome, un’attività ceduta solo formalmente, un dipendente pagato in parte in contanti o un esercizio che cambia titolare più volte in pochi anni. Singolarmente sono episodi minimi. Mettendoli insieme, però, possono fotografare un fenomeno. Una vecchia inchiesta di Panorama aveva acceso un faro proprio su Roma e sul mercato dei souvenir. Bancarelle, chioschi e piccoli negozi concentrati nelle aree più frequentate dai turisti, con operatori originari del Bangladesh inseriti in un circuito fatto di merce contraffatta, abusivismo commerciale e controllo informale degli spazi di vendita. Anche in questo caso il punto è il contesto economico nel quale operavano: un settore caratterizzato da elevata circolazione di contante, margini ridotti, ricambio continuo delle licenze e frequenti verifiche da parte delle forze dell’ordine.
Il terzo livello è quello del lavoro. Molti immigrati del Bangladesh trovano occupazione nei comparti meno qualificati del mercato italiano: logistica, manifattura, edilizia, agricoltura, ristorazione e consegne a domicilio. Ambiti nei quali il confine tra integrazione e sfruttamento può diventare molto sottile. In questo schema il migrante è spesso la parte debole: lavora 12 ore al giorno, vive in appartamenti sovraffollati, manda a casa gran parte dello stipendio e continua a ripagare il debito contratto per raggiungere l’Europa. Ma alcune inchieste raccontano anche un altro passaggio. Chi riesce a stabilizzarsi diventa talvolta intermediario per altri connazionali. Procura un posto letto, un impiego, accompagna negli uffici pubblici, traduce documenti, mette in contatto con un datore di lavoro. Una funzione di mediazione che, quando esce dalla legalità, può trasformarsi in uno strumento di pressione economica. Si trasforma in un caporale. Le indagini più recenti raccontano infatti un meccanismo che non passa soltanto dai bonifici, ma dalle persone. Nel giugno scorso, nella Bassa Bergamasca, la Guardia di finanza ha arrestato un uomo originario del Bangladesh, residente in Italia dal 2011, accusato di estorsione ai danni di connazionali. Secondo la Procura, alcuni lavoratori sarebbero arrivati in Italia dopo avere pagato circa 10.000 euro per ottenere un impiego nelle aziende manifatturiere della zona. Una volta arrivati, i migranti sarebbero stati privati dei documenti, costretti a consegnare parte dello stipendio e minacciati in caso di rifiuto.
Non è un caso isolato. È un’indagine «tipo». Dall’inizio dell’anno se ne contano una quindicina, da Taranto a Latina, da Palermo a Crotone, passando per Brescia, tutte accomunate da uno schema ricorrente: il reclutamento di connazionali, l’intermediazione illecita di manodopera, il controllo esercitato attraverso il bisogno di lavorare o di mantenere il permesso di soggiorno. Cambiano le città, cambiano gli indagati, cambiano le contestazioni. Resta invece costante il ruolo svolto dalle reti interne alla stessa comunità, che in alcune vicende diventano il canale attraverso cui si distribuiscono lavoro, denaro e potere.
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