Scooter non si ferma all'alt, un morto dopo l'inseguimento
Scooter non si ferma all'alt, un morto dopo l'inseguimento (Ansa)

Uno scooter Yamaha T-Max. Due persone in sella. La pattuglia che intima l’alt. La fuga a folle velocità con inseguimento. Un morto. E due versioni che, almeno per ora, si escludono a vicenda. Le analogie con il caso di Ramy Elgaml, il ragazzo egiziano morto la notte del 24 novembre 2024, per ora si fermano qui. Perché non è il Corvetto di Milano. È Silvi, paese di 15.000 abitanti in provincia di Teramo.

Qui la Procura ieri ha aperto un fascicolo. La vittima è Massimo Ciarelli, 43 anni, rom di Pescara. È morto sulla statale 16, nel territorio di Silvi, al termine di un inseguimento con i carabinieri cominciato nel territorio di Montesilvano (Pescara). Ciarelli, stando ai primi accertamenti, avrebbe guidato senza patente e, trovandosi in regime di semilibertà, non avrebbe potuto allontanarsi dal territorio comunale della città di residenza. Un peso (ma per ora è solo un’ipotesi) potrebbe averlo avuto anche il timore di non riuscire a rientrare entro le 21 nel carcere di San Donato, dove stava scontando una pena, con il rischio di perdere i benefici ottenuti un anno fa. Nel 2012 uccise Domenico Rigante, ultrà del Pescara calcio, con un colpo di pistola al gluteo. Il tifoso morì poco dopo. La condanna a 30 anni scese a 17 perché la Cassazione annullò l’aggravante della premeditazione. E dall’anno scorso è scattata la semilibertà. L’altra sera, però, poco dopo le 20, si è trovato davanti un posto di blocco dei carabinieri. All’alt non si ferma. Accelera. Il motore sale di giri, la distanza con la pattuglia aumenta. Quella che poteva essere una verifica di routine si trasforma in un inseguimento. La corsa attraversa Montesilvano, Città Sant’Angelo e arriva fino a Silvi. I carabinieri chiedono rinforzi. Le pattuglie convergono verso la statale.

L’obiettivo è intercettare il T-Max e impedirgli di proseguire la fuga. Attimi durante i quali le decisioni vengono prese in tempo reale. Alla rotatoria, al confine tra le due province, accade qualcosa che diventa il punto centrale della ricostruzione investigativa. Il passeggero, un uomo di 30 anni, sarebbe sceso o, forse, caduto dal T-Max. Una pattuglia frena e si ferma per bloccarlo. Ciarelli, invece, prosegue. Nella ricostruzione della Polizia stradale avrebbe sfruttato la rotatoria per invertire il senso di marcia e dirigersi di nuovo verso Montesilvano. Non immaginava, forse, che un’altra auto dei carabinieri fosse già in arrivo. Sono gli ultimi istanti prima dello schianto. Con il gas di nuovo a fine corsa avrebbe invaso la corsia opposta per superare alcune auto in coda. Dall’altra parte sarebbe sopraggiunta una Jeep dei carabinieri. Impatto frontale. Devastante. Lo scooter va in pezzi. Ciarelli muore sul colpo. I carabinieri finiscono in ospedale per accertamenti. La fuga finisce lì.

L’inchiesta, invece, comincia in quel momento. Ai militari è stata chiesta dalla linea gerarchica una dettagliata relazione di servizio. I testimoni vengono sentiti sul posto, mentre la carreggiata viene delimitata per consentire i rilievi fotografici, quelli tecnici (la posizione finale dei mezzi, le tracce lasciate sull’asfalto) e quelli scientifici (il repertamento di tracce biologiche e di vernice). Il pubblico ministero, Elisabetta Labanti, procede per omicidio stradale contro ignoti. Una scelta che consente agli investigatori di svolgere tutti gli accertamenti necessari prima di procedere con la contestazione di eventuali responsabilità. L’autopsia (la salma è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale Mazzini di Teramo) servirà a chiarire le cause del decesso e potrà offrire indicazioni anche sulla dinamica dell’impatto. Le consulenze sui mezzi dovranno verificare i punti di collisione, le deformazioni delle carrozzerie e l’eventuale presenza di segni compatibili con un contatto precedente allo schianto. Le immagini delle telecamere potranno invece documentare tutta la sequenza. Le comunicazioni tra le pattuglie potranno fornire elementi per ricostruire le diverse fasi dell’inseguimento, l’intervento dei rinforzi e la successione delle manovre che hanno preceduto quello che viene definito «evento collisionale».

I familiari di Ciarelli, tramite l’avvocato Laura Filippucci, contestano la prima ricostruzione. Nella loro versione la gazzella dei carabinieri lanciata all’inseguimento si sarebbe avvicinata fino a toccare il T-Max, mentre la Renegade dell’impatto si sarebbe posizionata di traverso prima dello schianto. Urto e poi collisione. Per questo motivo hanno contattato un consulente di parte umbro, chiamato a seguire gli accertamenti in Procura. Proprio come nel caso di Ramy bisognerà stabilire se vi sia stato effettivamente un contatto tra i mezzi, quale fosse la posizione della Jeep e quali traiettorie abbiano seguito i veicoli. Gli investigatori, però, dovranno chiarire anche un altro aspetto: perché Ciarelli non si è fermato all’alt?

Il passeggero, che avrebbe anche lui dei precedenti, si è trasformato in un importante testimone. È stato già ascoltato dagli investigatori della sezione di polizia giudiziaria della Stradale e, poi, è tornato a casa. La sua versione sarà uno degli elementi da confrontare con gli altri accertamenti disposti dalla Procura. Per ora la statale 16 produce due storie: quella ricostruita tramite i primi rilievi degli investigatori e quella ipotizzata dalla famiglia della vittima. Tra le due ci sono pochi secondi e pochi metri. Lì dentro verrà cercata la versione giudiziaria sulla morte di Massimo Ciarelli.

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