Fornero vuole dare lavoro agli immigrati
Elsa Fornero (Imagoeconomica)

«Può sembrare senza senso paragonare il voto a favore della lista di Vannacci a quello britannico del giugno 2016 sulla Brexit che portò all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea quattro anni più tardi. Eppure, un substrato comune c’è». Così ieri sulla Stampa l’ex ministro Elsa Fornero ha dato il la a una analisi azzardata ma coerente con il proprio profilo poco patriottico, molto neoliberista (meno popolo e più «élite») e scarsamente realistico.

Sincronizzare il gradimento per Vannacci (perché finora di questo si tratta: un mero indice rilevato dai sondaggi) con il referendum che sancì l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è una equazione assai spericolata, ma tant’è.

Lo abbiamo detto e scritto mille volte: quel referendum fu la prima e unica prova di democrazia diretta all’interno dello spazio Ue, con un referendum consultivo e non vincolante ma che costrinse l’allora premier David Cameron alle dimissioni. Questo è il punto di partenza che le classi dirigenti (della stessa risma della Fornero) respingono: il popolo non dev’essere coinvolto. E, infatti, dove si è votato è finita maluccio: la maggioranza dei francesi e degli olandesi bocciò nel 2005 il Trattato di Lisbona, rimesso poi in piedi con una ratifica per via parlamentare; l’Irlanda, obbligata per motivi costituzionali, bocciò una prima volta il «Lisbona» nel 2008 salvo poi addolcire il piatto per un secondo voto che ottenne il sì. Italia, Germania, Belgio, Lussemburgo – i Paesi che hanno costruito l’Europa – non hanno mai sottoposto ai propri cittadini né i Trattati di Roma, né Maastricht, né Amsterdam, né Nizza, né Lisbona. Pertanto, la lezione del grande progetto europeo è: si coinvolge il popolo quando si è ragionevolmente sicuri del risultato; se il risultato è sbagliato, si ignora o si ripete.

In Gran Bretagna no, il popolo pesa. E, nonostante qualcuno affermi che la maggioranza dei britannici sia delusa dalla Brexit e vorrebbe riavvicinarsi alla Ue, nessun partito si sognerebbe mai di dirlo apertamente; forse anche perché il «padrino» politico di quel referendum si chiama Nigel Farage, il quale vola nei sondaggi.

Ed eccoci, dunque, di nuovo a Mr. Brexit, che di volta in volta è il Pierino della situazione a cui le élite accostano i populisti continentali. Ieri Matteo Salvini, oggi Roberto Vannacci. Torniamo alla Fornero: «Il referendum del 2016 fu vinto facendo leva su un’idea intuitivamente accattivante: “riprendere il controllo”. Controllo delle frontiere, della legislazione, delle risorse finanziarie e di come spenderle, persino dell’identità nazionale». E ancora: «Anche nel caso della proposta politica di Vannacci si propone una narrazione nella quale problemi profondi – immigrazione, insicurezza economica, declino demografico, perdita dei valori e delle «normalità» tradizionali e conseguente crisi dell’identità nazionale – sembrano affrontabili attraverso soluzioni nette, spesso fondate sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”».

L’analisi della professoressa sulla Stampa prosegue intersecando questione economica e immigrazione, questione – quest’ultima – su cui Farage ebbe leva facile nel 2016 così come ce l’ha oggi, a conferma che i nodi sono rimasti non solo irrisolti, ma persino più complessi alla luce delle protezioni che i laburisti hanno garantito per anni alle comunità pachistane anche quando compivano malefatte e violenza. Perché i laburisti preferirono coprire piuttosto che denunciare? Per paura di non incrementare narrazioni razziste. Quel difetto culturale è latente nella proposta politica delle sinistre in tutta Europa! È più facile vedere Elly Schlein sul carro dei nuovi diritti piuttosto che in prima linea sulle questioni «antiche» come difesa del lavoro, della casa, della propria sicurezza.

Sulla stessa scia si mette l’ex ministro del governo tecnico: «Pensare che il futuro possa essere costruito restringendo gli spazi di immigrazione, di cooperazione e alimentando una logica di autosufficienza significa ignorare il modo in cui oggi, pur con difficoltà, si crea ricchezza. Ancora più evidenti sono il problema demografico e le sue interconnessioni con la crescita. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo (…) Il sistema produttivo continuerà ad avere bisogno di lavoratori. È per questa ragione che quasi tutti i Paesi avanzati ricorrono all’immigrazione. Non tanto per buonismo, ma per necessità economica. Insistere sulla “remigrazione” può servire per dare un maggiore senso di sicurezza ma non ha niente a che fare con le politiche necessarie per rallentare il declino. Lo stesso vale per il welfare. Pensioni, sanità e assistenza sono finanziate prevalentemente dai contributi e dalle imposte versate da chi lavora». Insomma, dai migranti.

Sono anni che élite e sinistra ci propongono la solita ricetta che Elsa Fornero ieri ha rimesso nero su bianco, eppure la maggioranza non ne vuole sapere. Anche in Gran Bretagna, dove Farage rischia di diventare primo ministro per volere del popolo. Questo popolo è un pezzo della democrazia oppure va denudato dei diritti di scelta perché va controcorrente rispetto ai professori?

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