Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Ansa
- Choc a Napoli: carabiniere azzannato al petto da un africano irregolare che stava molestando i passanti Arezzo, nigeriano spezza la caviglia a un uomo dell’Arma in borghese. Roma, vigili assaliti da camerunese.
- Milano, i fari della Procura sulla pattuglia che ha ferito un rapinatore cinese armato. Città blindata in vista dei Giochi, ma le forze dell’ordine temono i calvari giudiziari.
Lo speciale contiene due articoli
Forze dell’ordine sotto assedio da Nord a Sud solo perché svolgono «il loro dovere». Dopo la violenza inaudita di Torino contro i poliziotti, quanto accaduto nella periferia di Napoli ha dell’incredibile: un cinquantenne ghanese è stato fermato mentre molestava i passanti e per tutta risposta ha morso al petto uno dei militari.
È successo in via Roma, nei pressi di Scampia: al 112 sono giunte diverse segnalazioni di residenti allarmati per la presenza di un cittadino straniero che molestava le persone della zona.
Immediatamente, sul posto sono arrivati i carabinieri della stazione di Secondigliano, intervenuti per riportare la calma e mettere in sicurezza i cittadini. I militari hanno fermato l’uomo chiedendogli le generalità. Ma a quel punto, il cittadino ghanese (che è risultato irregolare sul territorio nazionale) si è opposto alle richieste dei carabinieri e in preda a una furia incontrollabile si è avventato contro uno degli uomini dell’Arma dandogli un forte morso al petto. I carabinieri sono riusciti a bloccare l’uomo e lo hanno portato in caserma, mentre il militare è stato subito soccorso e trasferito in ospedale. Le sue lesioni sono state ritenute guaribili in sette giorni. Il cinquantenne è stato arrestato con l’accusa di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. Quindi il ghanese è stato portato in camera di sicurezza.
Sono in corso le indagini per verificare se l’uomo avesse precedenti penali e se avesse già compiuto gesti simili, anche perché risulta senza alcun permesso per vivere in Italia. L’aggressione di Scampia ha provocato reazioni molto forti sia sui social che nell’opinione pubblica, soprattutto per la violenza con la quale il cinquantenne si è fiondato contro il carabiniere mordendolo al petto. Numerosi i post su Facebook e Instagram di cittadini spaventati dalla «ferocia» e dalla «violenza» del ghanese e dalla «forza brutale» con la quale chi «commette reati» si scaglia contro uomini e donne delle forze dell’ordine mentre lavorano. Infatti, l’episodio di Scampia non è stato l’unico delle scorse ore.
Nella giornata di ieri, è stata resa nota anche un’altra aggressione avvenuta in provincia di Arezzo lo scorso sabato pomeriggio. Un carabiniere, in quel momento libero dal servizio, è stato colpito con un calcio da un cittadino della Nigeria che si trovava all’interno di un supermercato a Levane. Da quanto è stato ricostruito, il militare non solo ha riportato la frattura di una caviglia con una prognosi di 30 giorni, ma è stato ricoverato anche per una tachicardia causata dalla violenta aggressione. Il carabiniere, che in quel momento non era appunto in servizio, ha avuto la «colpa» di intervenire per invitare il cittadino africano a mantenere un comportamento corretto, perché l’uomo stava creando momenti di tensione. La situazione è degenerata e il nigeriano ha perso il controllo prendendo a calci il carabiniere. A quel punto è giunta una pattuglia dell’Arma della compagnia di San Giovanni Valdarno che è riuscita ad arrestare il trentenne africano non senza difficoltà. Ieri mattina si è svolta l’udienza per la convalida dell’arresto davanti al giudice Ada Grignani e al pm Bernardo Albergotti. Il giudice ha convalidato l’arresto disponendo per il trentenne l’obbligo di presentazione ai carabinieri di Montevarchi, dove è domiciliato.
Non è andata meglio nemmeno agli agenti intervenuti a Roma per fermare un camerunense di 30 anni, che stava inveendo contro un commerciante della zona. La situazione stava degenerando quando nel corso di un servizio di controllo, nell’area compresa tra via Guglielmo Pepe e via Filippo Turati, rione Esquilino, gli agenti del Gruppo centro della polizia locale di Roma hanno sorpreso il cittadino straniero minacciare un esercente. Il camerunense, però, alla vista degli agenti si è fiondato contro di loro aggredendoli. A quel punto è giunta un’altra pattuglia: il trentenne ha iniziato a sferrare calci e pugni contro i vigili e ha poi danneggiato l’automobile di servizio della Municipale. Un agente è rimasto ferito. Il camerunense, con precedenti penali, è finito in manette per danneggiamento, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e di porto abusivo di arma perché è stato trovato in possesso di un coltello.
Ma la furia violenta ha raggiunto l’apice con il gesto di un senegalese che prima ha preso a calci e pugni una donna e poi si è lanciato contro un gruppo di agenti, intervenuti per calmarlo. È accaduto nei pressi della stazione ferroviaria di Padova. Gli agenti, dopo una chiamata al 118, sono giunti in zona e hanno trovato una donna con ferite agli arti e al volto. I poliziotti, seguendo le informazioni fornite dalla vittima, si sono messi sulle tracce dell’uomo e hanno arrestato il senegalese, che è risultato senza fissa dimora e con numerosi precedenti penali.
Il trentacinquenne, alla vista delle forze dell’ordine, si è opposto con violenza all’arresto aggredendo brutalmente gli agenti e ferendone tre.
Altri 4 poliziotti indagati per lesioni
Quattro poliziotti indagati per lesioni colpose, con la scriminante dell’uso legittimo delle armi. Un altro agente, pochi giorni prima e a poche centinaia di metri di distanza, indagato per omicidio volontario. È da qui che bisogna partire per leggere le due sparatorie di Rogoredo: dal peso che quelle iscrizioni nel registro degli indagati producono su chi è chiamato a intervenire in uno dei contesti più violenti della città.
In vista delle Olimpiadi invernali, su Milano è scattato un dispositivo di sicurezza rafforzato: migliaia di operatori tra forze dell’ordine ed esercito, rinforzi quotidiani, servizi ad alto impatto e zone rosse con controlli mirati attorno a stazioni, cantieri olimpici e aree sensibili. Rogoredo, snodo olimpico anche per l’arena dell’hockey, rientra stabilmente in questo perimetro di massima attenzione: presidi fissi, pattuglie continue e unità specializzate come le Uopi raccontano un territorio che, nonostante il dispiegamento, resta uno dei fronti più delicati della città.
È dentro questo quadro che si è consumata la scena di domenica in piazza Mistral. A pochi giorni di distanza dall’altra sparatoria, in via Impastato, dove un agente in borghese ha reagito dopo essersi visto puntare contro una pistola - una replica a salve di Beretta 92, priva di tappo rosso - uccidendo Abderrahim Mansouri.
Domenica, una volante blindata delle Uopi, le Unità operative di primo intervento, viene raggiunta da una raffica di colpi: almeno tre proiettili. Se gli agenti sono vivi è grazie alla blindatura del mezzo. Di fronte, un rapinatore cinese irregolare che poco prima aveva aggredito una guardia giurata con una mazza di ferro, sottraendole la pistola d’ordinanza. La risposta della polizia è stata immediata.
Nei giorni immediatamente precedenti l’uomo era stato fermato più volte: trovato con pietre e catena, denunciato per porto di oggetti atti a offendere; segnalato per minacce con bastoni; accompagnato in ospedale per un controllo psichiatrico e dimesso poche ore dopo. Tre interventi, tre rilasci. Nessuna misura capace di toglierlo stabilmente dalla strada. È da qui che nasce la domanda centrale: si poteva fermarlo prima?
Le difficoltà operative sono strutturali. In Italia non esiste un arresto preventivo in senso proprio: la Costituzione tutela la libertà personale e consente restrizioni solo in casi specifici e sotto controllo giudiziario. Le misure cautelari e di prevenzione non equivalgono a una detenzione; il Tso è sanitario e temporaneo; l’obbligo di firma presuppone che venga rispettato; gli arresti domiciliari richiedono un domicilio, che chi è senza fissa dimora spesso non ha. Anche quando c’è un fermo, il rischio concreto è che la persona torni rapidamente in strada.
A Rogoredo, intanto, la Procura ha iscritto appunto nel registro degli indagati anche gli altri tre agenti dell’Uopi intervenuti in piazza Mistral, oltre al collega che ha sparato, per lesioni colpose con la scriminante dell’uso legittimo delle armi: un atto a garanzia che potrebbe concludersi con l’archiviazione. Sul fronte opposto, il trentenne cinese dovrà rispondere di tentato omicidio dei quattro poliziotti, oltre che di rapina e lesioni aggravate per l’aggressione alla guardia giurata.
Va ricordato che in altri Paesi europei l’approccio è diverso: nel Regno Unito, come in Francia e Germania, la reazione armata della polizia viene valutata prima sul piano funzionale e disciplinare, e l’indagine penale non scatta automaticamente, ma solo se emergono elementi di abuso.
Andrea Varone, segretario del Siulp di Milano, collega la sparatoria di Rogoredo a quella di via Impastato e all’aggressione di un collega a Torino: «Anche una minima esitazione può rivelarsi fatale, con un calvario giudiziario che compromette la serenità degli agenti. Lavorare così diventa sempre più difficile». In questo clima, a Milano sono comparse scritte contro la polizia - «All cops are targets», «Colpirne uno per fargli male» e «Lo sbirro non è un tuo amico» -: un pessimo biglietto da visita mentre la città si prepara alle Olimpiadi.
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Pedro Sanchez (Ansa)
- Con un decreto urgente, quindi evitando il Parlamento, il governo spagnolo ha legalizzato almeno mezzo milione di irregolari. La Chiesa esulta: «Contribuiranno al nostro bene». La polizia: «Sistema al collasso. Così si fa un favore ai trafficanti di uomini».
- Cpr in Albania: quattro i nodi principali. Matteo Piantedosi: «Da giugno i centri torneranno a funzionare».
Lo speciale contiene due articoli
Non lo avrà fatto con il favore delle tenebre, ma in modo poco ortodosso sì. Il governo di Pedro Sánchez, infatti, ieri ha regolarizzato oltre 500.000 immigrati presenti in Spagna. Lo ha fatto con un decreto urgente, evitando così il passaggio dal Parlamento dove non avrebbe avuto la maggioranza. Eppure l’urgenza non c’era. O meglio: ci sarebbe stata l’impellenza di fermare l’immigrazione incontrollata visto che il Paese è passato da poco più di 100.000 irregolari nel 2017 agli oltre 840.000 attuali. Il ministro (anche se lei preferirebbe farsi chiamare ministra) per l’Inclusione, la Sicurezza sociale e le Migrazioni, Elma Saiz, ha affermato che quest’atto è stato necessario per non «voltare lo sguardo altrove». In realtà non è così. Perché l’obiettivo, dichiarato peraltro dalla stessa Saiz a France Presse, è quello di sostenere la crescita economica del Paese. In questo modo, infatti, e sono le parole del ministro, gli ex irregolari potranno «lavorare in qualsiasi settore, in tutto il Paese». Tradotto: regolarizzare i migranti per farli lavorare a basso costo. O meglio ancora: sfruttamento mascherato da buone intenzioni.
La misura si applica a tutti gli stranieri che sono presenti in Spagna da almeno cinque mesi e che sono arrivati prima del 31 dicembre scorso. Bastano cinque mesi per prendere la cittadinanza spagnola e, quindi, europea. Con un certo orgoglio, la Saiz ha affermato che «a partire dal mese di aprile tutte le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno» e che questa iniziativa ha come scopo quello di «riconoscere e dare dignità, offrendo garanzie, opportunità e diritti alle persone che si trovano già nel nostro Paese». Ci saranno così 500.000 cittadini in più. O, forse, oltre 800.000, secondo quanto ha affermato la segretaria generale di Podemos, Ione Belarra, in un’intervista a Cadena Ser. Una linea sposata anche dalla Chiesa spagnola, che è sempre più in crisi. Il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, ha parlato di «buona notizia che faciliterà il contributo al bene comune di molti immigrati che già lavorano, frequentano la scuola, usufruiscono dei servizi sanitari e sociali e, a volte, vivono in condizioni precarie tra noi. In questo modo viene riconosciuta la loro dignità». Il prelato, bontà sua, aggiunge poi nell’intervista a El Pais che «continuano ad esserci sfide relative all’integrazione che influenzano la vita quotidiana della nostra società».
Una di esse è quella relativa alla sicurezza. Non a caso, i primi a intervenire nel dibattito su questa legge sono stati i sindacati di polizia, che hanno espresso una forte contrarietà affermando che questa iniziativa rischia di portare al collasso il Paese. Il Sindacato unificato della polizia (Sup) ha definito il governo «totalmente irresponsabile» anche perché non è ancora chiaro «come sarà garantita la sicurezza» e quali saranno le «risorse reali» che verranno messe in campo. Ma non solo. Questa apertura rischia di rappresentare un incentivo per coloro che desiderano raggiungere l’Europa. «Entrare irregolarmente finisce per dare i suoi frutti», fanno sapere i sindacati di polizia, che definiscono questa iniziativa «un’ancora di salvezza» per i trafficanti di esseri umani. La Confederazione nazionale della polizia (Cep) si spinge ancora più in là, affermando che questo accordo politico rompe «due decenni di consenso sulla regolarizzazione degli immigrati e fa della Spagna un Paese che sta andando in una direzione diversa dai criteri dell’Unione europea rappresentando una mossa sconsiderata per la sicurezza pubblica».
Per la portavoce del Partito popolare spagnolo al Congresso, Ester Muñoz, il governo «propone la regolarizzazione in questo momento per cercare di nascondere ciò di cui parlano tutti gli spagnoli, ovvero se oggi sia sicuro prendere un treno». Posizione rilanciata anche dal leader del partito, Alberto Núñez Feijóo: «Fino a 46 morti. Centinaia di feriti. Nessuna dimissione. E la prima risposta di Sánchez è una regolarizzazione di massa per distogliere l’attenzione, aumentare l’effetto chiamata e sovraccaricare i nostri servizi pubblici. Nella Spagna socialista, l’illegalità viene premiata. La politica migratoria di Sánchez è assurda quanto quella ferroviaria. Quando arriveremo al governo, le cambierò da cima a fondo».
La decisione di Sánchez non riguarda solamente la Spagna, ma tutta l’Unione europea, che oggi si trova con almeno mezzo milioni di cittadini in più di cui si sa poco o nulla. «Non bisogna guardare altrove». È vero. Bisognerebbe guardare all’immigrazione irregolare e trovare un modo per gestirla davvero e per espellere chi delinque. Ma a Madrid preferiscono l’accoglienza facile.
«Legittimo trattenere i migranti?». La Consulta valuta il modello Albania
Avanti c’è posto. Nell’aula dove si decidono le sorti dei migranti in Albania giudici di ogni ordine e grado sgomitano, si sorpassano, si calpestano in uno scenario imbarazzante. Tutti o quasi con l’imperativo di trovare un appiglio per impedire la strategia governativa degli hub all’estero, sposata anche dall’Unione europea. Alle toghe dei tribunali ordinari, a quelle della corte d’Appello di Roma e della Cassazione, alla Corte di giustizia europea ora si aggiunge la Corte Costituzionale, chiamata a rispondere al quesito supremo: è legittimo trattenere 48 ore i richiedenti asilo destinatari di un provvedimento di espulsione senza convalida, di ritorno dai centri di Gjader e di Shengjin, in attesa di un nuovo decreto del giudice?
Quel lasso di tempo è ritenuto un limbo senza coperture giuridiche, a rischio di entrare in conflitto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce «l’inviolabilità della libertà personale». E in questo senso è stato interpretato dai legali di un immigrato senegalese spedito in Albania per il rimpatrio, poi richiamato in Italia per mancanza di convalida da parte del giudice, infine trattenuto in un Cpr di Bari in attesa di un nuovo provvedimento perché titolare di una fedina penale lunga qualche metro. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, difensore del pregiudicato, «il diritto di difesa è vanificato dal potere esecutivo, in quelle 48 ore non potrei fare un’istanza per motivi di salute o di non idoneità a stare in luoghi chiusi».
La metafora è singolare perché il suo assistito era stato condannato per tentato omicidio (pena scontata), per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, poi per furto e traffico di stupefacenti. Quindi è un frequentatore abituale di luoghi chiusi, nel senso di carceri. E nelle 48 ore cuscinetto non sarebbe un male tenerlo d’occhio, visto che è privo di passaporto, senza fissa dimora e con il riconoscimento di «pericolosità sociale». C’è una casistica infinita di soggetti assimilabili che prima sono scomparsi e poi sono tornati a delinquere. Il caso non dovrebbe neppure esistere, infatti la Cassazione (alla quale è stata sottoposta la vicenda) ha chiesto il rigetto di quattro quinti del ricorso. Ma sulla legittimità costituzionale di quelle 48 ore ha preferito chiamare in causa la Corte Costituzionale.
Ieri il giudice della Consulta, Francesco Viganò, ha sollevato davanti all’Avvocatura dello Stato quattro punti delicati.
1 In quale altra sede diversa dalla convalida del trattenimento potrebbe porsi la questione della compatibilità con la Costituzione?
2 Esiste una base giuridica per trattenere lo straniero che abbia chiesto la protezione internazionale in Albania, ritrasferendolo a Bari?
3 È possibile considerare la permanenza nel centro (48 ore) nonostante la mancata convalida (quella in Albania), un prolungamento della convalida precedente in Italia?
4 Se fosse valida questa soluzione, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione europea?
In attesa dello scioglimento del nodo giurisprudenziale che rischia di diventare un precedente per l’intero sistema, ecco l’ennesima conferma del tentativo dei giudici di sostituirsi al parlamento e regolamentare una materia di cui è responsabile l’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rassicura: «Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà. Il diritto d’asilo è un istituto nobilissimo su cui si sono consumati troppi abusi».
L’ostruzionismo delle toghe italiane è leggendario. Accade dall’inizio, quando due anni fa Giorgia Meloni fece aprire gli hub in Albania. Da allora la strada è stata lastricata di ricorsi e mancate convalide. Fino alla richiesta di intervento di mamma Corte di giustizia europea, che lo scorso agosto ha stabilito che un Paese «non può essere definito sicuro se non lo è per l’intera popolazione». Si era dimenticata che la Germania rimpatria in Afghanistan, luogo non propriamente liberale. Ma nessun giudice a Berlino si è mai sognato di invocare l’Europa per impedirglielo.
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Immigrati (Ansa). Nel riquadro, Michele Jacobelli
Michele Jacobelli, ex sindaco di Palazzago (Bergamo), chiede la modifica di un decreto del Conte II: «Dagli alloggi alle prestazioni, i migranti se la cavano con l’autocertificazione. Evitando indagini su redditi e proprietà».
Vuole proporre al governo Meloni di modificare il decreto ministeriale emesso durante il Conte II, in merito alla certificazione aggiuntiva richiesta agli extracomunitari per ottenere alloggi o prestazioni socio-assistenziali, e che non include nell’elenco cittadini del Marocco, del Pakistan, di Algeria, Tunisia e di moltissimi altri Paesi. Lo definisce un atto discriminatorio nei confronti dei cittadini italiani che sono invece tenuti a presentare tutta la documentazione ai fini Isee.
Michele Jacobelli, classe 1962, consulente aziendale, presidente dell’Azienda territoriale per i servizi alla persona Valle Imagna - Villa d’Almè, per dieci anni (dal 2011 al 2021) sindaco leghista di Palazzago (Bergamo), lancia questa proposta dopo l’ondata di indignazione sollevata dalla vicenda parti civili contro il vicebrigadiere Emanuele Marroccella.
I parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere collega del vicebrigadiere condannato a tre anni e al pagamento di una provvisionale di 125.000 euro, avevano chiesto alla Verità di dare a loro, direttamente, i 450.000 euro raccolti attraverso la sottoscrizione e pure i soldi per le spese legali dei loro avvocati. Peccato che abbiano già ottenuto il patrocinio gratuito, che in caso di extracomunitari può essere richiesto in base a una semplice autocertificazione. Per Jacobelli, un primo passo importante sarebbe mettere mano al decreto emanato nell’ottobre 2019, a firma dell’allora ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di concerto con l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
«Sì, perché nell’elenco dei Paesi i cui cittadini sono tenuti a fornire documentazione relativa al patrimonio immobiliare eventualmente posseduto all’estero, per la certificazione ulteriore a fine Isee, il governo giallorosso aveva inserito solo il Regno del Bhutan, di Tonga, Malaysia, Nuova Zelanda, Qatar, Repubblica di Corea, Repubblica di Figi, Confederazione svizzera e pochi altri. Appena una ventina. Al cittadino italiano che vuole accedere a prestazioni sociali, invece si chiede la giacenza media dell’estratto conto, se ha case e immobili, investimenti, per verificare l’effettiva condizione di bisogno del richiedente. La regola deve valere per tutti, non solo per i cittadini italiani».
Si trattava di documenti chiesti per le dichiarazioni Isee ai fini del reddito e della pensione di cittadinanza e la proposta dell’ex sindaco è che «il decreto venga tolto o, meglio ancora, che la documentazione diventi obbligatoria per chiunque, indipendentemente dallo Stato di provenienza. Anche per evitare emorragie di fondi pubblici ingiustificate».
Jacobelli, già nel 2017 aveva richiesto che gli uffici comunali controllassero le domande di prestazioni socio-assistenziali da parte di extracomunitari, ritenendo che non potesse bastare l’autocertificazione. Nel novembre del 2018, però, il tribunale del lavoro di Bergamo ritenne discriminatoria la scelta operata dalla sua amministrazione di chiedere documenti aggiuntivi a due donne extracomunitarie, che volevano l’assegno per nuclei familiari numerosi.
Inutile fu spiegare che «chiedendo, come previsto dalla legge, la documentazione originale per i beni posseduti all’estero, la nostra amministrazione comunale metteva sullo stesso piano italiani e stranieri», ricorda. «Il giudice sosteneva che noi presentavamo questa richiesta solo ai cittadini extracomunitari, ma il motivo molto logico è che per i cittadini Ue esiste il dialogo telematico tra enti e quindi lo Stato può verificare quanto eventualmente autodichiarato. Cosa che non avviene tra enti di Paesi extra Ce e i nostri, salvo accordi internazionali bilaterali».
Senza documentazione la domanda andava respinta. Non per il giudice del lavoro, che condannò l’amministrazione a rilasciare prestazioni in assenza dei documenti, chiesti invece a tutti gli italiani. «Venne accolto il ricorso presentato da Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e come sindaco dovetti anche a pagare circa 2.000 euro».
Un altro ricorso, sempre presentato da Asgi, fu invece rigettato da un giudice del tribunale di Bergamo perché non era affatto discriminatorio (come sollevato dalla cooperativa Ruah) che Palazzago e altri Comuni chiedessero la comunicazione del numero di migranti arrivati nei centri che si occupano di accoglienza e, quindicinalmente, delle loro condizioni di salute.
Jacobelli, a proposito di Asgi che ha progetti sostenuti da Open society foundation di George Soros, e di altre associazioni che operano pro extracomunitari, crede che sarebbe opportuno «fare delle aggiunte» all’articolo 52 del Dpr 394 del 1999, in merito al registro delle associazioni e degli enti che svolgono tale attività. «Bisognerebbe dichiarare che non possono essere iscritti quanti abbiano percepito o percepiscano finanziamenti o donazioni da associazioni, enti, organismi privati o Stati dichiarati non graditi per la sicurezza nazionale. E che a tal proposito venga stilato un elenco dei non graditi, in quanto portano persone senza documenti sul territorio italiano», sostiene l’ex sindaco. «Si ridurrebbero pure le richieste di patrocinio gratuito».
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Denunciati due extracomunitari responsabili di un raid punitivo contro il titolare di un locale nel Bresciano. Ad Ancona aggressioni a ripetizione. A Rovigo proprietario quasi ucciso da un albanese. Ma gli allarmi si rincorrono in tutte le regioni.
Sono stati individuati e denunciati dai carabinieri due extracomunitari di 30 e 34 anni, con precedenti penali, che assieme a una terza persona avevano aggredito a calci e pugni il barista di un locale di Bienno, nel Bresciano, provocandogli lesioni al volto e alla testa.
L’episodio era accaduto la sera del 2 gennaio. Il titolare, un cinquantatreenne del paese, aveva rimproverato un ragazzo di 14 anni che si stava comportando male. Poche ore dopo si era presentata la spedizione punitiva, composta da tre adulti extracomunitari parenti del ragazzino, che avevano picchiato selvaggiamente il barista, per poi dileguarsi prima dell’arrivo dei militari. L’uomo era finito in ospedale con prognosi di 30 giorni per le lesioni riportate ed è ancora sofferente. Decisive per le indagini sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza.
Il mese che sta per chiudersi è stato segnato da numerose aggressioni a titolari o dipendenti di bar, riportate da una cronaca che non può lasciare indifferenti. Il primo giorno dell’anno, poco dopo le 10.30 del mattino, ad Ancona un giovane di 28 anni aggredisce e manda all’ospedale un barista, i due titolari e anche i quattro agenti di polizia che erano intervenuti per fermarlo.
«Non aveva il denaro sufficiente per un caffè e noi ci siamo rifiutati di farglielo» spiegava al Corriere Adriatico Flavio Zoppi, proprietario insieme al fratello Stefano dello storico locale del centro città. Come reazione, l’uomo si è scagliato prima contro gli espositori di dolci e cioccolata sul banco e poi contro i fratelli Zoppi e il barista che cercavano inutilmente di fermarlo. Anche quattro agenti di polizia intervenuti erano rimasti lievemente feriti.
Il 2 gennaio c’era stato il raid punitivo contro il barista di Bienno. Il 3 gennaio altri momenti di paura ad Ancona, quando un trentenne di origini ucraine aggredisce verbalmente la barista di un locale che gli aveva negato un’ulteriore birra a causa dell’evidente stato di alterazione. Agli agenti che gli chiedono i documenti risponde con insulti e tenta anche di schiaffeggiare un poliziotto.
Nella serata del 4 gennaio, un trentenne di nazionalità albanese aveva accoltellato il padre del gestore di un bar a Occhiobello (Rovigo). Ubriaco, stava disturbando i clienti chiedendo insistentemente da bere e il gestore del locale l’aveva invitato ad allontanarsi, ma l’uomo non voleva saperne. Era intervenuto il padre del gestore, 55 anni, che l’aveva accompagnato fuori impedendogli di rientrare.
A quel punto l’albanese aveva estratto un coltello colpendolo con un solo fendente sotto un polmone e si era dato alla fuga. La furia era stata tale che la lama si era spezzata, rimanendo incastrata nella ferita. L’uomo, in pericolo di vita, venne operato, l’albanese arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
Il 5 gennaio a Levanto (La Spezia) un anziano di 85 anni a metà pomeriggio era entrato in un bar del centro e poco dopo, impugnando un grosso coltello da cucina, sferrava una coltellata a un ottantenne seduto a uno dei tavoli. Il titolare era subito accorso ma prima di riuscire a prendergli il coltello era stato ferito al collo. «Non sono riuscito a togliermi la vita, voglio ammazzare qualcuno qui dentro», aveva detto l’anziano prima di colpire un suo coetaneo, per fortuna protetto dal giubbotto che indossava.
Sempre il 5 gennaio, un trentaquattrenne di Paliano (provincia di Frosinone), nel tardo pomeriggio prende di mira la barista e il gestore di un locale, rovescia tavoli e sedie, danneggia gli arredi e quando arrivano i carabinieri si scaglia pure contro di loro.
L’8 gennaio nel centro di Cagliari, un venticinquenne disoccupato e già noto alle forze dell’ordine aggrediva un dipendente di 16 anni di un bar che era intervenuto per allontanarlo. Stesso copione, l’uomo molestava i clienti ma quando gli è stato detto di andarsene ha reagito sferrando un pugno in faccia al ragazzo, ferendolo all’occhio. Sui social si leggono commenti indignati di cittadini che protestano perché l’aggressore sarebbe sempre in circolazione.
Nella notte del 14 gennaio, la barista di un locale lungo la provinciale 58 che collega Rosà a Cartigliano, nel Vicentino, è stata vittima di una violenta aggressione mentre stava chiudendo il locale. Minacciata con un martello mentre stava chiudendo, si è vista sottrarre l’incasso della serata però per fortuna, a parte l’enorme spavento, è rimasta incolume.
Alle 7 di mattina del 22 gennaio, a Modena un trentunenne di origine tunisina entra in bar con un machete di 40 centimetri tra le mani. È in stato confusionale, dice cose incomprensibili e minaccia la barista che mantiene i nervi saldi, prende in mano il cellulare e compone alla svelta il 112. Il 24 gennaio, il giovane titolare di un bar di Schiavonea, località balneare in provincia di Cosenza, viene inseguito e aggredito.
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