Roy De Vita affronta il tema della sicurezza in Italia, il rapporto sempre più difficile tra cittadini e forze dell’ordine e i limiti della legittima difesa. Dal caso del carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione, alle differenze con il modello americano, fino a immigrazione, Trump e Venezuela.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
Ramy Elgaml (Ansa)
L’accusa di omicidio stradale traballa, l’inchiesta s’allarga. «Totale disgusto» dell’Arma.
La Procura di Milano allarga l’inchiesta sulla morte di Ramy Elgaml mentre l’accusa originaria di omicidio stradale a carico del carabiniere Antonio Lenoci appare sempre più fragile, tanto che ormai la sensazione è di un’indagine che, venuto meno l’impianto iniziale, si stia spostando verso un «calderone» di contestazioni successive al fatto. Resta centrale una domanda: perché contestare solo oggi presunte irregolarità nei verbali del 24 novembre 2024, atti che la Procura aveva sin dall’inizio e che diventano problematici soltanto nel 2025? Il sospetto è che, indebolita l’ipotesi di omicidio stradale, si stia cercando un nuovo terreno per sostenere il fascicolo.
Nella nuova chiusura indagini l’inchiesta si amplia, infatti, a sette militari, con accuse che vanno dalla distruzione di file video alla mancata consegna di registrazioni di bordo, fino a omissioni nei verbali e presunte pressioni su un testimone. A Lenoci viene, inoltre, contestato di avere reso dichiarazioni ritenute «non pienamente aderenti ai supporti successivamente acquisiti». Contestazioni che arrivano più di un anno dopo l’incidente.
Sul fronte tecnico, le perizie già agli atti riducono la possibilità di attribuire a Lenoci un ruolo causale nello schianto. La relazione dell’ingegnere Domenico Romaniello, nominato dalla stessa Procura, conclude che la condotta del militare fu «conforme alle procedure previste nei casi di inseguimento di veicoli». Anche le perizie delle parti civili e della difesa, pur divergendo su dettagli come la distanza esatta tra i mezzi o il punto della frenata, non individuano responsabilità della pattuglia nella perdita di controllo del T-Max. Tutte concordano sul punto decisivo: fu l’improvvisa sterzata a sinistra di Fares Bouzidi, a velocità elevata su un tratto con rotaie, a determinare la caduta.
È anche per questo che il gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo ha respinto due volte la richiesta della Procura di una nuova perizia cinematica, parlando di consulenze «ampie, condotte con rigoroso metodo scientifico» e ritenendo che non servano altri accertamenti. Una valutazione che si inserisce nel solco della Cassazione del 2025, secondo cui, nei casi di fuga dopo l’alt, la responsabilità dei danni ricade su chi scappa, non sugli agenti che tentano di fermarlo. In parallelo pesa la sentenza del gip Fabrizio Filice, che ha condannato Bouzidi a due anni e otto mesi per resistenza a pubblico ufficiale. In quelle motivazioni, la fuga viene definita «totalmente illegittima» e lo schianto attribuito unicamente alla manovra improvvisa del giovane, sotto effetto di sostanze stupefacenti, privo di patente e alla guida di uno scooter modificato. Nessuna manovra scorretta da parte dei carabinieri, nessun contatto decisivo con le pattuglie, soccorso immediato una volta giunti sul posto.
Proprio mentre questo quadro tecnico-giudiziario si consolida, la Procura introduce nella nuova chiusura indagini una fitta serie di contestazioni relative alle ore successive allo schianto: a Luigi Paternuosto, Nicola Ignazio Zuddas, Bruno Zannotto, Federico Botteghin e Ilario Castello vengono attribuite distruzione di file video, mancata consegna di registrazioni, omissioni di riferimento a dashcam e bodycam, «lacune descrittive» nelle relazioni e presunte pressioni su un testimone. Gli accertamenti tecnici farebbero emergere cancellazioni mirate su un Samsung Z-Flip e un iPhone 15 Pro. Ma è proprio su questo punto che ieri è intervenuto l’avvocato Pietro Porciani, difensore di uno dei carabinieri indagati: «Abbiamo già dimostrato come la persona che accusa i due militari di avergli fatto cancellare il video dell’incidente, al momento dell’impatto si trovasse a 290 metri dal luogo dello schianto». Un elemento che, secondo la difesa, ridimensiona profondamente la portata della contestazione.
Tra le fila dell’Arma, l’allargamento dell’inchiesta è stato accolto con «totale disgusto». La percezione è che si cerchino nuove ipotesi per compensare la debolezza dell’impianto iniziale. Intanto una raccolta fondi su GoFundMe per sostenere Lenoci ha raggiunto 50.616 euro.
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Boom di rimesse, tra denaro tracciato e clandestino. Nel 2025, flussi in crescita. E intanto gli stranieri si «godono» il welfare.
Gli immigrati guadagnano in Italia ma poi i soldi, invece di andare ad alimentare il Pil del nostro Paese, prendono il volo per il Bangladesh, le Filippine, il Pakistan, per l’estero in generale, sottraendo risorse a un territorio che comunque fornisce loro servizi, assistenza sanitaria, spesso accesso preferenziale all’edilizia residenziale pubblica e il welfare in tutte le sue declinazioni. Non solo. Si tratta di flussi non soggetti a tassazione.
Il fenomeno delle rimesse degli immigrati ha anche questo risvolto, messo in luce dalla Fondazione Moressa in una rielaborazione dei dati della Banca d’Italia.
Stiamo parlando della parte di reddito risparmiata da un lavoratore straniero e inviata al suo nucleo familiare nel Paese di origine.
Nel 2024, questo flusso di denaro in uscita dall’Italia è passato da 8,24 a 8,29 miliardi di euro (importi rivalutati all’inflazione). Un quarto arriva da Roma (1 miliardo) e Milano (911 milioni). In testa ai Paesi destinatari dei risparmi c’è il Bangladesh (1,4 miliardi), seguito dal Pakistan (600 milioni) e dal Marocco (575 milioni). Nel secondo trimestre del 2025, da quanto emerge dalle tabelle del report della Banca d’Italia, le rimesse inviate all’estero dagli stranieri residenti in Italia sono aumentate del 6,4% (per un ammontare di 2,17 miliardi contro 2,04 miliardi dello stesso periodo del 2024).
L’aumento più marcato è quello diretto in Asia (+17,8%) seguito dalle rimesse verso il Nord Africa e Vicino Oriente (+3,4%) e verso i Paesi europei esterni all’Unione europea (+1,6%). In calo il flusso verso l’Africa sub-sahariana (-7,0%) e verso i Paesi dell’Ue (-6,4%). I flussi verso l’America centrale e meridionale sono rimasti sostanzialmente stabili (+0,7%).
I dati ufficiali registrano i movimenti di denaro attraverso i canali tracciabili come banche, uffici postali, operatori di money transfer, operatori mobili e non tengono conto dei flussi effettuati con modalità informali (come il trasferimento di contante portato da un viaggiatore), il cui ammontare è stato quantificato da alcuni studi tra il 10 e il 30% del totale. La Fondazione Moressa stima che per l’Italia questa quota di rimesse informali posso valere fra 1,2 e 3,7 miliardi, che andrebbero ad aggiungersi alle somme ufficiali. Complessivamente si tratterebbe di oltre 10 miliardi, più della metà della attuale legge di Bilancio. Tutti soldi che, se restassero in Italia, contribuirebbero al Pil nazionale.
Il 17% delle rimesse dall’Italia è destinato al Bangladesh, con un aumento del 19% rispetto al 2023. Su questo incremento potrebbe aver influito, oltre all’aumento dei cittadini bengalesi residenti in Italia negli ultimi anni, anche l’estensione dal 2018 dell’obbligo di segnalazione delle rimesse a nuove categorie di operatori di money transfer specializzati nel trasferimento di denaro verso Paesi asiatici, come - oltre al Bangladesh stesso - le Filippine e il Pakistan. Questi soldi tracciati sono stati segnalati alla Banca d’Italia.
Poiché nel 2024 la popolazione straniera residente legalmente in Italia era di 5,3 milioni di persone, si stima che il valore pro capite delle rimesse degli immigrati sia di 131 euro mensili. Guardando alle regioni da cui partono i soldi, la Lombardia si colloca primo posto della graduatoria (1,816 miliardi, un quinto delle rimesse totali), seguita dal Lazio (1,271 miliardi), dall’Emilia-Romagna (826 milioni) e dal Veneto (694 milioni). Un quarto del flusso di denaro proviene da Roma e Milano. Quasi il 60% dei 570 milioni diretti verso le Filippine arriva da queste due province. Dei 501 milioni partiti verso la Georgia, invece, quasi un quarto arriva da Napoli e Bari.
Oltre alla sottrazione di ricchezza che potrebbe contribuire alla crescita e andare a finanziare quei servizi dei quali pure i lavoratori stranieri usufruiscono, magari in modo preferenziale e agevolato, avendo un Isee basso, va considerato che questi flussi di denaro non sono soggetti a tassazione, perché non sono considerati reddito imponibile ai fini Irpef, ma rappresentano un trasferimento di denaro verso l’estero.
Il danno per il Paese è ancora maggiore se si tiene presente che numerose attività vengono svolte in modo sommerso e da immigrati irregolari.
Secondo un’analisi dell’Università statale di Milano, per le prestazioni assistenziali gli immigrati assorbono il 22% della spesa a causa delle più critiche condizioni socioeconomiche delle famiglie straniere, che hanno spesso redditi più bassi e famiglie più numerose.
Stando a un report 2020 dell’Ocse, la spesa sanitaria pro capite in Italia è pari a 2.473 euro.
Una rilevazione che risale però al 2019 della Fondazione Moressa indica in 630.000 gli immigrati, con o senza permesso di soggiorno, che sfuggono a ogni controllo del fisco o degli ispettori del lavoro. Questo peserebbe come un punto di Pil: la bellezza di 15 miliardi di euro. Con un mancato gettito fiscale per le nostre casse pubbliche di oltre 7 miliardi. A questo si aggiunge il flusso di denaro non tracciato che viene inviato ai Paesi di origine.
A fronte di queste cifre e di questo fenomeno fa sorridere la querelle sul «regalo ai ricchi» nella manovra, riferita a redditi di circa 2.000 euro mensili, come afferma il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Come pure l’idea di una patrimoniale. Ben altre sarebbero le fonti dove attingere le risorse per sanità e scuola, ben altre le battaglie da fare.
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Ansa
«Fuori dal coro» smaschera un’azienda che porta nel nostro Paese extra comunitari.
Basta avere qualche soldo da parte, a volte nemmeno troppi, e trovare un’azienda compiacente per arrivare in Italia. Come testimonia il servizio realizzato da Fuori dal coro, il programma di Mario Giordano, che ha trovato un’azienda di Modena che, sfruttando il decreto flussi, importa nel nostro Paese cittadini pakistani. Ufficialmente per lavorare. Ufficiosamente, per tirare su qualche soldo in più. Qualche migliaia di euro ad ingresso. È il business dell’accoglienza, bellezza.
Ma andiamo con ordine. Perché questi migranti comprano il permesso di lavoro attraverso cifre che vanno dai 1500 ai 15.000 euro. Parlano in chiaro, non temono niente: «L’azienda di Modena ha pagato». E quindi il nome della società, ovviamente coperto. «Tanti migranti comprano il permesso ma poi non lavorano». E ancora: «Le aziende prendono 2.000 o 3.000 euro per il nulla osta». Un vero e proprio business dell’accoglienza che, tra le altre cose, mette a rischio i cittadini italiani. Negli ultimi giorni, infatti, abbiamo visto come ad aggredire alcune donne presenti nel nostro Paese siano stati dei clandestini. Gente che non doveva essere in Italia e che pure c’era.
Una volta che i pakistani arrivano in Italia, l’azienda sparisce. Nessuno controlla. L’ufficio immigrazione di Modena non sa nulla. «Lo straniero deve venire qui con il datore di lavoro» per le opportune verifiche. Peccato che poi nessuno lo faccia. «Entra e sparisce». Il controllo è possibile solo se sono loro a presentarsi. «Non c’è controllo se non si presentano. Le pratiche poi vengono archiviate».
Lo sportello tira in ballo Coldiretti, che però sembra non sapere nulla. Anzi, interpellato telefonicamente, Romano Magrini, responsabile nazionale dell’area lavoro, nega tutto e promette verifiche. Anche perché i prezzi da lui proposti per le pratiche di questo tipo (100-200 euro) sono ben lontani dai mille richiesti dallo sportello di Modena. Qualcosa evidentemente non va.
L’azienda di Modena nega tutto. Non sa. Non vuole dire. Eppure, se questo sistema fosse vero, centinaia se non migliaia di migranti potrebbero aver raggiunto il nostro Paese in questo modo. Qualche giorno fa, il Telegraph ha intervistato un’assistente sociale che lavora nel sistema dell’accoglienza inglese. La donna parlava di centinaia di migliaia di migranti «fantasmi» presenti nel Paese e, in alcuni casi, pronti a commettere ogni tipo di violenza. Visto quello che sta accadendo da noi, non è difficile immaginare uno scenario simile anche in Italia. Una volta arrivati qui, infatti, molto spesso i migranti spariscono. Diventano fantasmi. Sono liberi di fare qualsiasi cosa, perfino sparire o peggio ancora delinquere e stuprare.
Del resto la cronaca parla chiaro. Ogni giorno una nuova violenza, come purtroppo testimoniano gli attacchi compiuti da clandestini nelle ultime 72 ore. Ogni giorno un nuovo stupro. Ogni giorno una nuovo attacco. Perché chi è qui non ha nulla da perdere. Perché non ha una prospettiva. Non ha un’identità. Non ha niente per cui vivere. E la sinistra, che ha creato le impalcature di questo sistema di accoglienza che non regge più, tace.
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