Rimpatri, hub e Frontex potenziata: svolta in Europa contro gli sbarchi
I giudici possono pure ostacolare i rimpatri dall’Italia, ma se l’Europa ha davvero deciso di lottare contro l’invasione, non basteranno magistrati democratici e toghe per il No a tenere spalancati i confini del Vecchio continente. Almeno si spera. Il passo più deciso lo sta compiendo la Grecia, che come noi è sommersa dagli sbarchi, nonostante il calo degli arrivi di clandestini (-21% nel 2025 rispetto al 2024) e il buon numero di espulsioni (tra 5.000 e 7.000 l’anno, che però non compensano i 40-50.000 ingressi nel Paese).
Il ministro dell’Immigrazione ellenico, Thanos Plevris, ha appena dichiarato all’emittente statale Ert che Atene lavora, insieme a Berlino, Amsterdam, Vienna e Copenaghen, alla creazione di «return hub» in Paesi terzi. «Preferibilmente», ma non per forza, ha aggiunto il titolare del dicastero, «in Africa». C’è già stato un incontro tra omologhi e un ulteriore vertice si terrà la prossima settimana, quando Plevris verrà a Roma e vedrà pure il collega spagnolo. L’iniziativa, insomma, è trasversale: coinvolge governi a guida conservatrice e governi a guida progressista. D’altronde, sia la Danimarca sia la Germania si erano già mosse in autonomia: la prima intende cacciare gli stranieri che abbiano commesso reati per cui sia previsto almeno un anno di detenzione; la seconda ha iniziato a rispedire i criminali afgani tra le braccia dei talebani.
Supera le divisioni destra-sinistra anche il piano per rivedere le competenze di Frontex, presentato in un non paper da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Croazia, Lituania, Romania, Slovenia, Malta, Spagna e dalla stessa Grecia. Pure per il futuro dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, diventerebbe cruciale il pattugliamento nelle aree di provenienza dei flussi: il documento invoca «una maggiore presenza di Frontex nei Paesi terzi, in particolare nei Paesi di origine e di transito, sfruttando adeguatamente i partenariati strategici dell’Ue». All’organizzazione, secondo le dieci capitali, andrebbe affidato «un ruolo più incisivo» nelle operazioni di rimpatrio.
Sono misure che si inseriscono nella nuova cornice normativa delineata dal Patto per le migrazioni e l’asilo, approvato nel 2024 e in vigore da giugno 2026. Pochi mesi fa, l’Unione ha anticipato alcuni provvedimenti, mettendo in cantiere un sistema comune fondato su solidi pilastri: ordini di rimpatrio validi ed eseguibili in tutti gli Stati membri; incentivi al rimpatrio volontario, strada che l’Italia batte con successo da tempo; una lista unica di Paesi di origine sicuri, che magari ci consentirebbe di neutralizzare le obiezioni della magistratura di casa nostra, alla quale comunque rimarrebbe la facoltà di svolgere valutazioni di merito, nell’eventualità di ricorsi; la realizzazione di centri di asilo e rimpatrio in nazioni terze.
Nel frattempo, da noi, la maggioranza di centrodestra, recependo il giro di vite, ha approntato un disegno di legge che introduce la possibilità di istituire blocchi navali, «in presenza», si legge nel testo, «di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale». Il governo spinge sulla «procedura accelerata» di espulsione alla frontiera. E, auspicabilmente, il combinato disposto con le modifiche alla disciplina Ue consentirà di mettere a regime il centro di rimpatri in Albania, svuotato dalle sentenze dei giudici italiani. Con tanto di risarcimento ai migranti trasferiti. Così, scopriremo se davvero la prospettiva della detenzione a Gjadër possa fungere da deterrente per le partenze. È a questo scopo che la Grecia invoca gli hub nei Paesi terzi, anche se il ministro Plevris non ha specificato quali Stati siano candidati a ospitarli. Accoglierebbero persone cui viene rifiutato l’asilo e che le nazioni d’origine rifiutano di riprendere.
La coalizione che caldeggia l’aggiornamento di Frontex, dal canto suo, propone di reclutare, su base nazionale, una riserva di agenti cofinanziata dall’Ue, che andrebbe schierata qualora si determinino pressioni intense ai confini. Per pattugliare i quali, suggerisce il non paper, bisognerebbe impiegare droni e strumenti di intelligenza artificiale.
Certo, è ben lungi dall’essere affrontata la spinosa questione delle convenzioni internazionali, di cui, parlando all’Onu a settembre, Giorgia Meloni osservava giustamente che furono stipulate «in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e i trafficanti di esseri umani». Fatto sta che in Europa, stavolta, si fa sul serio. Chi predica il primato del diritto comunitario prenda nota.






