
Gli italiani, se vogliono far finire il «sistema» svelato dal caso di Luca Palamara, il prossimo 22 e 23 marzo, non potranno che votare Sì alla domanda referendaria. Vedete, il meccanismo di cui faceva parte l’ex capo dell’Anm descritto nel libro Il Sistema, era a tutti gli effetti un’organizzazione stabile, con ruoli statutariamente definiti.
Annalisa Imparato, Pm a Santa Maria Capua Vetere
Di tutti i sodali dei bei tempi non si è più parlato, per motivi non meglio noti, ma non perché queste persone abbiano cambiato lavoro, anzi, tutt’altro. Vi invito ad andare su Google, a inserire i nomi e a vedere come le vicende non abbiano minimamente intaccato la vita professionale di queste altre persone. Difatti, come rassicurava Palamara dopo l’esplosione del suo caso, le scelte degli impieghi professionali sarebbero toccate sempre agli uomini delle correnti seduti al Csm e, pertanto, eventuali sanzioni non avrebbero rappresentato un problema.
Il tour referendario mi ha consentito di fare delle scoperte assolutamente interessanti. Ho potuto constatare in maniera oggettiva dei dati. Ogni qualvolta ho confermato la mia partecipazione come sostenitrice del Sì, come mi è stato spiegato dagli organizzatori degli eventi, i colleghi del No, pochi minuti prima dell’evento, per svariate cause, informavano della loro impossibilità a prendere parte al confronto e, nella migliore delle ipotesi, in una sola occasione, si video-collegavano, non offrendo così la possibilità di un reale confronto a causa del collegamento da remoto. Il motivo me lo hanno spiegato alcuni giornalisti: i magistrati a sostegno del No hanno espressamente fatto sapere di non volersi confrontare con i colleghi sostenitori del Sì, preferendo essere gli unici partecipanti. La motivazione è semplice: perché ai colleghi non si può mentire, lo si può fare con le altre categorie, ma non con coloro i quali conoscono approfonditamente le falde del sistema.
Ora vi spiego in sintesi perché si deve votare Sì. Come detto, il sistema Palamara non è stato in alcun modo scardinato, perché, dal punto di vista dell’ordinamento, non è cambiato nulla, per cui chi sostiene il No sostiene, indirettamente, la sopravvivenza di quel sistema, ritenuto dal suo fondatore «condizionato dalla politica». Per questo viene da chiedersi se si possa ancora parlare di trasparenza della pubblica amministrazione, dato che, a oggi, con l’attuale sistema, per ambire alle nomine di capi delle amministrazioni pubbliche del comparto giustizia i colleghi, anziché essere valutati asetticamente per l’operato professionale, devono avere la tessera della corrente giusta.
Il tour referendario mi ha offerto la possibilità di incrociare colleghi illustri, sostenitori del No, citati in pagine e pagine di atti confluiti nella vicenda Palamara. Per averne conferma, provate a inserire il nome di blasonati magistrati contrari alla riforma e digitate, unitamente al loro nome, il nome di Palamara, potreste fare delle scoperte importanti. Dopo averlo fatto, ho pensato che ci vuole un grande stomaco per andare in giro per teatri, televisioni e affini, a dire «non votate Sì», quando il proprio nome compare nelle pagine meno gloriose della nostra storia repubblicana. Attenzione, facendolo potreste scoprire che alcuni incontravano Palamara sui tetti degli alberghi di Roma, in lussuosi bistrot, dove caldeggiavano incarichi per sé stessi, per i propri familiari anch’essi magistrati o per ottenere i biglietti per andare a vedere la partita allo stadio. Contemporaneamente ho pensato ai capi d’accusa che nelle aule di giustizia, per le stesse condotte di reato, formuliamo all’indirizzo dei cittadini chiedendone giustamente le condanne, per esempio, nei confronti di quegli imprenditori che portano a cena in lussuosi ristoranti dipendenti della pubblica amministrazione che, nella migliore delle ipotesi, una volta scoperti, vengono licenziati in tronco e condannati. Quindi invito tutti i lettori a recarsi agli eventi a cui partecipano i colleghi che sostengono il No e a confrontarsi con loro. A questi signori chiedete se su quelle terrazze, al posto dei magistrati, ci fossero stati sindaci, direttori degli uffici tecnici, primari, direttori generali dell’Asl, politici, se li avrebbero indagati o meno. Vedete cosa vi rispondono, per favore.
Per fare opposizione politica, perché di questo stiamo parlando, si sta dicendo alle persone che, con la vittoria del Sì, la magistratura finirà sotto il controllo dell’esecutivo: stiamo parlando di una truffa e i colleghi lo sanno bene. Lo sanno bene perché noi magistrati siamo i primi a muovere le contestazioni in aula, chiedendo a che pagina dell’informativa di reato ci sia quell’intercettazione, perché «quod non est in actis non est in mundo». Invece, i sostenitori del No sentenziano che sarà certamente così perché è una riforma che va interpretata a livello sistemico. Lo sapete cosa voglia dire? Niente, perché sono parolone al vento. Sono talmente in difficoltà che, per guadagnare punti, stanno puntando alla pancia delle persone, cercando di dire «votate No, perché ho sconfitto X, ho arrestato Y». Ma quale attinenza c’è con il referendum? Nessuna! La verità è che ai magistrati la politica non fa schifo, anzi. Potremmo dire che negli ultimi 20 anni, alcuni incarichi nella magistratura siano diventati prodromici per assicurarsi una seduta rossa nel Parlamento romano. I magistrati per tutta la vita hanno paura di finire sotto il controllo della politica, ma a fine carriera sperano di entrarci. Allo stesso modo non scorgo tanto disgusto neanche in quei colleghi che, autorizzati fuori ruolo dal Csm, pagati in modo cospicuo rispetto allo stipendio ordinario, svolgono attività di capi delle articolazioni ministeriali, capi di gabinetto. Lì non si ritiene ignobile finire sotto la politica? Storicamente, capi corrente e membri del Csm, miracolosamente, sono stati fuori ruolo anni e anni a braccetto con una parte della vituperata politica.
Perché i magistrati sostenitori del No non vogliono il sorteggio? Perché renderebbe il sistema cristallino, le correnti non esisterebbero più e la mia categoria avrebbe le stesse regole degli altri dipendenti pubblici italiani. Ma la verità è che i magistrati non si fidano degli altri magistrati e non tollerano l’idea che quelli sorteggiati al Csm -alla pari di tutti i dipendenti dello Stato italiano - possano non rispondere alle sollecitazioni, non dovendo più ricambiare l’appoggio elettorale. Non tranquillizza che esista questa concezione in chi dovrebbe combattere l’opacità, in coloro che arrestano e condannano centinaia, migliaia di persone, per reati contro la pubblica amministrazione, per reati di corruzione ambientale e affini. Sorrido, poi, dinnanzi ai colleghi sostenitori del No, quando mi chiedono: «Scusa, ma tu davvero vorresti mandare al Csm Tizio o Caio - e fanno un elenco infinito di colleghi che non ritengono garanzia di equilibrio - a decidere della tua carriera?». Replico dicendo: «Decidono sulla vita di migliaia di persone, sapranno prendere decisioni anche sulla mia».
Questa riforma, asseriscono i sostenitori del No, non risolverebbe i problemi della giustizia. Ma chi ha la presunzione di farlo con un tocco magico? Siamo ancora nella fase iniziale. Ma come si può avere una giustizia giusta se oggi chi dirige i vertici degli uffici è scelto alla pari dei parlamentari, con i voti? Non lo dice mai nessuno, ma, in virtù del decreto legislativo 109/2006, per i magistrati costituisce un illecito disciplinare essere iscritti a un partito politico, così da scongiurare eventuali condizionamenti. Per analogia, mi chiedo, è ancora possibile accettare che esistano le correnti che hanno assunto una deriva politica?
Io per prima, ingenuamente, prima di entrarci in contatto, credevo che fossero luoghi di confronto giuridico, di visioni, di interpretazione di norme da parte di colleghi con esperienze e percorsi diversi, insomma che fossero qualcosa che potesse essere realmente arricchente nella vita di un magistrato. Ho poi scoperto che, in realtà, non sono questo. Quando sono state pubblicate, nel 2024, le chat, a mio avviso molto gravi, di alcuni membri di una determinata corrente, in cui un collega aveva espresso giudizi sull’operato politico del governo e del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rimasi sbalordita. Ebbene, il collega asseriva che il presidente Meloni, non avendo inchieste giudiziarie a suo carico, agisse in base a una sua visione politica e non per interessi personali e che, per questo, quello del premier, fosse un attacco alla giurisdizione molto più pericoloso e insidioso. Tali parole scambiate all’interno della chat di una corrente e non del calcetto, mi hanno fatto tremare e riflettere perché, in quanto pubblico ministero, abituato ad attribuire una possibile interpretazione letterale e teleologica alle parole, venivo assalita dallo sconforto. Per questo evidenziavo, con i colleghi del mio gruppo, la necessità di un confronto e di un’immediata dissociazione da quelle parole. Contemporaneamente ho pubblicato un articolo su un quotidiano nazionale, in cui esprimevo il mio pensiero da donna di Stato libera, di magistrato.
Ebbene, nelle ore seguenti alla pubblicazione di tale contributo, all’interno della chat della mia corrente, è iniziata un’aggressione nei miei confronti. Sono stata accusata di avere messo in difficoltà i colleghi, i quali mi hanno fatto sapere che non avrebbero mai proceduto contro gli altri. La lettura di quello scambio di messaggi, che mai renderei pubblici, farebbe, però, ben comprendere a tutti quanto sia urgente un’immediata riforma della giustizia.





