La favoletta dei migranti «necessari» è un piano per alterare il cristianesimo
Ansa

Sulla Verità del 30 giugno il direttore Maurizio Belpietro ha scritto un editoriale sulle immigrazioni, ormai diventate un dogma. In realtà esse sono ingiustificabili da ogni punto di vista (umanitario, economico e sociale), malgrado i tentativi di affermare il contrario.

Le considerazioni proposte da Belpietro impongono una domanda: le immigrazioni sono un fine o un mezzo? E se sono un mezzo, per quale fine? Sempre su queste colonne, Gianluigi Paragone ha poi dato conto dell’intervista rilasciata alla Stampa da una famosa ex ministra che ha dichiarato altrettanto dogmaticamente che gli stranieri servono al nostro sistema produttivo.

Le immigrazioni sono un mezzo necessario e adattato per uno specifico fine, il sincretismo religioso. L’Onu lo spiega chiaramente da decenni. Per cercare di capirlo, è indispensabile studiare i progetti del World order di Henry Kissinger (1972). Qui mi limito ad alcune considerazioni dell’allora segretario generale dell’Onu (2007-2016), il sudcoreano Ban Ki-moon.

A proposito delle immigrazioni dichiarò (o ordinò?) che «lungi da rappresentare una minaccia, gli immigrati contribuiscono alla crescita e allo sviluppo economico. C’è bisogno di maggiori misure per promuovere la loro inclusione. I governanti devono pronunciarsi con forza verso le discriminazioni e le intolleranze e contrastare quanti cerchino di ottenere voti installando paure e contrapposizioni. Propongo un accordo per immigrazioni sicure, ordinate e regolari».

Ma c’è di più. Il precedente segretario generale dell’Onu (1997-2006), Kofi Annan (ghanese anglicano), alla conferenza per la pace di New York nel 2000 aveva spiegato che, per realizzare la pace universale, era necessario creare un sincretismo religioso e una nuova religione universale, grazie (anche) all’immigrazione di popoli con cultura e religione diversa. Subito, esponenti della Chiesa cattolica confermarono che la multiculturalità arricchisce.

Nella Chiesa molte vere autorità morali avevano intuito questo progetto di sincretismo quale fine vero: altri lo hanno invece sostenuto. San Giovanni Paolo II parlò dei «limiti della accoglienza» invitando i governanti dei Paesi accoglienti a tutelare il proprio «bene comune», evitando una applicazione indiscriminata delle immigrazioni che possa danneggiare la comunità accogliente (Laborem Exercens).

Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, ha descritto il diritto a «non emigrare», sostenendo i migranti nella terra natia. Il cardinale Giacomo Biffi parlava di accoglienza subordinata alla salvaguardia della identità cristiana, e proponeva immigrazione selettiva da Paesi cattolici per timore della minaccia islamica. Il cardinale Robert Sarah, guineano, considera oggi l’immigrazione un grave danno per il Paese ospitante così come per quello di origine: e riferendosi all’Africa ha invitato il mondo ad aiutarla a casa sua. Il predecessore di Leone XIV spiegava invece che gli immigrati si devono «accogliere, proteggere, promuovere, integrare, perché son parte del nostro futuro ed è “peccato grave” essere contrari» (Fratelli tutti). Condannò chi non accoglieva i migranti definendo questi ultimi «dono di Dio», paragonandoli alla Sacra Famiglia.

Le statistiche fornite per convincere sulla necessità e bontà delle immigrazioni cercano di spiegare l’inspiegabile. I dati differiscono secondo le fonti e la spiegazione non segue mai il sillogismo aristotelico, essendo finalizzata al messaggio conclusivo della «indispensabilità», ignorando premesse e considerazioni realistiche.

L’Italia, differentemente da tutti gli altri Paesi europei, non ha storia recente di immigrazioni. Fino all’inizio del 1970 gli immigrati erano meno dello 0,25% della popolazione italiana (di 59 milioni); oggi sono circa il 10%. Dal 2000 a oggi il numero di immigrati è cresciuto del 350%.

Senza immigrati, a causa della bassissima natalità, l’Italia avrebbe lo stesso numero di abitanti del 1970: 53 milioni. Ma non è quello che si voleva e si predicava perché eravamo troppi sul pianeta? O il progetto era un altro, e cioè creare un gap di popolazione da riempire con altre culture e religioni?

Si rifletta in proposito che dal 1970 il crollo del tasso di natalità in Italia ha fatto perdere 18 milioni bebè, e la legge 194 altri 6 milioni causa aborti. Totale 24 milioni: cinque volte circa gli immigrati «compensativi». Curioso, ma coerente con il fine ipotizzato. In più, fin qui la redistribuzioni degli immigrati a livello europeo non è mai stata davvero attuata. La politica di espulsione è stata bloccata fino all’avvento dell’attuale governo. L’Immigration compact non è mai stato discusso.

Gli immigrati lavoratori non sembrano poter generare la ricchezza immaginata. La loro provenienza è per quasi il 70% da Est Europa e Africa. Il 35% di essi è di religione islamica, il 30% è composto da ortodossi o protestanti e solo il 15% professa il cattolicesimo.

Su 5,6 milioni di immigrati solo 2,6 milioni sono occupati in qualche lavoro (badanti e colf, agricoltura, ristorazione, edilizia, trasporti). Impieghi poveri con redditi bassi (15-16.000 euro l’anno) con altissimo sommerso, pertanto con contributi altrettanto poveri. È inoltre difficilmente conoscibile il numero di dipendenti nella cosiddetta «No tax area».

Molti immigrati sono stagionali e con contratto a tempo determinato. Si stima che i lavoratori con contratto a tempo indeterminato siano il 29%. Oltre agli immigrati disoccupati (12% circa), la quota di impiegati «di concetto» sembra la più bassa d’Europa (2%).

Ben 380.000 immigrati sono già pensionati, 52.000 vengono sussidiati in vari modi. Le rimesse in patria risultano intorno ai 9 miliardi anno (fonte Banca d’Italia): circa il 10% del reddito netto totale degli immigrati. La contribuzione degli immigrati al nostro bilancio è materia di litigio, visto che varie fonti si contraddicono.

C’è chi spiega che il loro saldo positivo (contributi meno prestazioni) sia di 4,5 miliardi; altri partono dalla analisi dei contributi individuali e concludono un calcolo in disavanzo. Quanto ai costi, il problema diventa kafkiano.

I costi di rimpatrio sono stimati tra 5 e 10.000 euro a testa, per un totale di 6-7.000 rimpatri annui. I costi della criminalità si aggirano intorno al miliardo (il 33% dei carcerati è islamico). In più ci sono i costi di prima integrazione-accoglienza ai porti e alle frontiere. Non tratto il tema del «costo della paura».

Ma c’è un’altra considerazioni chiave: le «pensioni che gli immigrati ci pagheranno». Il calcolo vantaggi/costi e la cosiddetta «necessità» di manodopera mira suggestivamente a farci temere che le nostre pensioni non verranno pagate senza gli immigrati.

In realtà le nostre pensioni attuali vengono pagate dallo Stato, non dai migranti: esso integra le contribuzioni pagando il deficit pensionistico con circa 90 miliardi. E allo Stato i soldi li dà quel terzo degli italiani che paga il 77% dell’Irpef. Le pensioni degli immigrati saranno dunque proporzionate ai contributi pagati.

Poiché lavorano in settori poveri e le stime di contribuzioni pro capite sono conseguenti, ci si dovrebbe domandare come potranno pagarsi la pensione se non attingendo alle sovvenzioni dallo Stato. Ma il nostro Paese poi non è ricco come altri Paesi europei, anzi. Nel 2010 il reddito medio italiano era circa il 63% di quello di Francia e Germania, oggi è il 57%. Non ce lo possiamo permettere di pagare una illusione utopistica.

C’è realmente una «necessità» di immigrati per rendere competitivo il nostro Paese? Gli immigrati sarebbero «necessari» se non ci fosse disponibilità di manodopera. E noi abbiamo un sovrappiù di manodopera.

La «necessità» di immigrati potrebbe derivare dal bisogno non soddisfatto di competenze specifiche, ma non è affatto così: noi abbiamo «potenziali lavoratori» italiani ed è un fatto grave che sia ignorato. La forza lavoro dichiarata in Italia (15-64 anni), su cui si calcola il tasso di disoccupazione, è di circa 25 milioni di italiani.

Ma non tiene conto degli «inattivi» (13 milioni): molti di questi sono «giustificati» (casalinghe e studenti, circa 8 milioni in tutto), ma gli «ingiustificati» sono quelli chiamati «scoraggiati» che non vogliono lavorare al di sotto di certe condizioni. Sono i famosi «Neet» (Not in education, employment, training) che dovrebbero assommare a circa 4-6 milioni: quasi pari al totale di immigrati.

Esiste poi il problema della disoccupazione giovanile, particolarmente alta in alcune regioni (Campania, Calabria, Sicilia) dove curiosamente lavorano centinaia di migliaia di immigrati. La sintesi? Poveri immigrati: non è colpa loro. Potete immaginare pertanto chi «remigrerei» io, magari con minaccia di scomunica, in quanto sostenitori di una quasi-eresia: il sincretismo.

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