Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli? Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale.
La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere, nelle conclusioni della stessa Enciclica, che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il «cuore» dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il «cuore» dell’uomo? Non ho detto «chi dovrebbe», ho detto «chi saprebbe». Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere), gestito da una persona incapace e inadeguata o, peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.
Claudio Risé, in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17 aprile), titolato «Basta globalismo, servono gli Stati», lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50 anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere papa Benedetto XVI, dovrebbe essere cambiato il «cuore» dei governanti e non solo il modello di governo.
Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile e utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Henry Kissinger negli anni Settanta. Utopistico e innaturale, persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto, sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione, che ha interessato tutti i Paesi mondiali, ha anche creato una «interconnessione», economico-finanziaria anzitutto, globale, ove nessun Paese può avere autonomia, sovranità e indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri Paesi, diciamo tra un 25% e un 50% della propria economia. Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano) o prodotti specialty (chip, farma), di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare a una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.
Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia o la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo, il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia, che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine. Per fare un esempio, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo «segno di contraddizione» perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in «sostenibile e inclusivo», che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del «capitalismo globalizzato» che è cambiato.
Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa: ci sono stati i molteplici, continui reset (cioè correzioni), che hanno persino resettato più volte se stessi. E ora siamo alla vigilia di un nuovo super reset globale che sta mettendo a confronto Usa e Cina, con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche, soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?
Quanto alla nostra Europa, Donald Trump ha «detto male» qualcosa di corretto: sull’Europa, che ormai non è più l’Europa, non è più fatta tanto da europei e, in prospettiva, lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica, tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, la capacità dei governanti e il ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche, soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles, e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super global asset manager che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli Stati stessi.
Posso aggiungere, per finire, che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno Stato. Quindi, più nulla da fare? Tutt’altro: ma ne parleremo successivamente.
Auspico che papa Leone XIV voglia «commuovere» il mondo con un Magistero spirituale per questi tempi, forse prioritario rispetto al «sinodalismo». Ma non è suggerimento, è un mio sogno. Confesso che ho da tempo cominciato ad aver paura. Paura di ciò che succederà se non torniamo presto a riconoscere essere essenziali le raccomandazioni della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno Gaudium et spes (Concilio Vaticano II), che insegna che allontanarsi dalla vita di fede «diminuisce l’uomo», impedendogli di conseguire la propria pienezza.
Non ce ne siamo accorti? Dopo le esperienze vissute dal mondo intero negli ultimi 50 anni e i risultati conseguiti, questa è, secondo me, la riflessione chiave da fare in un Magistero. Magari accompagnandola da qualche raccomandazione che ridimensioni la convinzione che «siamo già tutti salvi» per i meriti del Signore, e non anche i nostri. Questa convinzione, insieme alla scoperta che fare il male rende più che fare bene e visto che siam già tutti salvi, può rafforzare la domanda: perché mai dovremmo fare il bene? Ma c’è di più. Il rischio di degrado comportamentale, oggi, al punto di «indifferenza morale» cui siamo arrivati, preoccupa anche il potere globale. Non dovremmo pertanto meravigliarci nel vederci imposta una soluzione di «Morale-Intelligenza artificiale», o «fede-tecnologica», come viene già chiamata, quale soluzione al bisogno evidente di comportamento «morale». Un altro reset infine, stavolta definitivo? È necessario pertanto fare Magistero.
Ogni epoca ha bisogno un Magistero specifico. In ogni epoca storica si è sempre atteso da parte della autorità morale un insegnamento di Magistero, che fosse «nel tempo», cioè non astratto, ma che fosse anche «fuori dal tempo» , cioè riferito a verità eterne. Se essere nel tempo però significa per taluni riferirsi al «reale» è bene riflettano che «il reale» è fatto dall’uomo, diciamo, con i suoi «limiti e debolezze», non volendo citare il «peccato», ohibò… Come può pertanto il reale diventare riferimento per la pastorale?
Stiamo vivendo i risultati del fallimento delle promesse mai mantenute di quel «nuovo ordine» umano prodotto dal malgestito processo di globalizzazione. Ma stiamo anche vivendo i risultati di un Magistero centrato sugli «effetti» da risolvere e non sulle loro «cause» da conoscersi (aristotelicamente e tomisticamente). Infatti gli effetti sono stati deludenti e le cause si sono aggravate. Abbiamo sentito, e sentiamo ancora, proposte di soluzione riferite al cambio degli strumenti e delle strutture, anziché al cambio del «cuore dell’uomo», come insegnava Benedetto XVI. Inascoltato anche in questo.
Merita fare un cenno a Chiesa ed economia, per spiegarci meglio. Fino a circa una ventina di anni fa la Chiesa non doveva occuparsi e parlare di economia, ma solo piuttosto di morale, personale naturalmente. Poi una dozzina di anni fa, la Chiesa è apparsa mettersi (curiosamente) a occuparsi quasi solo di economia e in modo confondente di morale. Sembrando persino di non voler intervenire per correggere, bensì quasi a supportare, le decisioni di soluzione delle crisi economiche centrate sugli effetti anziché sulle cause. Arrivando però, secondo la mia personale impressione, anche a ottenere una indifferenza generale sul tema morale. E l’indifferenza può essere persino peggiore dell’ateismo.
Le sfide che papa Leone deve affrontare sono pertanto grandi, cruciali per la nostra intera civiltà che aspetta indicazioni. Recentemente un grande potente del mondo ha riconosciuto che non si può governare senza valori di riferimento. Ma ancor prima Benedetto XVI, in Caritas in veritate, aveva già spiegato l’impatto del nichilismo sul comportamento umano, nella sua logica e nelle conseguenze. L’uomo senza riferimenti in valori perde il controllo degli strumenti sofisticati a sua disposizione, che prendono pertanto autonomia morale. Possono farlo?
Io sogno che papa Leone ci commuoverà presto con un Suo Magistero, di questi valori di riferimento, quelli non negoziabili, cominciando magari dalla sacralità della vita umana (un po’ più sacra della Terra…), spiegando anche le conseguenze pratiche-reali della «indifferenza» a questo. Oggi sembrerebbe essere accettato un solo dogma: l’impossibilità di intendere la Verità. Per questo ora è il momento, per l’autorità morale, di spiegare agli uomini che «gli ideali umani si conseguono solo perseguendo ideali divini». Che altro potrebbe fare l’autorità morale oggi verso un mondo vuoto di valori e ideali, deluso, sfiduciato, senza senso della vita, se non spiegare l’indispensabilità di riunire fede e opere?
I cosiddetti tempi dell’attuale pontificato sono totalmente differenti da quelli precedenti, inseriti nella conclusione del fallimento del processo di globalizzazione e cambio di leadership mondiale e crollo del senso morale. Questi tempi vogliono un Magistero nuovo, «commovente», che solo un Santo Papa può dare. Santità, ci commuova con un Magistero che ci ridia speranza di vita eterna. Così «anche i vecchi torneranno a sognare». Come nella profezia di Gioele (Atti 2,17).
Di ogni fenomeno, soprattutto se importante per il mondo, si dovrebbero cercare le cause prima di pensare di risolverlo negli effetti. Mai visto farlo negli ultimi decenni! Per questo ho scritto questo articolo. Certo, le cause difficilmente possono essere condivise (per ragioni ideologiche, per ignoranza, spesso per disonestà intellettuale…): persino nel cosiddetto «mondo cattolico» non c’è più consenso sulla Verità e sulla libertà personale. Il limite lo vediamo dalla prassi che ormai prescinde dalla dottrina, o forse persino ispira la dottrina. Ma per non annoiare il lettore vorrei limitarmi a questioni logiche in politica.
Se oggi il mondo Usa ha il presidente Trump è perché i suoi predecessori hanno creato le condizioni per una soluzione «trumpiana». Fossimo nel 1969, avrei potuto dire: se oggi il mondo ha il presidente Nixon è perché prima ha avuto altri presidenti post bellici e ancora un po’ bellicosi, da Truman ad Eisenhower fino a Kennedy e Johnson. E Nixon ha dovuto fare la distensione con Urss e Cina e porre fine alla guerra in Vietnam. Gli Usa hanno determinato le sorti del mondo nell’ultimo secolo, ma in modo molto diverso.
Da fine Ottocento-inizio Novecento si sono occupati solo di potenziare la propria economia, tramite isolazionismo, fino alla Prima guerra mondiale. Poi, per la paura presa grazie alla crescita dello strapotere in Europa del Reich del Kaiser Guglielmo II, gli Usa decidono con una scusa l’intervento bellico a fianco dell’Intesa. Finita la guerra, per l’eccessivo ottimismo economico finanziario creano la prima Crisi finanziaria del ‘29 , risolta keynesianamente da Roosevelt. Ma questa crisi impatta tutta l’Europa indebitata con gli Usa e concorre a far nascere il nazismo in Germania. Però, sorpresa!, anche a far nascere l’ambizione del Giappone di fare un suo Nuovo Ordine in Asia, tale da insidiare persino gli Usa dal Messico. Così gli Usa entrano ancora in guerra (il secondo conflitto mondiale). La vincono, ma subito dopo litigano con la Russia per la spartizione dell’Europa iniziando così ben 47 anni di Guerra fredda, piuttosto costosa… Quando la Russia comunista cede le armi al capitalismo americano, inizia la globalizzazione made in Usa, ispirata molto probabilmente da Kissinger, con un modello che fu chiamato Nuovo ordine mondiale, fatto di scelte strategiche e prospettive piuttosto discutibili, persino utopistiche se mi è concesso dirlo. L’unico successo avuto è stato il crollo della natalità in Occidente, origine di tutti i nostri mali… ovviamente disconosciuto e negato o confuso.
Essendo utopistica, questa, globalizzazione non poteva altro che fallire… Ma nessuno volle riconoscerlo, così ostinatamente venne «resettata» infinite volte per altri dieci anni, generando una deregulation geopolitica e un potere economico e politico enorme in altri paesi e persino in altre religioni… certo una deregulation anche di valori morali. Ma invece di cercare le cause dei problemi e cercar di risolverle, che si fa? Si cambia nome al «problema». Prima si cambia nome al capitalismo, definendolo «sostenibile» e «inclusivo». Poi si cambia nome alle norme morali, trasformandole in inclusive e sostenibili anch’esse. Ecco, invece di rendere felici gli esclusi e chi non aveva capito l’espressione «sostenibile», in brevissimo tempo si scopre che ci sono più di due terzi del mondo (come popolazione e come potere economico) che se ne infischiano del cambio di definizioni e pretendono che le proprie aspettative siano soddisfatte. In pratica, la gestione del nuovo ordine mondiale deve fare patti ed alleanze con chi fino a ieri non era degnato di adeguata attenzione.
Come in materia morale, se la dottrina è debole è la prassi a fare la dottrina. E anche in materia politico-economica si può dire che è il mercato (la competitività) che fa la dottrina economica… scoprendo che il mercato che funziona meglio è quando è più debole la democrazia. Forse oggi dovremmo riflettere bene sul perché gli stessi «deep-state» che lo avevano fatto cadere hanno rivoluto Trump al governo: forse oggi dovremmo riflettere meglio sul crollo delle leadership occidentali e sulle prospettive di attesa di una nuova forma di civiltà. I Paesi europei, poi, dovrebbero tornare a pensare concretamente alla propria specifica condizione, alla realtà di questa condizione e non alle utopie e ai condizionamenti. Forse i Paesi europei dovrebbero ristudiare e capire come, quando e da chi sia stato deciso di fare questa Europa (non l’Europa). Magari andando a ristudiarsi ragioni e conseguenze del Trattato di Nizza, che ha preteso Bruxelles come interlocutore forte, e che ora spera di riuscire a cancellare la unanimità e andare a maggioranza qualificata. Si vede che gli «dei» che decidono dall’Olimpo di Bruxelles come debbano essere i tappi delle bottiglie di plastica non sono mai andati personalmente alle riunioni condominiali.
Io però sono più preoccupato delle cause che non degli effetti. Le cause inesplorate risiedono nei perché senza risposta: perché Trump? Perché Bruxelles (non parlo di Europa)? Perché una grande Autorità morale si dimette? Sono preoccupato perché ho visto, e vedo, cancellare e trasformare i valori che sono all’origine di ogni fenomeno, i valori (negati) che hanno fatto la civiltà: per intenderci, quelli che non dovrebbero essere negoziabili. Socrate non si limitò a dire «conosci te stesso», ma anche «una vita senza ricerca (delle cause) non è degna di essere vissuta». L’attuale nostra civiltà, che mi pare in stato avanzato di Alzheimer e con un senso morale in metastasi, continua a occuparsi di effetti ignorando le cause. Anzi, negandole. Fin quando non saprà domandarsi, dando una risposta, quali cause abbiano determinato questa misteriosa confusione di valori, questi comportamenti incomprensibili di chi ha potere, non risolverà mai nulla, temo.





