Dalla pedagogia nera di Schreber al terrorismo islamico: come l’infanzia seviziata genera l’adulto senza empatia.
C’è una linea sotterranea che collega il bambino legato a una macchina ortopedica nella Lipsia ottocentesca, il dittatore che ordina lo sterminio di un popolo e il ragazzo nato a Bruxelles che si fa esplodere in una sala da concerto. Questa linea ha un nome, pedagogia nera, e una grammatica che la psicologia del Novecento e le neuroscienze del Duemila hanno faticosamente decifrato. Seguirla significa accettare una tesi scomoda: la violenza dell’adulto non nasce nell’adulto, ma nel bambino che quell’adulto è stato.
Con il termine «pedagogia nera» Alice Miller, riprendendo l’espressione di Katharina Rutschky (1977), indica quel sistema educativo otto-novecentesco che pretende di formare il bambino spezzandone la volontà attraverso obbedienza, umiliazione e punizione corporale, camuffate come amore: «Ti picchio per il tuo bene». Caso emblematico è il medico Daniel Gottlieb Moritz Schreber, ideologo di un’ortopedia morale fatta di contenzioni fisiche e annientamento di ogni spontaneità. Uno dei figli di Schreber è morto suicida.
Ne La persecuzione del bambino (1980), Miller mostra come l’altro figlio, Daniel Paul, sviluppi da adulto un delirio paranoide le cui metafore, corpi trafitti, raggi divini che penetrano la carne, voci persecutorie, ricalcano le torture pedagogiche paterne. La tesi è netta: il bambino umiliato, costretto a reprimere collera e dolore per conservare l’illusione di un genitore amorevole, interiorizza l’aggressore e da adulto scarica la rabbia rimossa su soggetti più deboli.
Applicato all’infanzia di Hitler, Stalin, Mao e Ceausescu, ma anche della maggioranza delle Ss, lo schema individua nella pedagogia nera la matrice del totalitarismo: cittadini addestrati all’obbedienza cieca riconoscono nel dittatore il padre legittimo che autorizza lo sfogo dell’odio represso. Nelle «punizioni» che le Ss infliggevano ai deportati, spesso ritroviamo le stesse che Schreber consigliava: sottoporre al dolore della fatica sfiancante e inutile, scava la buca, riempi la buca, in cerchio ognuno passa un pesantissimo sasso al suo vicino di sinistra e si va avanti per ore.
Vent’anni dopo, Felicity de Zulueta, psichiatra del Maudsley di Londra, ha dato a questa intuizione fondamento neurobiologico. In Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività (1999) contesta la tesi di una distruttività innata. Distingue «aggressività», comportamento adattativo, da «violenza», atto che oltraggia l’altro come essere umano, riconducendo quest’ultima alla rottura precoce dei legami di attaccamento.
Sulla scia di Bowlby, Fairbairn e Kohut sostiene che l’essere umano è geneticamente predisposto alla cooperazione, e che il trauma innesca un meccanismo psicobiologico che converte il dolore in distruttività. L’attaccamento «andato a male» produce un Sé frammentato che, per restare legato al caregiver maltrattante, ricorre a scissione, dissociazione e identificazione con l’aggressore. Sul piano neurofisiologico documenta iperattività amigdalica, ipofunzione prefrontale, alterazioni dell’asse dello stress.
È la vergogna del Sé invalidato il vero motore della vendetta violenta. Il modello si estende dalla biografia individuale alle collettività: tortura, terrorismo, genocidio come effetti del «triangolo dell’abuso» e della disumanizzazione dell’altro. Letti insieme, Miller e De Zulueta convergono su una verità che le neuroscienze dello sviluppo confermano: il bambino sottoposto a violenza non «dimentica» il maltrattamento, lo incorpora.
La crudeltà subita soprattutto nei primi tre anni, e comunque sotto i dieci, quando le sinapsi di corteccia prefrontale, ippocampo e amigdala si organizzano sotto la guida dell’esperienza relazionale, si scrive nella biologia del cervello. Per sopravvivere al paradosso di dover amare chi lo terrorizza, il bambino è costretto a una doppia rinuncia: alla collera legittima e alla percezione del proprio dolore.
Da questa duplice mutilazione nascono i due tratti dell’adulto pericoloso: l’identificazione con l’aggressore, la vittima ripete attivamente ciò che ha subìto passivamente, e l’anestesia empatica, chi non ha potuto sentire il proprio dolore non riconosce quello altrui. La resilienza è possibile solo quando un «testimone soccorrevole» interrompe la catena.
Ma cosa accade quando il testimone non arriva mai, e la società, anziché spezzare la catena, la santifica? In Senza velo. Come l’Occidente rafforza l’islam radicale, Yasmine Mohammed, canadese di origine egiziano-palestinese, ex musulmana, costretta a 19 anni a sposare un operativo di Al-Qaeda, racconta un’infanzia sotto il pugno di una madre «rinata» nel fondamentalismo: percosse a ogni versetto del Corano sbagliato, hijab imposto a nove anni, niqab a 19, segregazione, umiliazione spacciata per amore. Quando a 13 anni mostra i lividi a un’insegnante e il caso finisce in tribunale, un giudice canadese sentenzia che la famiglia «ha il diritto di disciplinarla così, perché è la loro cultura».
La pedagogia nera trova un alleato proprio nel relativismo occidentale che dovrebbe combatterla. Il caso non è un’eccezione. Secondo l’Unicef, nella regione Medio Oriente e Nord Africa, il 75,8% dei bambini tra due e quattro anni subisce punizioni corporali; su 85 milioni di minori, 71 milioni hanno sperimentato qualche forma di disciplina violenta, e in Ciad, Egitto e Yemen oltre il 40% patisce punizioni severe, colpi alla testa, al volto, percosse ripetute.
Human rights watch documenta che in Egitto, Marocco e Tunisia, più del 90% dei bambini è picchiato almeno una volta al mese; in Libano fino al 76% degli scolari è stato aggredito dagli insegnanti; in Arabia Saudita il 20-45% è esposto a violenza fisica continuativa. Di 19 Paesi della regione, solo Tunisia e Israele vietano la punizione corporale in ogni contesto. A questo si sommano matrimoni precoci, mutilazioni genitali, e una teologia che, nella sura 4:34, riconosce al marito il diritto di «colpire» la donna disobbediente.
Su questo terreno la sintesi Miller–De Zulueta si fa profezia neuro-sociologica. Generazioni cresciute nel terrore santificato, addestrate a interiorizzare l’aggressore come voce divina, sviluppano in massa quei due tratti, identificazione e anestesia empatica, che stanno alla radice di tortura, terrorismo e genocidio.
Il terrorista suicida non è un fanatico isolato né il prodotto di una povertà che colpisce miliardi di persone senza farne stragisti: è il prodotto sociale di un’infanzia in cui il dolore proprio è stato negato e quello altrui non è mai stato visto. La teologia jihadista non solo crea l’odio: gli offre la cornice metafisica che lo legittima, una guerra santa in cui il bambino umiliato può finalmente vendicarsi senza colpa, anzi guadagnandosi il paradiso.
Lo stesso meccanismo spiega l’odio antioccidentale di immigrati di seconda e terza generazione, nati in Francia, Belgio, Inghilterra, Germania, con passaporto europeo e scuola europea, e tuttavia disposti a uccidere concittadini in nome di un Califfato che non hanno mai visto. La pedagogia nera trasmessa nella cellula familiare, Corano memorizzato a colpi, niqab imposto alla bambina, divieto di giocare con i kuffar, vergogna del corpo, sopravvive intatta nei quartieri di Molenbeek o Saint-Denis, perché agisce sul cervello del bambino nei primi tre anni, prima che la scuola pubblica possa contrapporvi un’alternativa.
Quando arrivano i maestri laici, le sinapsi della paura e dell’obbedienza sono già cementate. Il ragazzo che decapita un insegnante per una vignetta, il commando che mitraglia il Bataclan, non vedono persone: vedono kuffar, non-umani, esattamente come il padre non vedeva nel figlio un essere senziente ma uno strumento da piegare alla volontà di Dio.
È la stessa cecità affettiva di Hitler verso gli ebrei, di Stalin verso i kulaki: la firma neurobiologica di un’infanzia in cui nessuno ha guardato il bambino come persona. Ogni volta che un tribunale invoca il «rispetto culturale» per non proteggere una bambina picchiata, ogni volta che si brandisce l’accusa di islamofobia per zittire le donne ex musulmane, ogni volta che la scuola rinuncia a interrompere la catena in nome del multiculturalismo, l’Occidente non è neutrale: è complice. Lascia che la spirale del dolore convertito in violenza compia un altro giro, nel cuore delle proprie città.
La via d’uscita non è il muro né l’espulsione: è il testimone. Il maestro che vede il livido e lo nomina, il giudice che protegge il bambino prima della cultura, la società che riconosce nell’abuso un abuso, anche quando indossa il velo della preghiera. Finché non avremo il coraggio di farlo, continueremo a chiederci, dopo ogni attentato: «Come è potuto accadere?». A molte vittime del Bataclan sono stati cavati gli occhi e strappati i genitali, prima del colpo finale. Il 7 ottobre gli uomini di Hamas ridevano mentre bruciavano vivi bambini israeliani.
La risposta è scritta da quasi un secolo nei libri di Alice Miller e da 25 anni in quelli di Felicity De Zulueta. È scritta, soprattutto, sul corpo della bambina di nove anni che inciampa su un versetto del Corano e impara, prima ancora di saper leggere, che il dolore non si sente, non si racconta, non si perdona: si restituisce. A meno che non venga interrotto. Cristo sulla croce che muore per l’umanità è il soccorritore che spezza la catena.
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