Ci voleva Ceuta per mettere a nudo le ipocrisie di un’Europa che sta in piedi a botte di retorica e vacilla quando, appunto, i fatti presentano il conto.
Il caso Ceuta e il modello di Pedro Sánchez
Ceuta è l’esempio di come sia possibile organizzare una invasione di uomini, forti e in salute, e di come la retorica scompostamente buonista sia sempre alla ricerca della storia commiserevole per manipolare l’opinione pubblica.
A Ceuta, i resistenti non se ne andranno facilmente: del restose Pedro Sánchez, il premier spagnolo, non trova urgente rientrare dalle ferie, perché loro dovrebbero ritornare in Marocco? Stanno lì e per il fatto di restarci costituiscono un claim pubblicitario per le nuove, imminenti invasioni.
Ceuta ormai è un luogo della politica, a tutti gli effetti. E in questo luogo Sánchez rappresenta il campione di una sinistra ipocrita, fallimentare e perdente.
La svolta restrittiva della socialdemocrazia danese
La sinistra che vince è quella pratica, quella della premier danese Mette Frederiksen che, ai deputati, ha detto di essere pronta a rafforzare i controlli alle frontiere e, «in ultima istanza», a chiuderle completamente se dovesse riproporsi un’ondata migratoria attraverso l’Europa.
Ha definito «inquietanti» le immagini di Ceuta, si è detta «fortemente in disaccordo» con la Spagna sulla gestione dei flussi, e ha rivendicato: «Sono una convinta sostenitrice dei controlli alle frontiere… è l’arma più efficace di cui disponiamo». La Danimarca (Paese senza euro…) ha una clausola di opt-out che la tiene parzialmente fuori dalle norme Ue su asilo e immigrazione.
Ora, se qualcuno descrive la Frederiksen come una mosca bianca nella sinistra europea, forse non sa che la socialdemocrazia scandinava ha prodotto negli ultimi quindici anni una torsione totale rispetto ai modelli di multiculturalismo e società multirazziale integrata che tanto attirarono la famiglia socialista.
Oggi le chiusure sono il pezzo forte dei governi della nuova socialdemocrazia scandinava, nota come «sinistra restrittiva» per la progressiva chiusura dei rubinetti nel welfare e per – insolito nei Paesi del Nord Europa – l’opposizione a certi modelli islamici. Questa nuova sinistra vince, quella vecchia – mediterranea – perde.
La Germania, la gestione dei Dubliner e i precedenti della rotta balcanica
Nello stesso giorno in cui la Frederiksen chiude per Ceuta, il cancelliere tedesco Friedrich Merz diventa sovranista (quasi alla Viktor Orbán) sui «dublinanti», parlando di espulsione (nel 2022 c’era stata una sospensione delle pratiche) di chi è arrivato in Ue sbarcando in Italia e poi ha chiesto asilo in Germania.
Merz non sta facendo né più né meno di quel che ci si aspetta da un governo debole, minacciato a destra da Afd; condizione nella quale non si trova Giorgia Meloni che, al netto della crescita di Roberto Vannacci, gode di ottima salute.
Ovviamente la sinistra, che solitamente in materia di immigrazione e di confini non capisce nulla e gode quando si parla di No Borders, No confini, ha iniziato a polemizzare con la Meloni e il governo italiano per la pariglia restituita dai tedeschi. Ma i tedeschi, se si parla di confini e migrazioni, diciamo che non sono mai stati un esempio da seguire.
Nel 2016 la Germania (non l’Europa, la sola Germania!) spinse per l’accordo Ue-Turchia grazie al quale fu chiusa la rotta balcanica in cambio di 6 miliardi di euro e altri impegni (liberalizzazione dei visti, rilancio dei negoziati di adesione).
A quell’accordo si arrivò perché nell’estate-autunno 2015 Angela Merkel decise di non applicare il regolamento di Dublino ai richiedenti asilo siriani, aprendo di fatto le frontiere tedesche con la celebre frase «Possiamo farcela». Il risultato fu l’arrivo in Germania di oltre un milione di richiedenti asilo nel solo 2015, in gran parte transitati appunto lungo la rotta balcanica (Grecia-Macedonia del Nord-Serbia-Ungheria/Croazia-Austria-Germania). Di quella apertura oggi la società tedesca paga il conto.
Il ruolo della Turchia e la pressione sulle frontiere
Ora siccome Ceuta avverte che le migrazioni sono bombe pesanti delle guerre spurie e sporche, non è detto che Recep Tayyip Erdogan riaprirà parzialmente o totalmente le partenze verso le isole greche visto che la Turchia ospita ancora milioni di rifugiati siriani e ha sempre trattato la questione migratoria come strumento negoziale su dossier delicati quali Cipro, ruolo turco in Siria o Libia, o rapporti con la Russia.
Dal Nord Europa al Mediterraneo, i confini sono una questione delicata e non basta la retorica progressista per svuotarli di significato quando poi c’è chi li usa come leva negoziale.
I controlli di Schengen e il nodo della sovranità
Il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne, previsto dalla stessa normativa Schengen in caso di minaccia per l’ordine pubblico, non è affatto inedito.
Ecco chi lo applica oggi, secondo l’elenco di Matteo Piantedosi: l’Italia verso la Spagna (1 agosto-1 settembre, per Ceuta) e verso i Balcani (19 giugno-18 dicembre, rischio terrorismo); la Germania alle proprie frontiere; la Francia a Ventimiglia dal 2015; l’Italia con la Slovenia da circa due anni. Piantedosi parla di almeno dieci Paesi europei coinvolti in misure simili.
Sarebbe ora di ammettere che Schengen è dire tutto e dire niente: abbattere le frontiere internamente non ha prodotto un’identità politica comune; Schengen segna tutt’al più la libertà di movimento per lavoro, studio, turismo, senza controlli; in altre parole ha creato uno spazio condiviso, ma non una sovranità condivisa sul controllo di chi vi entra. Tant’è che da fuori ne approfittano per entrare.
Il controllo è un segnale politico che va dato all’esterno, e bene fanno Meloni e la Frederiksen a rivendicare il peso delle frontiere.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >