A Firenze, per evitare il Cpr, dipendeva dalla porta che si varcava. Perché i numeri dell’Asl Toscana Centro evidenziano una differenza macroscopica tra chi veniva visitato dagli infettivologi dell’ospedale Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli, dove le dichiarazioni di non idoneità sono risultate 80 su 155 in 16 mesi, e chi passava dal Pronto soccorso.
Nel secondo caso la percentuale degli idonei al Cpr è del 100%. L’unica presunta non idoneità si è trasformata in idoneità, dopo un trattamento specialistico del paziente straniero.
I dati dell’Asl Toscana Centro
Il confronto è contenuto in un documento dell’Azienda Usl Toscana Centro di cui La Verità è entrata in possesso. I dati: nel 2025 la struttura di malattie infettive del Santa Maria Annunziata ha sottoposto a visita 105 persone destinatarie di provvedimenti di espulsione, che dovevano essere trasferite nei Centri di permanenza per il rimpatrio: 46 sono state dichiarate non idonee.
Quasi una su due. Poi la percentuale è schizzata ancora più in alto. Nei primi quattro mesi del 2026, le visite sono state 50 e le non idoneità 34: il 68%. Nello stesso documento l’Asl ha fornito anche i dati relativi ai Pronto soccorso dell’Area Toscana Centro. Qui non è possibile ricostruire esattamente il numero delle prestazioni per lo stesso periodo perché, è spiegato, negli applicativi gestionali non esiste un codice specifico.
L’azienda riesce comunque a fornire un ordine di grandezza: nell’ultimo anno erano state effettuate poco meno di 100 valutazioni. Risultato? Una sola non idoneità. Il paziente aveva una problematica sanitaria che ha richiesto alcuni giorni di trattamento. Curato, è stato nuovamente valutato e alla fine dichiarato idoneo.
Una differenza che solleva interrogativi
L’analisi numerica, da sola, non permette di stabilire se ci sia qualcosa di irregolare. Né se le condizioni cliniche delle persone visitate nei due percorsi siano sovrapponibili. Ma è la sproporzione a colpire.
Al pari di un ulteriore dettaglio: le ragioni indicate dall’Asl per le non idoneità non riguardano soltanto malattie infettive, patologie psichiatriche o altre condizioni acute e croniche. Nell’elenco compare anche «l’impossibilità di completare la valutazione per barriera linguistica non superabile».
L’inchiesta sui certificati per i Cpr
Ora bisogna capire se anche a Firenze è entrato nel circuito il famoso «modulo» con le scuse prestampate per impedire i trattenimenti. Da Ravenna, dove in Procura quel prestampato è considerato il reperto principale dell’inchiesta, qualche giorno fa è stata disposta una perquisizione anche a Firenze.
Il sospetto degli investigatori dello Sco e della Squadra mobile è che anche in Toscana qualche dottore abbia sposato la linea oltranzista di Nicola Cocco, indicato come «promotore» della presunta associazione a delinquere che con le certificazioni false avrebbe evitato che gli immigrati da espellere finissero nei Cpr.
La posizione della Fnomceo
Intanto la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, ndr.) prende nuovamente le difese dei medici riottosi. Nel comunicato emanato ieri dal Consiglio nazionale della federazione, viene ribadito quale dovrebbe essere, secondo loro, il perimetro di competenza dei camici bianchi: «La valutazione clinica deve riguardare lo stato di salute della persona e non costituire un atto autorizzativo al trattenimento nei Cpr».
Dalla nota si apprende, inoltre, che il presidente Filippo Anelli «avvierà un’interlocuzione con le istituzioni competenti per rivedere la procedura». Nata quando al Viminale c’era Luciana Lamorgese e sviluppata con il supporto «dell’Istituto nazionale salute migrazioni e povertà, dell’Istituto superiore di sanità» ma, soprattutto, «della Società italiana di medicina delle migrazioni». La Simm, ovvero quella che ha avviato la campagna per il «No» ai Cpr. L’ennesimo cortocircuito.
Il nodo della responsabilità sanitaria
Ora, però, si sostiene, il nodo sarebbe legato alla distinzione delle responsabilità.
Su questo punto Anelli chiede un iter che permetta alle persone giudicate non idonee di «poter essere prese in carico dai servizi competenti, con un percorso assistenziale tracciabile e la continuità delle cure necessarie».
Infine un passaggio che smonta, senza volerlo, l’operato dei colleghi ideologizzati: «L’eventuale impossibilità di trattenimento non fa venir meno il bisogno di assistenza; può renderlo ancora più urgente».
I medici e le posizioni sui Cpr
Non tutti i medici, evidentemente, avevano fatto proprio questo concetto. I numeri non mentono: l’Azienda Usl Toscana Centro, di cui fa parte l’ospedale Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli, è il fortino regionale dei camici rossi. A dirigere la struttura complessa (Soc) di malattie Infettive dell’ospedale con numeri sospetti c’è il dottor Filippo Bertalesi.
Sul suo profilo Linkedin, il dirigente sanitario non fa mistero del proprio parere sulla natura dei Cpr. Lo scorso 10 luglio ricondivide, infatti, un post di Oxfam Italia in cui viene criticato il «modello Albania», studiato dal governo Meloni per sveltire le procedure di rimpatrio e alleggerire il carico delle strutture italiane. Un orizzonte ideologico condiviso anche da un suo stretto collega.
Quel Lorenzo Roti che ricopre il ruolo di direttore sanitario aziendale della Usl Toscana Centro e che, il 21 settembre, scese in piazza a Firenze, manifestando «vicinanza» ai medici indagati e perquisiti. In compagnia, ovviamente, delle sigle che avviarono la campagna di sensibilizzazione contro i trattenimenti e che diffusero il modello prestampato di supporto alle certificazioni (ora contestate dalla Procura di Ravenna): Simm, Asgi e Mai più lager-No ai Cpr.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >