Non si tratta di un’associazione di medici preoccupata di assicurare le migliori cure ai pazienti, ma di un’organizzazione politica intenzionata a sabotare una legge dello Stato. Più l’inchiesta della Procura di Ravenna avanza e più si scoprono le ramificazioni di quanti indossano il camice bianco e si comportano da militanti di un movimento antigovernativo. Intendiamoci, criticare Giorgia Meloni e i suoi ministri è legittimo. E anche opporsi all’interno del perimetro del consentito, se del caso: ma violare la legge no.
Un insegnante (tanto per restare a una questione su cui si dibatte in queste ore, visto che i compagni sono già sul piede di guerra) non può decidere da sé chi accogliere nella propria classe. E lo stesso vale per i medici, i quali non hanno il potere di stabilire chi ricoverare e chi respingere in base alle opinioni politiche. E quindi nemmeno possono arrogarsi il diritto di falsificare i certificati, attestando condizioni di salute che non sono reali. Sottoscrivere un atto sostenendo che un tizio non è idoneo a svolgere una funzione, accertando con tanto di firma una patologia che non esiste, è un falso in atto pubblico. E se un gruppo di dipendenti pubblici si organizza per firmare decine, se non centinaia, di documenti fasulli, ha dato vita a un’associazione a delinquere né più né meno come le organizzazioni malavitose.
Il giuramento di Ippocrate e il dovere del medico
Il giuramento di Ippocrate prevede che il professionista in camice bianco si impegni a difendere la vita dei pazienti, tutelandone la salute fisica e psichica. Iniziando l’attività, i dottori promettono di alleviare la sofferenza di un malato, rispettandone la dignità e la libertà senza discriminazioni. Ma da nessuna parte sta scritto che il medico debba far prevalere il suo convincimento politico e aiutare un migrante destinato all’espulsione a gabbare la legge.
L’ordinamento in vigore prevede che lo straniero senza diritto di restare sul territorio nazionale (perché non in fuga da guerre e persecuzioni o in quanto ha commesso reati o poiché clandestino che ha già ricevuto il foglio di via) sia trattenuto in uno dei cosiddetti Centri di permanenza per il rimpatrio.
Si tratta di strutture che esistono praticamente in tutti i Paesi europei e che svolgono una funzione precisa: evitare che la persona da espellere diventi uccel di bosco e magari commetta altri reati. I Cpr non sono penitenziari e chi è trattenuto non è sottoposto alle regole carcerarie: può usare il telefono, chiamare chi gli pare, ma non se ne può andare a spasso, perché il suo destino è tornarsene a casa.
I certificati medici e il caso dei Cpr
È mai possibile che, usando lo strumento della visita medica per accertare eventuali patologie, ci siano medici che dichiarano il falso in quanto contrari all’espulsione di clandestini e convinti che i Centri per il rimpatrio siano lager? Certo, i Cpr non sono alberghi a cinque stelle, ma alla fine le lacune denunciate da alcuni di questi professionisti con camice bianco e cuore rosso è la mancanza della tv in ogni stanza e un menù non segnalato dalle guide Michelin. Insomma, a quanto pare non si tratta di luoghi di tortura.
E tuttavia, come abbiamo dimostrato, quella che la Procura di Ravenna identifica come un’associazione a delinquere aveva predisposto addirittura moduli per dichiarare l’inidoneità al trasferimento del migrante nel Cpr. Non per patologie che lo rendessero inadatto, ma per sentimento dello stesso medico. Un’obiezione di coscienza, senza dichiarare l’obiezione di coscienza e dunque accreditando il falso, in qualche caso – per esempio in Toscana – con il 100% dei dinieghi.
I più attivi su questo fronte pare fossero gli infettivologi perché, mentre al Pronto soccorso i certificati non erano inquinati da alcun pensiero ideologico, gli esperti di virus erano contaminati da quello della sinistra immigrazionista, un’infezione che, come abbiamo visto già in diversi casi, può provocare gravi danni alla salute e alla sicurezza degli italiani. Dunque, prima si cura il mal d’Africa di certi medici, meglio è.
Gli attacchi alla pm e il silenzio delle toghe
Ps. Dopo gli attacchi e gli insulti alla pm titolare dell’inchiesta di Ravenna, nel Csm le correnti di sinistra avrebbero titubato nel difendere la collega. In genere i sindacati delle toghe difendono a spada tratta i colleghi le cui inchieste sono oggetto di critiche. Questa volta, invece, hanno ritenuto che alla magistrata non servisse la loro solidarietà.
Con il risultato che, appoggiando più gli indagati che chi indaga, la categoria dimostra che ci sono casi in cui la tutela dell’indipendenza e dell’autonomia di una toga non conta.
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