Che la Cgil non faccia gli interessi dei lavoratori che dice di rappresentare è ormai cosa nota. Infatti, sempre più spesso il principale sindacato italiano non si prefigge lo scopo di migliorare le retribuzioni, le condizioni e l’occupazione dei propri iscritti, ma soltanto di rafforzare la propria rappresentanza politica. Se i salari o i trattamenti fossero il primo obiettivo della confederazione guidata da Maurizio Landini, di certo il suo segretario non avrebbe rifiutato di siglare una serie di accordi che avrebbero messo centinaia di euro nella busta paga dei dipendenti.
E, allo stesso tempo, non indirebbe scioperi generali in cui si mischiano le rivendicazioni contro la manovra del governo con quelle degli studenti europei, come avverrà invece il prossimo 20 novembre, oppure con la situazione a Gaza come accaduto in passato. La Cgil, dunque, si muove come un partito e il suo capo come un aspirante leader del futuro campo largo, senza nessun vantaggio per chi lavora. E se ci fosse bisogno di ulteriori conferme del ruolo politico assunto dal sindacato rosso basterebbe dare un’occhiata alla sua più recente battaglia.
Il ricorso della Cgil contro il bando della Difesa
Con grande enfasi, i compagni dell’organizzazione di corso Italia a Roma hanno annunciato ieri di aver vinto un ricorso contro un bando emesso dal ministero della Difesa. La storia è esemplare. Tempo fa, il dicastero di Palazzo Baracchini ha reso noto termini e requisiti per l’assunzione di 1.100 persone da impiegare come personale civile del ministero. Il concorso era finalizzato al reclutamento di personale a tempo pieno e con contratto indeterminato, da inquadrare nell’Area degli assistenti, per svolgere mansioni tecniche nel settore informatico, edile o meccanico, ma anche in ambiti come la sanità e la cucina. La gara specificava, però, che, per essere assunti, era necessario possedere la cittadinanza italiana. E qui entra in campo la Cgil e la squadra di avvocati pro Ong di cui da tempo si circonda.
Al sindacato non sta bene che si assumano soltanto italiani, lo ritiene discriminatorio. Il bando, secondo Landini e compagni, deve essere aperto anche a determinate categorie di cittadini stranieri. Che parli la nostra lingua e che rispetti la nostra Costituzione evidentemente è ritenuto un aspetto secondario. Così, tramite i suoi legali e con il contorno di associazioni pro migranti con cui fa regolarmente comunella, la Cgil è ricorsa al Tribunale di Milano affinché dichiarasse discriminatorio il concorso e imponesse di modificarlo. Ovviamente, a Palazzo di giustizia hanno dato ragione ai ricorrenti, ritenendo discriminatoria la clausola che escludeva dalla selezione alcune categorie di stranieri. Dunque, grazie alla Cgil potranno partecipare al concorso anche cittadini dell’Unione europea e determinate categorie di cittadini di Paesi terzi, per lavorare come assistenti del ministero della Difesa.
Le categorie di stranieri ammesse al concorso
Qualcuno obietterà che nei nostri ospedali già lavorano medici e paramedici stranieri, così come nelle cucine di molti ristoranti i cuochi provengono dall’estero. Vero, ma lavorare alle dipendenze del ministero della Difesa è altra cosa: anche se si tratta di personale civile e non di militari, resta il fatto che questi dipendenti opereranno all’interno di un dicastero che si occupa della sicurezza e della difesa dello Stato. La sentenza, tuttavia, non riguarda indistintamente tutti gli stranieri: il Tribunale ha indicato i cittadini dell’Unione europea, i familiari di cittadini Ue appartenenti a Paesi terzi, i titolari di permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo e i beneficiari di protezione internazionale.
Ma per Landini, evidentemente, è più urgente la difesa di una sinistra che perde consenso fra gli italiani e, come già è avvenuto in Francia, Germania e Spagna, si vende anima e corpo agli stranieri.
Tuttavia, se il nuovo corso si rifà a Jean-Luc Mélenchon, il capo di La France Insoumise, o a Elif Eralp, la neosindaca di Berlino (che pur di vincere ha accettato l’appoggio dei musulmani più radicali, pur confessando di temerli), forse sarebbe il caso di cambiare la sigla. Non più Confederazione generale italiana del lavoro, ma Confederazione generale islamica del lavoro. Così potremo tranquillamente definire Landini un ayatollah.
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