La manifestazione l’hanno chiamata «Fiori e collera». L’hanno convocata ieri alle 18.30 in piazza Libertà a Trieste, ufficialmente per piangere la morte di due persone dentro un magazzino al Porto Vecchio. In realtà l’obiettivo nemmeno troppo celato era quello di contestare l’amministrazione comunale e più in generale le istituzioni ritenute colpevoli di una «tragedia annunciata».
I morti, dicevamo, sono due, ma avrebbero potuto essere molti di più. Si tratta di un uomo e una donna, entrambi fra i venti e trent’anni. Lui marocchino, lei a quanto sembra italiana. Domenica sera sono entrati nei magazzini 18 e 19 del Porto Vecchio, in cui sono soliti bivaccare gruppi di migranti. La struttura ha tre piani: i due si trovavano in uno stanzino al primo. Secondo una prima ricostruzione, la donna indossava un costume di Halloween. Al piano terra c’erano vari migranti i quali avrebbero acceso un fuoco. Tra le 22 e le 23 è divampato un incendio. Il monossido di carbonio è salito fino al primo piano e ha avvelenato i giovani. Le fiamme si sono diffuse: i migranti che si trovavano nel magazzino, circa 20, sono riusciti a mettersi in salvo, ma i due ragazzi non hanno avuto scampo. I Vigili del fuoco hanno lavorato tutta notte: quando han trovato i corpi era troppo tardi.
Le accuse delle associazioni alle istituzioni
Non è sbagliato parlare di tragedia annunciata. Sulle responsabilità, però, forse occorre una riflessione. Le associazioni umanitarie triestine sembrano non avere dubbi: colpa dell’amministrazione comunale. «Nel giorno in cui ricordiamo e affidiamo a Dio i nostri defunti, la morte di un uomo e di una donna nell’incendio di un magazzino del Porto Vecchio mi riempie di profonda tristezza e indignazione», ha detto alla stampa padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas di Trieste. «Sapere che, in questo momento, ci sono posti liberi nel circuito di accoglienza rende ancora più doloroso quanto accaduto e pone una questione grave, che chiede di essere affrontata con urgenza». Più o meno identiche le parole di Gianfranco Schiavone, presidente di Ics-consorzio di solidarietà. «Due persone sono morte questa notte nell’incendio di uno dei magazzini del Porto Vecchio dove avevano cercato riparo. Esprimiamo il nostro dolore, ma non possiamo limitarci al cordoglio. Quanto accaduto è la conseguenza di una situazione di abbandono che si trascina da anni, conosciuta dalle istituzioni», dice Schiavone. «Le responsabilità istituzionali sono precise e non possono essere ignorate La tragedia è conseguenza di precise scelte istituzionali».
L’accusa è: il Comune non fa abbastanza per garantire l’accoglienza. La Questura sarebbe troppo lenta nell’esaminare le richieste di asilo, condannando gli irregolari a rimanere fuori dal sostegno istituzionale. Insomma le autorità sarebbero colpevoli di «lasciare volutamente le persone per strada». Non è la prima volta che si sentono frasi di questo tipo. Due settimane fa le associazioni pro migranti hanno fatto il diavolo a quattro dopo che la Questura di Trieste ha deciso di porre un limite orario alla consegna di cibo in piazza Libertà. La polemica degli attivisti ha occupato molto spazio sui media. Meno visibilità ha ottenuto la spiegazione della Questura: «Negli ultimi mesi la situazione ha fatto registrare un progressivo degrado, caratterizzato dal verificarsi di ripetuti episodi di violenza, tra cui risse, aggressioni, accoltellamenti, furti e rapine perpetrati ai danni degli stessi cittadini stranieri presenti nell’area. A questi episodi si sono aggiunte condotte legate allo spaccio e comportamenti contrari alla pubblica decenza».
Gli arrivi lungo la rotta balcanica
Diatribe a parte, la situazione di Trieste è piuttosto chiara e non da oggi. Secondo i dati del Protection Monitoring Report curato da International Rescue Committee (Irc) Italia e Diaconia Valdese, a settembre gli arrivi di stranieri – provenienti dalla rotta balcanica – «sono cresciuti del 3% rispetto ad agosto, portando a 1.120 il numero totale delle persone intercettate e assistite sul territorio, con una media costante di circa 37 nuovi ingressi ogni giorno». Si tratta per lo più di uomini che viaggiano da soli: i maschi sono il 94% del totale, quasi esclusivamente adulti. Il 41% dei migranti che arrivano a Trieste sono afgani, poi ci sono persone provenienti da Pakistan, Bangladesh e Turchia. Quasi tutti vogliono andare in altre città italiane o europee.
«Il meccanismo mortifero della migrazione di massa»
Il consueto quadro di immigrazione di massa: ingressi senza controllo che producono disagio e insicurezza. Si può certo continuare a chiedere più accoglienza, posti letto, velocità nell’esame delle richieste di asilo. Ma finché il flusso continua o si allarga c’è poco da fare. I posti letto non basteranno mai, anche perché non è detto che tutti ne abbiano diritto. Le sacche di disagio continueranno a crearsi. È inutile incolpare le istituzioni per la morte dei due giovani sorpresi dall’incendio. Se c’è una colpa, è in carico al meccanismo mortifero della migrazione di massa. Coloro che oggi si indignano dovrebbero interrogare sé stessi: quante altre morti si dovranno contare prima di capire che questo sistema causa inevitabile sofferenza e drammi?
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