Ci vuole una certa dose di improntitudine, dopo il saccheggio di Milano della scorsa settimana, a sostenere che la destra porta il caos. Ma evidentemente a Elly Schlein la spudoratezza non manca, così ieri, a Montepulciano, la segretaria del Pd non ha solo sostenuto che alla definizione del programma del campo largo manca l’ultimo miglio (cosa che è talmente lontana dalla realtà al punto da far dubitare che mai ci sarà un programma comune di tutti gli alleati), ma anche, con uno stravolgimento dei fatti, che i disordini di questi giorni siano il risultato della destra al governo.
Si possono condividere o meno le opinioni di Giorgia Meloni e della coalizione da lei guidata, ma è chiaro a chiunque sia politicamente onesto che se le manifestazioni violente hanno accompagnato la legislatura lo si deve solo al fatto che a Palazzo Chigi non c’è un esponente progressista.
Il numero di cortei e, purtroppo, anche di agenti feriti è letteralmente esploso negli ultimi quattro anni, da quando il centrodestra ha vinto le elezioni. Perché, invece di accettare il verdetto emerso dai seggi, la sinistra quando perde alimenta il conflitto permanente, nella speranza di correggere nelle piazze il risultato delle urne.
Non è la destra a portare il caos, ma quanti si sono autodefiniti democratici e antifascisti, e ne abbiamo avuto prova anche con gli scontri nel capoluogo lombardo.
Mentre Schlein e compagni giustificavano le violenze sostenendo che erano frutto del disagio giovanile, le indagini hanno portato alla luce che a sollecitare la rivolta, a fomentare il caos, diffondendo anche accurate istruzioni per affrontare le forze dell’ordine, era un militante pro Pal, ovvero un immigrato di seconda generazione in apparenza integrato.
È bastato un fermo per far emergere che l’appello alla mobilitazione non aveva niente a che fare con il carovita, con l’aumento della benzina, con il mercato del lavoro, ma faceva parte di un preciso disegno politico.
E per capire quale sia questo programma è sufficiente dare uno sguardo alla pagina Instagram creata da Youssef Siher per coordinare i cortei e surriscaldare gli animi.
L’obiettivo dichiarato, infatti, erano le dimissioni dell’attuale governo. Insomma, la mente del Movimento 17 ottobre era nei fatti un alleato del campo largo, perché con la sinistra condivideva il risultato da ottenere: la caduta di Giorgia Meloni.
Ma c’è di più. Schlein e compagni ci hanno spiegato che i disordini sono la manifestazione del disagio di una generazione privata del futuro e che per risolvere i problemi di ordine pubblico avremmo dovuto farci carico del malessere dei giovani, in particolare di quegli italiani di seconda generazione a cui non vengono offerte prospettive.
Sciocchezze. Le indagini dimostrano che Youssef Siher, nato in Italia da genitori marocchini, aveva tutte le strade aperte.
Nel nostro Paese aveva potuto studiare, laurearsi, conseguire un master, sposarsi, collaborare con centri di ricerca e importanti quotidiani. Ma l’affermazione nel mondo del lavoro non era la sua priorità.
Nonostante avesse un’istruzione (parla quattro lingue) e avesse viaggiato, Siher era legato all’islam radicale e alle posizioni più estremiste del mondo antagonista e pro Pal, al punto di esprimere parole di sostegno ad Hamas, i terroristi del 7 ottobre.
Le indagini hanno fatto emergere anche un altro aspetto e cioè il ruolo della moglie di Youssef, anche lei indagata e italiana di seconda generazione.
Lavora per un’associazione che si occupa di migranti come mediatrice culturale, un gruppo che – a quanto risulta – ha ricevuto generosi finanziamenti dall’Europa, dalla Regione e dal Comune di Milano, oltre che da altri enti. Ma a quanto pare gli aiuti all’integrazione non hanno ottenuto il ringraziamento che ci sarebbe da aspettarsi, bensì una strana voglia di disintegrare il Paese che accoglie gli stranieri.
È successo con Salim El Koudri, l’attentatore della tentata strage di Modena, ma anche in Francia con Hodei Docampo Ciarra, l’uomo che ha appiccato il fuoco al municipio di Limoges: immigrati cresciuti dentro il sistema, ma che poi si rivoltano contro quello stesso sistema che li ha istruiti e cresciuti.
La lezione è chiara. Il caos di Milano è il risultato non delle politiche della destra, ma di quelle dei porti aperti all’immigrazione della sinistra. Il saccheggio, o meglio l’esproprio proletario (così lo ha chiamato Sahir), è uno dei numerosi effetti collaterali che ci hanno regalato i compagni.
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