I fiancheggiatori dei maranza
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Magari non ci sarà lo zampino di Putin, come qualcuno ha ipotizzato pur senza fornire alcuna prova. Tuttavia, che dietro le violenze di Milano e Torino, e di quelle che a quanto pare si rischiano anche oggi, ci sia una regia che punta a destabilizzare il nostro Paese, anzi il nostro governo, gli investigatori ne sono convinti.

Nel capoluogo lombardo c’erano dei ragazzini, alcuni addirittura di 11 anni, ma le migliaia di minorenni confluite in centro non sono arrivate per caso, bensì spinte dai social. Qualcuno ha convocato gli adolescenti via chat per poi innescare gli scontri e di certo non lo ha fatto per il solo divertimento di creare un po’ di scompiglio e vedere un certo numero di vetrine rotte.

Del resto, le indagini che si allargano ad altre città, a Como, Bari, Verona, insieme al manuale trovato in rete per prepararsi agli scontri, dimostrano che esiste un disegno comune che va oltre i tentativi di emulazione di singoli episodi, ma richiama alla mente una strategia che punta a mettere in difficoltà l’Italia e chi la governa.

Per quanto mi riguarda, da sempre non mi metto a inseguire teorie cospirazioniste, diffidando di chi vede complotti ovunque. Ma che ci sia chi si augura di mettere in difficoltà l’attuale maggioranza, fino a ottenere le dimissioni dell’esecutivo, così da impedire a Giorgia Meloni di restare a Palazzo Chigi a gestire le prossime elezioni, non credo sia un sospetto campato per aria.

Però, al di là delle manovre per far cadere il governo puntando sui disordini di piazza, a colpirmi in questi giorni sono state anche alcune confidenze ricevute dai poliziotti che domenica hanno dovuto fronteggiare le violenze.

I poliziotti che hanno dovuto fronteggiare i saccheggi dei maranza

Gli uomini delle forze dell’ordine, presi alla sprovvista da un assalto che per l’età dei partecipanti e per le modalità non si era mai visto, oltre che con i disordini hanno dovuto fare i conti con i fiancheggiatori. Già, i ragazzini, aizzati via social, spaccavano le vetrine e facevano razzia di ogni cosa, ma fuori, mentre la polizia provava a riportare l’ordine e a fermare i vandali, c’era chi faceva il tifo per gli assalitori.

E se molti tra i minorenni che hanno partecipato agli scontri erano stranieri di prima o seconda generazione, i fiancheggiatori, quelli che assistevano quasi compiaciuti alle violenze e non perdevano l’occasione di denigrare gli agenti, erano italianissimi.

Pur con le debite differenze, la notizia mi ha riportato alla mente gli anni del terrorismo. I brigatisti in fondo erano pochi ma esisteva un’area grigia che senza sporcarsi le mani, senza avere alcuna connessione con il partito armato, per quei rivoluzionari provava una certa simpatia e non riusciva a condannarli. Ancor meno a denunciarli.

E a questo proposito mi sono rimaste impresse le frasi di due giovani studenti che l’altra sera hanno partecipato alla puntata di Dritto e rovescio su Rete 4. Incalzati da Giuseppe Cruciani e da Paolo Del Debbio, nessuno di loro è riuscito a dissociarsi dalle violenze e a esprimere solidarietà agli uomini delle forze dell’ordine rimasti feriti negli scontri.

Sfasciare le vetrine, saccheggiare i negozi, lanciare pietre contro gli agenti, nei loro racconti erano reazioni giustificate dalla «violenza» della classe dirigente. La colpa, insomma, è di chi alimenta le «diseguaglianze sociali», «del capitalismo», «dello sfruttamento di classe» e non di chi ha partecipato ai disordini o li ha eterodiretti.

Il ritorno alla mentalità terroristica del secolo scorso

In poche frasi, quei due hanno riesumato l’armamentario ideologico che negli anni Settanta e Ottanta giustificò decine di crimini, trovando nella rivoluzione comunista l’assoluzione per ogni comportamento, anche il più orrendo.

Del resto, non c’è da stupirsi che due studenti non prendano le distanze dalle razzie, perché analoghi ragionamenti li abbiamo sentiti fare anche da una parlamentare come Ilaria Salis, la quale, invece di esprimere solidarietà all’agente che a Milano è stato colpito da un sanpietrino, ha preferito parlare della presunta «violenza» del sistema, trovando così il modo di giustificare chi rompe tutto. Da quando, per il fatto di essere stata trascinata in catene davanti ai giudici ungheresi, è stata eletta a Bruxelles, Salis non occupa più le case e nemmeno partecipa a cortei che finiscono con aggressioni, come quello che a Budapest la portò in carcere.

Ma in fondo il suo spirito resta uguale, infatti rimane una fiancheggiatrice di chiunque inneggi alla rivolta sociale. Toni Negri diceva di provare un brivido ogni volta che si calava il passamontagna. Lei probabilmente lo prova ogni volta che lo vede calare a un ragazzino, perché le fa sognare la rivoluzione.

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