Beppe Sala e Pierfrancesco Majorino, uno degli aspiranti alla successione a Palazzo Marino, da giorni conducono un dibattito a distanza sulla presenza dei soldati a Milano, in vista delle manifestazioni di oggi: il sindaco, che in effetti aveva lamentato l’insufficienza delle forze dell’ordine schierate la settimana scorsa, è favorevole al loro schieramento, anche se si oppone alla descrizione del capoluogo quale città militarizzata; il consigliere regionale del Pd, così come l’altro frontman della sinistra, Mario Calabresi, è contrario alla decisione presa dal governo.
Su una cosa, però, il campo largo si trova d’accordissimo: la soluzione alla piaga di quello che ama definire «disagio» è distribuire soldi alla fitta rete di associazioni e professionisti che si occupano di assistenza, formazione, recupero.
È lo stesso copione che i progressisti recitano in materia di immigrazione: non si tratta mai di controllare meglio le frontiere né di rimpatriare di più; è sempre questione di integrazione, della quale devono occuparsi dei volenterosi, con i soldi dei contribuenti.
Ieri, Sala e Majorino si sono incontrati proprio su questo punto. Sul Corriere della Sera, il primo cittadino ha sottolineato l’importanza di «lavorare sugli spazi e sui luoghi di aggregazione giovanile», cercando di coinvolgere «più educatori». Ha già pronta la struttura burocratica che dovrebbe coordinare gli sforzi per rispondere al malessere: «Un Ufficio giovani, che organizzi relazioni», come «nel periodo delle tossicodipendenze». «Bisogna rafforzare l’inclusione e il senso di appartenenza dei ragazzi di origine straniera».
I candidati della sinistra a Milano
Piena sintonia con Majorino: «È chiaro», ha detto a Repubblica l’esponente del Nazareno, «che abbiamo un grande bisogno di risposte sociali e di educatori. Non fermiamoci alla risposta di carattere repressivo».
È la logica snocciolata da Calabresi l’altro ieri sera, su La 7, a Piazzapulita: «Sulla scalinata del Duomo vai coi blindati? Cito il parroco del Gratosoglio», un quartiere difficile della periferia Sud di Milano: «Chiederei al governo di mandarci anche un esercito di educatori».
Intendiamoci: punire non basta. Lo ha riconosciuto persino Matteo Salvini, mentre, martedì, posava la prima pietra del nuovo campus del Conservatorio meneghino. Un contesto che esemplifica, però, la differenza culturale tra chi si industria per individuare strategie concrete – c’è penuria di alloggi a prezzi ragionevoli? Costruiamo residenze – e chi si crogiola nei sociologismi per alimentare altra aria fritta. Tra chi – Salvini – suggerisce di togliere i bonus ai genitori dei delinquenti e chi, i bonus, li vuol dare agli attivisti.
La verità è che quelli che adesso pontificano sono gli stessi che, il disagio, l’hanno prodotto. Da dove proviene il modello Milano? Chi si è vantato, per anni, della metropoli luccicante, che attirava i ricchi e intanto espelleva le classi medie? Chi ne ha vincolato lo sviluppo galoppante alla bolla immobiliare?
Le balle dei dem che aizzano i maranza
«La forbice socioeconomica va allargandosi», «l’ascensore sociale si è bloccato», lamenta Sala. Sì, ma chi ha applicato pedissequamente le politiche europee fondate – citiamo Mario Draghi, un altro che ora dispensa saggezza sul fenomeno dei maranza – su «bassa crescita salariale come mezzo per aumentare la competitività esterna»? Lorsignori collezionano errori e poi pretendono che ci battiamo tutti il petto? E, soprattutto, che mettiamo mano al portafogli per risolvere quei pasticci e sistemare le loro clientele?
Tanto «disagio», per la sinistra, è una tattica: confondere le vere vittime e i colpevoli, trasformare questi ultimi in martiri di una colpa collettiva, fingendo di aver diagnosticato una patologia sociale che cancella le responsabilità individuali, assolve gli antagonisti e scusa gli immigrati.
È la premessa per prescrivere, a carico dell’erario, una cura di mantenimento destinata a tenere in vita un apparato di psicologi, assistenti sociali, dottori, giuristi, sacerdoti dell’unica grande Chiesa che passa per Che Guevara e arriva a madre Teresa, ai quali affidare la correzione fraterna dei compagni che sbagliano. I teppisti minorenni, o i mariti violenti da riprogrammare.
Le attenuanti della sinistra per i terroristi
Se il caos non potesse tradursi in lucro, non ravviseremmo certe bizzarre ricorrenze: tipo quella dell’avvocato Eugenio Losco, già legale di Ilaria Salis, poi membro del pool di difensori dei medici no Cpr, infine suggerito ai rivoltosi come referente cui rivolgersi in caso di problemi con la giustizia.
Financo per Salim El Koudri, uno che si era nutrito di propaganda islamista prima di falciare i passanti con l’auto a Modena, a sinistra sono riusciti a invocare quella specie di attenuante ideologica che è il «disagio mentale».
Conclusione: non c’entra il terrorismo; servono soldi per gli psicologi. Poco importa che l’attentatore fosse stato in trattamento presso un centro sanitario, evidentemente con scarsi risultati: se il carrozzone parastatale terapeutico non funziona, è soltanto perché ce ne vuole di più.
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