È bastato che passasse la buriana, che le tensioni delle devastazioni calassero un pochino, ed ecco che la questione è passata dai violenti a un più generico disagio giovanile, che va compreso, studiato, approfondito, eccetera eccetera. In attesa (speriamo di no) della prossima puntata.
Che i giovani possano essere inquieti e che possano avere delle rivendicazioni non c’è dubbio, ma riguardano per lo più quei bravi ragazzi che si impegnano negli studi o nel lavoro e che sono esposti alla precarietà, a buste paga leggere, a difficoltà nel prendere in affitto un luogo dove abitare (figurarsi a comprarlo).
E magari proprio per questo se ne vanno dall’Italia. Le inquietudini e i disagi ci sono, certo, ma riguardano i giovani che lavorano, non quelli che vorrebbero poliziotti, carabinieri o militari morti, o che rompono le vetrine per fregare «roba» firmata oppure rompono altro con le loro prepotenze e angherie. In altre parole, del disagio giovanile sarebbe stato opportuno parlare in tutti gli altri giorni dell’anno tranne in questi, quando l’eco delle devastazioni è alta e rimbalza in quegli stramaledetti social, «palcoscenico» ideale degli imbecilli. E dove persino un pischello s’atteggia ad Hulk Hogan.
Ma perché sorprendersi? Con grande onestà sarebbe bene cominciare a sommare tutti quei fatti di cronaca che vedono molti adolescenti protagonisti di vicende assurde: sfide a chi espone sé o altri a pericoli gravi (per apparire sui social come figo e fare il pieno di «like»); challenge tipo colpire a freddo i passanti con pugni o calci, oppure episodi tipo quelli delle minicar.
Chi sono davvero i «maranza»
Per non dire di quelli che si vantano di bruciare vivi i clochard, o che annunciano sulle piattaforme che da lì a poco andranno ad attentare alla vita di professori, genitori o di chi si permette di richiamarli o rimproverarli, come successo a persone pestate a sangue perché chiedevano il rispetto delle regole minime della convivenza.
Sarà la sfiga, ma il più delle volte i protagonisti di questi fatti delinquenziali sono figli di immigrati. Sia chiaro: il delinquente non ha carta di identità e non faremo figli e figliastri. Quello che emerge – ripeto: sarà la sfiga… – è che certi atteggiamenti violenti, prevaricatori, delinquenziali e criminali hanno come protagonisti i «maranza», termine con cui definiamo – a cominciare da loro stessi – i figli dei migranti che si impongono con le brutte, «per farci rispettare».
Nelle ultime giornate ho partecipato a diverse trasmissioni e ho fatto il pieno di lagnanze sul fatto che si sentono emarginati, invisibili, non accettati. Salvo poi capire che, di quella «marginalità», ne hanno fatto il punto di forza, il loro clan e le loro regole. Paolo Del Debbio potrebbe scrivere un manuale di questa generazione (gliel’ho persino consigliato) e anche ieri, nel suo studio televisivo, mi sono trovato a dover commentare (loro) parole assurde a giustificazione della detenzione e dell’uso di armi.
«È la legge della strada, ci dobbiamo difendere», ripetevano. Come ad allungare le strofe trap dei loro ideali musicali, maranza pure loro. No, non è per niente così: costoro difendono il loro spazio, la loro area, il loro territorio dove vale la loro legge. E per farlo sono disposti a usare coltelli e armi. La «lama» tra l’altro è un pezzo di racconto da parte delle vittime, cioè di coetanei «rapinati» e spogliati perché – come abbiamo ben visto – accaparrarsi la roba è un loro diritto.
La figuraccia della parlamentare del Pd Bakkali
Ieri, su Repubblica, la parlamentare del Pd Ouidad Bakkali, in un’intervista, si è proclama «l’unica maranza in Parlamento» e ha agitato il solito spettro della «legge razziale» contro i figli dei migranti.
Alla gentile onorevole vorrei consigliare di non giocare con le parole: «maranza» non è chi ha genitori stranieri, ma chi spacca vetrine, rapina, aggredisce ragazzi per derubarli. E questo termine ormai è nel parlare comune, non nel glossario di una parte politica. Confondere i due piani offende tra l’altro i figli di immigrati che rispettano le regole, i quali non si sentono affatto «maranza».
Del resto, la Bakkali era stata in piazza al flash mob per i medici indagati a Ravenna sui certificati anti Cpr e su quell’inchiesta aveva presentato un’interrogazione. Non è un caso, dunque, che la parlamentare sia in quota centrosinistra e sia stata intervistata da Repubblica, cioè due dei principali attori protagonisti della destrutturazione culturale degli ultimi decenni, dello svuotamento di parole simboliche e della disintegrazione di concetti identitari di una società sana, conservatrice; la società dei nostri nonni e dei nostri genitori.
Parole e concetti come ordine, come responsabilità, come gerarchia, come autorità, come rispetto, come legalità e via dicendo. Queste parole per decenni sono state sottoposte alla demolizione culturale della sinistra, post sessantottina prima e mercatista dopo. Se i professori vengono derisi, umiliati e persino esposti al pericolo della loro incolumità è perché la figura del maestro e del professore ha perso centralità.
I valori che sono venuti (purtroppo) a mancare
Col tempo quegli agenti di controllo sociale – dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia alle forze dell’ordine – sono stati logorati da sinistra e dai suoi maître à penser. È stato questo portarci a spasso nel rovesciamento della identità sociale e della sua cultura un tempo dominante che ha prodotto bambini padroni del mondo e adolescenti arroganti.
Ragazzi e ragazze che si sentono così intoccabili e liberi da essere manipolati dal loro padrone invisibile, le Big Tech, guarda caso una élite generata, nella sua prima stagione, da fricchettoni, figli dei fiori e rivoluzionari impasticcati.
Per concludere, contro questi modelli distruttivi e distorsivi il centrodestra deve tornare a riaffermare, senza tentennamenti, le parole di un conservatorismo sano, legalitario e ordinato. Dopo oltre mezzo secolo è ora di archiviare ’sta menata cominciata col Sessantotto e finita in rebelotto.
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