Più Uno. Se il nome è un auspicio, è urgente votarsi a un santo potente – Ernesto Maria Ruffini, nipote del fu cardinale arcivescovo di Palermo, dovrebbe averne qualcuno nella sacra cartucciera – perché i sondaggi attribuiscono al partito di Mr Tasse e dell’ex prefetto Franco Gabrielli una percentuale desolante: 0,3.
Roba da far trasalire pure Bruno Vespa, che martedì sera ha letto a Porta a porta i risultati dell’ultima rilevazione di Noto, senza riuscire a trattenere lo stupore. Una meraviglia che probabilmente nasce da una distorsione mediatica: come spesso accade – è successo con Carlo Calenda, oltre che con Matteo Renzi – il listino che quasi non esiste tra gli elettori raccoglie consensi bulgari nei salotti buoni.
Ed è onnipresente su quotidiani e televisioni. Paradossalmente, persino noi contribuiamo qui ad alimentarne l’epopea, contravvenendo a una saggia massima andreottiana: se non puoi parlare bene di qualcuno, non parlarne affatto.
Gabrielli attacca il decreto sicurezza di Meloni: «Il vannaccismo è entrato nel governo»
Intanto ieri, alle pagine 2 e 3 di Repubblica, in posizione più che privilegiata, campeggiava un’intervistona al già capo della polizia e già direttore dei servizi segreti interni.
Il quale, dalla cima del suo indice di gradimento, ha rimproverato la maggioranza per l’ultimo decreto anti sfascio, elaborato sulla scorta della devastazione portata da giovani teppisti e maranza a Milano. Con queste misure, ha lamentato Gabrielli, «il vannaccismo ha fatto il suo ingresso nel governo».
In pratica, l’uomo che aveva in mano i dossier d’intelligence dell’Aisi rinfaccia al centrodestra di aver voluto inseguire il generale, che minaccia di rosicchiare alla coalizione una preziosa quota di voti. E magari, su questo, ha almeno in parte ragione.
Evidentemente, Giorgia Meloni ha scelto di affrontare la rogna di Futuro nazionale offrendo ai cittadini dei fatti concreti, a costo di lasciarsi mettere i paletti dal Quirinale e sfornare un provvedimento forse insufficiente, anziché avventurarsi nello scontro dialettico, che rischierebbe di essere perdente: chi sta all’opposizione parte sempre in vantaggio.
Vannacci vola tra il 6 e l’8%, mentre il progetto di Ruffini non sfonda
Il nocciolo della questione è che, fino a prova contraria, Roberto Vannacci viaggia tra il 6 e l’8%; Più Uno, appunto, è allo 0,3%. Una quota che rischia di essere fagocitata dal margine di errore del sondaggio stesso di Noto.
E che corrisponde alla metà di quella che l’istituto demoscopico assegna al movimento liberale di Luigi Marattin, un fuoriuscito da Italia viva, che tra le sue doti non annovera certo il travolgente carisma politico.
Se non bisogna dar retta al militare della Folgore che fu campione di preferenze alle Europee 2024 e che ha fondato un partito in grado di portare diversi onorevoli in Parlamento, per quale motivo bisognerebbe dare ascolto alle prediche dello 007 e dell’esattore?
Gli italiani sono un popolo ostico e ostinato. Faticano ad apprezzare la saggezza del disegno di grande centro al quale lavora Ruffini, con la cooperazione di Gabrielli.
Uno che, a Milano, è stato consulente per la sicurezza e che la sicurezza non sembra averla migliorata granché, sebbene, adesso, ci tenga a fare la morale all’esecutivo, reo di non aver «saputo leggere quello che stava avvenendo».
Oppure di non aver chiesto il suo parere. Gabrielli, al contrario del ministro dell’Interno e del presidente del Consiglio, aveva «letto» tutto in anticipo?
È una chiaroveggenza che deve aver applicato anche al caso dei carabinieri che, con la volante, corsero dietro a Ramy del Corvetto, morto nell’incidente al termine dell’inseguimento. La condanna ancora non è arrivata, ma lui aveva sentenziato subito che l’intervento non si era svolto «in modo corretto».
Benché l’interesse della gente per Più Uno appaia alquanto circoscritto, stampa e tv si rivolgono all’ex numero uno dell’Agenzia delle entrate e al superpoliziotto come se fossero degli oracoli.
Da Repubblica a La7, Ruffini e Gabrielli onnipresenti nei salotti televisivi
A parte l’intervista di ieri su Repubblica, questo mese le comparse sono state copiose: Ruffini, il 7 ottobre, è stato sentito dal Corriere, al quale ha raccontato le sue ambizioni da revival dell’Ulivo; poi, a Lilli Gruber, su La 7, ha illustrato come si riforma il fisco; il 12 ottobre, L’Aria che tira ha dedicato un servizio alla creatura che egli guida insieme a Gabrielli; dopodiché, Ruffini è stato ospite nel talk show di Giovanni Floris e, di nuovo, a Otto e mezzo.
Da TeleMeloni a TeleGarofani: il piano del grande centro rischia di finire nel nulla
Se la Rai doveva essere TeleMeloni, la rete di Urbano Cairo è diventata TeleGarofani. Laddove il riferimento, ovviamente, è al piano dell’improvvido consigliere di Sergio Mattarella, che in una celeberrima cena romana aveva confessato le sue preoccupazioni per la potenziale ascesa al Colle della Meloni, illustrando la sua strategia per impedire la temuta eventualità.
Una trama di cui il perno sarebbe stato un centro alla Ruffini, che però, per il momento, rimane un centrino. Così, salvo miracoli, che per ascendenze familiari competono più a lui che a Gabrielli, alle urne Più Uno rischia di trasformarsi in Fuori un altro.
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