Il sindaco di Genova Silvia Salis
Il sindaco di Genova Silvia Salis (Ansa)

Dopo il Tar, anche il Consiglio di Stato dà torto a Silvia Salis, sindaco di Genova, sulle gare d’appalto (sulle cui criticità ha acceso i riflettori La Verità) per il concertone di Capodanno nel capoluogo ligure. Brutta botta per il primo cittadino, che incassa anche una bacchettata da Elly Schlein. La leader del Pd ha ribadito chiaramente alla bionda compagna quale sia il ruolo di ciascuna.

La gara per il concertone bocciata due volte

Una brutta tegola cade sulla chioma della sindaca di Genova Silvia Salis: «Il Consiglio di Stato», annuncia la capogruppo di Noi Moderati Orgoglio Genova in consiglio comunale, Ilaria Cavo, «boccia la gara per il Capodanno, conferma la sentenza del Tar e respinge il ricorso del Comune contro la sentenza che aveva dato ragione alla società Duemila Grandi Eventi, esclusa dalla gara perché non aveva i contratti firmati con gli artisti prima dell’aggiudicazione della gara.

Ma quale organizzatore può permettersi di firmare un contratto con un artista se non sa se vincerà la gara? Il Consiglio di Stato ha confermato che la firma del contratto con gli artisti atteneva alla fase esecutiva, non all’esame dei requisiti per partecipare alla gara.

Il Comune avrebbe potuto spendere diverse decine di migliaia di euro in meno», aggiunge la Cavo, «se si considera che la società esclusa aveva formulato un’offerta molto più bassa per organizzarlo e, all’esito della gara che ora deve rifare a Capodanno passato, potrebbe ottenere un risarcimento del danno. Un conto salato che si somma ai 736.343,45 euro oltre Iva già pagati dal Comune per il concerto di inizio anno».

Il ricorso della società esclusa dalla gara

La Cavo si riferisce a una vicenda rivelata dalla Verità, ovvero alla gara indetta dal Comune di Genova per l’organizzazione del concerto dello scorso Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio, finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila Grandi Eventi, esclusa a discapito della Rst Events.

La prima azienda, scriveva il nostro giornale, è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».

La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila Grandi Eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso al Tar, che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente.

Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con il Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più, «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».

Il Comune ha fatto ricorso anche al Consiglio di Stato e ha perso un’altra volta.

Schlein a Salis: «La novità siamo noi»

Una giornataccia, quella di ieri, per la sindaca più intervistata d’Italia, che ha incassato pure la risposta a muso duro di Elly Schlein in merito alla sua riflessione sulle elezioni «che si vincono al centro» (che poi dovrebbe essere guidato da lei).

Per una volta, Elly ha tirato fuori anche pubblicamente quegli artigli che chi la conosce racconta essere solita utilizzare nelle discussioni riservate: «Il lavoro unitario parte da lontano», ha replicato la Schlein, «e ha fatto sì che ci presentassimo anche alle scorse elezioni regionali con la stessa alleanza progressista in tutte e 7 le regioni, cosa che non accadeva da vent’anni e che fa sì che oggi il centrodestra si sia sentito costretto a cambiare a colpi di fiducia una legge elettorale perché ha paura di perdere, perché la novità siamo noi: un’alleanza progressista finalmente unita, competitiva, che è in grado di vincere le prossime elezioni e fare esattamente ciò che si è impegnata a fare nel programma».

Marattin guarda a destra: «Pronti ad allearci con chiunque»

A proposito del centro: dopo l’approvazione della legge elettorale, con il premio di maggioranza assegnato alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti, è scattato «l’effetto aspirapolvere»: centrodestra e centrosinistra sono in sostanziale parità, almeno secondo i sondaggi (a meno che l’attuale maggioranza non faccia finalmente cadere il veto su Roberto Vannacci), e quindi i partitini, pure quelli con percentuali da zerovirgola, sono diventati determinanti per la vittoria.

Prendiamo ad esempio Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, calcisticamente uno svincolato in cerca di squadra, che parlando con Il Foglio si propone a Giorgia Meloni: «Siamo disposti», sottolinea Marattin, «ad allearci con chiunque condivida le nostre proposte su scuola, nucleare, tagli della spesa pubblica, che pensiamo possano far vivere meglio gli italiani. Tuttavia, non ci vuole un analista politico per capire che certe proposte sono fuori dal centrosinistra di oggi».

Da buon juventino, a Marattin piace vincere e soffre (s’offre) a stare tanto tempo senza uno straccio di titolo, quindi niente Azione di Carlo Calenda (che preferisce i pareggi), ma rotta verso Forza Italia. Che, attraverso Roberto Occhiuto, ricambia lo sguardo d’intesa: «Mi auguro che Calenda e Marattin possano far parte della parte liberale e riformista di un centrodestra che valorizzi di più quest’area», dice all’Espresso il presidente della Calabria.

Sempre calcisticamente parlando, bisogna trattare sull’ingaggio, parola che, casualmente, somiglia tanto a seggio. Staremo a vedere se la trattativa andrà in porto.

Da non perdere