Tu chiamale, se vuoi, risoluzioni: sulle comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo le opposizioni più che spaccarsi vanno letteralmente in frantumi. Al Senato e alla Camera ogni partito di centrosinistra ha presentato una sua risoluzione, mentre Azione a sua volta si è mossa autonomamente. Considerati i regolamenti di Palazzo Madama, però, una volta approvati i documenti della maggioranza, gli altri non sono stati messi in votazione.
Discorso diverso a Montecitorio, dove invece le votazioni sulle singole risoluzioni si svolgono comunque. Si è così mostrata plasticamente la profonda frattura che separa, soprattutto in politica estera, i componenti del sedicente «campo largo» ma anche quelle che dilaniano il «campo stretto», ovvero Pd, M5s e Avs, che non sono stati in grado di presentare uno straccio di documento comune, soprattutto a causa delle diverse visioni tra i dem: pensate che senatori cosiddetti riformisti Filippo Sensi, Walter Verini, Graziano Delrio e Sandra Zampa, oltre all’indipendente Pier Ferdinando Casini, hanno applaudito il passaggio del discorso della Meloni sull’Ucraina.
Le divisioni del Pd e l’ipotesi governissimo
Parliamoci chiaro: la componente moderata del Pd (attendiamo smentite), se la Meloni si presentasse alle primarie contro Elly Schlein e Giuseppe Conte, la voterebbe senza pensarci un attimo. Atteggiamenti che in qualche osservatore fanno nascere una suggestione: vuoi vedere che ci si prepara, dopo le elezioni e nel caso che nessuno raggiunga il 42%, a un «governissimo» con dentro le forze politiche pro-Kiev, tenendo fuori M5s, Lega e Vannacci?
Detto ciò, giusto per darvi un’idea di quanto siano profonde la fratture nel centrosinistra sull’Ucraina, ecco qualche passaggio delle varie risoluzioni presentate ieri: «Garantire un sostegno continuativo e concreto all’Ucraina», chiede al governo Più Europa, «sul piano politico, finanziario, umanitario, economico e militare e, nel quadro delle decisioni europee e internazionali condivise, sul piano della Difesa, rafforzare il ruolo dell’Italia nelle iniziative europee a sostegno dell’Ucraina e nei formati di coordinamento tra partner».
«Confermare il pieno sostegno politico, finanziario, militare e umanitario all’Ucraina», recita la risoluzione di Italia viva, «a partire dalla rapida erogazione delle risorse previste per il 2027 nell’ambito del prestito di sostegno, e contribuire alla protezione e al ripristino delle infrastrutture energetiche ucraine in vista dell’inverno, nonché sostenere l’adozione del nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia e opporsi a qualsiasi allentamento della pressione su Mosca in assenza di un cessate il fuoco».
M5s e Avs contro l’invio di armi, il Pd resta sul vago
Dal M5s, le richieste al governo sono l’esatto opposto: «Il Movimento 5 stelle», recita la risoluzione pentastellata, «impegna il governo a promuovere, preso atto del perdurante conflitto russo-ucraino e dell’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa, che attraverso il continuo invio di armamenti contribuiscono ad allontanare qualsiasi prospettiva di pace». Il M5s chiede pure «l’elenco dettagliato dei mezzi, dei materiali e degli equipaggiamenti militari oggetto di invio all’Ucraina dal 2022, garantendo la massima trasparenza nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica».
Più o meno sulla stessa linea Avs, che chiede di «promuovere un’iniziativa diplomatica europea autonoma finalizzata al raggiungimento di un cessate il fuoco e di una pace giusta e duratura in Ucraina, superando la logica dell’escalation militare». E il Pd? Dice e non dice, nicchia, glissa, si barcamena, invitando il governo a «ribadire la ferma condanna della grave, inammissibile e ingiustificata aggressione russa dell’Ucraina e a continuare a garantire pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, mediante tutte le forme di assistenza necessarie al rispetto del diritto di autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
Meloni punge le opposizioni: «Mettetevi d’accordo»
Di fronte a un tale caleidoscopio di posizioni diametralmente diverse, la Meloni ha gioco facile a spargere sale sulle ferite del centrosinistra. Prima in Senato risponde così all’invito di Calenda a confrontarsi con l’opposizione: «Io non sono contraria», dice la premier, «ma non mi vorrei infilare in una dinamica che mi sembra già abbastanza complessa di suo e quindi lascerei per ora l’opposizione a cercare di comporre una posizione con cui sarò molto contenta di potermi confrontare».
Poi, alla Camera, va di fioretto: «Prima di mettere d’accordo Putin e Trump», ironizza la Meloni rivolta alle opposizioni, «provate a mettere d’accordo Magi e Fratoianni su un’unica risoluzione. Sull’Ucraina, al Senato noi abbiamo presentato una risoluzione che chiede di sostenere una tregua energetica tra Russia e Ucraina e quindi la conseguente cessazione degli attacchi russi alle centrali elettriche ucraine e ucraini alle raffinerie russe. Il campo largo ha abbandonato l’Aula per non partecipare alla votazione e mi chiedo se alla Camera farete la stessa cosa e mi chiedo perché».
Alla fine, per la prima volta, Pd, M5s, Avs e Iv si sono astenuti in modo incrociato sui punti delle rispettive risoluzioni che riguardano l’Ucraina. Nelle occasioni precedenti, c’erano stati voti contrari tra le forze di opposizione.
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