Nicola Zingaretti
Nicola Zingaretti, capo del Pd nell’Ue (Ansa)

Pd e M5s si compattano in Europa per chiedere, con i sei governatori di centrosinistra, un aumento del maxi-bilancio dell’Ue. Cioè meno risorse per l’Italia, che ne resta contribuente netto.

Nel giorno in cui si presenta in Aula con mozioni diverse sull’Ucraina, il cosiddetto campo largo si ricompatta in Europa su una faccenda cui La Verità sta dando grande evidenza in questi giorni: il bilancio Ue. Ieri, infatti, al Parlamento europeo Pd, M5s e i governatori «rossi» di sei regioni italiane hanno presentato il documento «Un’Europa dei territori, non un’Europa dei tagli» che illustra una posizione unitaria della coalizione di centrosinistra sul Quadro finanziario poliennale, al centro di una battaglia politica lontanissima dall’essere risolta.

Il campo largo vuole un bilancio Ue più grande

Nello scontro tra la Commissione che vuole gestire un budget da 2.000 miliardi e i Paesi «frugali», capitanati da Berlino (che spingono per far dimagrire il bilancio Ue del 2028-2034), Pd e M5s sorpassano di slancio e chiedono addirittura un ulteriore aumento: «Non accetteremo un bilancio che taglia la coesione, indebolisce l’agricoltura e cancella il ruolo delle Regioni e delle città», dicono nel loro documento, firmato dai capidelegazione Nicola Zingaretti e Pasquale Tridico con i presidenti di Umbria, Sardegna, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia e Campania.

Costoro domandano tutta una serie di garanzie su fondi quali la riserva di solidarietà per le catastrofi naturali, fondi di coesione, fondi regionali eccetera: «Questo bilancio è inaccettabile», dice Zingaretti, «e la cosa che fa ancora più rabbia è che allo stesso tempo i fondi per la difesa sono quintuplicati: noi con le forze progressiste faremo fronte comune per contrastare questo bilancio», chiedendo come detto che la sua dimensione sia accresciuta.

L’Italia resta un contribuente netto dell’Unione

C’è un problema: ogni euro in più di crescita del budget Ue sono soldi in meno per l’Italia. Da 25 anni, come abbiamo mostrato nei giorni scorsi, il meccanismo di ripartizione dei finanziamenti rende Roma, come tutti i grandi Paesi membri, un contribuente netto: senza contare i costi di mantenimento delle strutture, per ogni euro investito nell’Unione all’Italia tornano circa 84 centesimi.

La parentesi del Pnrr ha distorto questa evidenza: durante gli anni delle rate siamo divenuti percettori netti, ma ora arriva il momento di ripagare con gli interessi del bilancio Ue quelle stesse rate improvvidamente definite «a fondo perduto». Si può e si deve lavorare perché, all’interno di quel bilancio, siano privilegiati investimenti e flussi che premino i nostri territori e il nostro Paese: ma è ciò che fanno tutti.

Complici i maxi stanziamenti per la Difesa, è pressoché matematico che l’Italia conservi lo status di contribuente netto anche nel prossimo Qfp. Ergo, una battaglia ideologica sull’espansione del bilancio comunitario equivale, in senso letterale, a togliere risorse nella disponibilità del nostro Paese, anche qualora le singole voci di questo o quel fondo destinato all’Italia dovessero aumentare: per ricevere qualcosa in più, dobbiamo prima versare molto di più.

Meloni: «Dipende da cosa si finanzia e da chi decide»

Parrebbe un concetto banale, ma evidentemente non è così. Tanto che il premier ha ribadito ieri in Aula un’apparente ovvietà: «L’Italia non è contraria a un bilancio dell’Unione europea più ambizioso, ma un eventuale aumento delle risorse deve essere valutato in base alle finalità della spesa e a chi ne decide l’utilizzo. Quando mi si chiede: ma voi siete favorevoli ad aumentare il bilancio? Io devo per forza rispondere che dipende per fare cosa e dipende da chi decide come si utilizzano quelle risorse».

Poi la Meloni ha aggiunto: «Se noi ci limitassimo a trasferire tutte le nostre risorse, o molte più risorse, a una Commissione europea che spende quelle risorse senza avere, come abbiamo noi, il consenso dei cittadini e il mandato parlamentare, io non so se faremmo qualcosa di utile per i nostri cittadini».

Altra asserzione quasi scontata. Ma l’investimento ideologico-politico fatto sull’Unione europea come lavacro dei nostri mali – o, più prosaicamente, come vincolo esterno sempre pronto a premiare chi ne rappresenti la leva operativa nelle nostre istituzioni – fa sì che il dibattito tenda a dare per scontato che la soluzione europea sia la migliore. Anche quando i conti e i fatti dimostrano da decenni il contrario.

Da non perdere

Schiavi dell'Ue

Balneari, risparmi, case: l’Ue rompe su tutto

Arrivano le letterine delle procedure di infrazione, a partire dagli immobili green, direttiva che Roma non ha mai recepito. Rilievi anche perché diamo priorità al credito delle nostre aziende e per i ritardi sulle concessioni nelle spiagge. Che fare? Ignorarli.

Casa, la Ue dichiara guerra all’Italia
Schiavi dell'Ue

Casa, la Ue dichiara guerra all’Italia

Bruxelles fa filtrare un «no» sulla flessibilità al governo sulla manovra, nonostante l’inflazione. E intanto apre due procedure d’infrazione: una perché non abbiamo abbastanza vincoli sugli edifici green; l’altra perché i fondi investono sulle nostre aziende.

La Corte Ue gela l’ex Ilva: «No agevolazioni»
Schiavi dell'Ue

La Corte Ue gela l’ex Ilva: «No agevolazioni»

I giudici del tribunale lussemburghese confermano che Acciaierie d’Italia non ha diritto ad aiuti pubblici contro il caro energia perché è un’impresa in amministrazione straordinaria, quindi «in difficoltà». Ora l’ultima parola spetta al Tar della Lombardia.