Non l’avevano trovata a casa, tutto da rifare. Si chiama «difetto di notifica» il nuovo salvagente di Ilaria Salis, quello che le consente di guadagnare tempo, di nuotare un po’ più in là dove la giustizia diventa un limbo di ricorsi kafkiani e attese beckettiane. L’europarlamentare post-comunista (Avs) ha dribblato ancora una volta un tribunale: la corte d’Appello di Milano, sezione lavoro, ha dichiarato nulla la condanna di primo grado per «ingiusto licenziamento» di due ex collaboratori. E soprattutto ha annullato il pagamento del compenso mensile ai ricorrenti e i 300.000 euro di risarcimento che creavano qualche apprensione alla Carola Rackete brianzola.
La sentenza di quattro righe ha consentito a Salis di far squillare le trombe del trionfo e di lanciare accuse per «la vergognosa campagna mediatica» contro chi aveva fatto solo cronaca. Una strumentalizzazione prevedibile, con frasi tipo «campagna orchestrata dalla solita macchina del fango che prende sistematicamente di mira, anche con metodi sleali, chi si batte a sinistra e non abbassa la testa». A naso meno sleali rispetto a chi è accusato di prendere a martellate i manifestanti di un’altra parrocchia estremista in una città straniera.
Ilaria Salis, annullata la condanna per un difetto di notifica
In realtà la giudice Silvia Marina Ravazzoni non è neppure entrata nel merito della causa per ingiusto licenziamento, ha semplicemente accertato che l’accusata non era stata avvertita del procedimento a suo carico, a fronte di un indirizzo noto e di una pec conosciuta. Di conseguenza non avrebbe potuto partecipare al processo di primo grado e secondo i suoi legali «le è stata preclusa la possibilità di difendersi e di evidenziare il deterioramento del rapporto fiduciario con gli ex collaboratori». Un caso di contumacia inconsapevole.
Il pasticcio burocratico è destinato a far ripartire da zero tutta la faccenda, con gli ex assistenti Valentina Dadda e François Gelmetti pronti a ribadire le accuse in aula come precisa la road map della sentenza: «Accertata la nullità della notifica dell’esistenza della causa di lavoro, (il tribunale) rimette la causa al primo giudice e compensa le spese di lite del doppio grado». Così Salis la sfanga, come si suol dire, ampliando il ventaglio delle opzioni: la prima volta si è fatta eleggere a Bruxelles, la seconda ha sfruttato a suo vantaggio il ventre molle del sistema giudiziario.
La causa con gli ex collaboratori torna al primo grado
Gli avvocati dei due assistenti (Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto) hanno preso atto della sentenza e hanno ribadito: «La causa verrà riassunta e non avremo nessun problema ad affrontare la questione nel merito». I collaboratori erano stati licenziati nel febbraio 2025 senza preavviso «per il venir meno del rapporto fiduciario».
Avevano contratti che prevedevano retribuzioni da 3.000 euro al mese a fronte di mansioni per lo sviluppo di progetti finalizzati alla valorizzazione del ruolo di lady Salis (campagne ed eventi in Italia e all’estero) più rapporti con le autorità e consulenza politica. L’idillio è durato poco e si è trasformato in faida. In un documento de Le Iene alcuni «ex collaboratori» (così è firmato) hanno rivelato che «malgrado i suoi post sui diritti dei lavoratori Ilaria Salis ha agito nei nostri confronti come il peggiore dei padroni.
Dopo il licenziamento di Dadda e Gelmetti altri tre collaboratori hanno rassegnato le dimissioni a causa di un clima tossico, ordini senza senso e mobbing quotidiano». Secondo lo scritto anonimo gli accordi prevedevano che tutti riversassero una quota degli stipendi per sostenere gli antagonisti detenuti. Sempre secondo questa ricostruzione del rapporto, Salis, imborghesita dal seggio, avrebbe trattenuto una percentuale più alta per comprare una casa e un’automobile. Lei ha respinto ogni addebito definendo infondate le accuse e sostenendo che gli ex assistenti avrebbero tentato di sfruttare il suo mandato per interessi personali.
Il risarcimento da 300.000 euro e i redditi dell’europarlamentare
La sentenza di primo grado aveva provocato il pignoramento del conto per le spese legali ed era stata considerata una mazzata per l’europarlamentare che sostiene la legittimità di okkupare le case altrui.
I suoi avvocati Federico Manfredi e Chiara Romeo sostengono che il risarcimento (ora annullato) di 300.000 euro «risulta suscettibile di incidere in maniera devastante e irreversibile sulla situazione economico-patrimoniale» della loro assistita, che prima di essere spedita a Bruxelles da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni aveva dichiarato un reddito di 5.625 euro (2024) e di 4.485 euro (2023). Poi la svolta, con 7.800 euro netti al mese per cinque anni al Parlamento Europeo, un malloppo in grado di far entrare orgogliosamente nel ceto medio riflessivo (chissà) anche un’attivista da centro sociale.
La causa riparte: le accuse e la replica
Ora si ricomincia da zero e si entrerà nel merito della vicenda con tutte le sue penombre. La militante monzese con 29 segnalazioni ai commissariati e 4 condanne passate in giudicato ha ribadito la sua buona fede e ha sottolineato che «la campagna mediatica ha avuto pesanti ripercussioni sulla mia salute, sull’immagine pubblica e sulla reputazione. Valuterò la possibilità di ottenere un risarcimento danni». Nel frattempo ha già vinto per due volte al Superenalotto.
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