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Elly Schlein (Ansa)

«Hanno provato a farmi fuori eppure sono ancora qui». Elly Schlein evoca apertamente congiure di palazzo e droni plananti dalle parti del Nazareno, scenario che prefigura un lungo autunno con l’elmetto.

La segretaria del Pd coglie l’invito alla festa del Foglio come una seduta di autocoscienza e si lascia andare a qualche rivelazione che fa comprendere come il pressing di Giuseppe Conte sia asfissiante, come la resistenza di Base riformista (gli ex renziani) sia granitica e come le sette – ma forse sono otto – correnti dem siano in grado di destabilizzare il pianeta rosso. La sindrome da Giulio Cesare avanza, anche se le idi di marzo sono assai lontane.

La faccenda delle coltellate viene alla luce mentre parla, guarda un po’, di primarie con il direttore Claudio Cerasa nel salone dei Cinquecento a Firenze. «O si fa un accordo e la leadership va a chi prende un voto in più, oppure si fanno delle primarie.

Il candidato non si sceglie con manovre di palazzo o in una stanza chiusa. Hanno sempre provato a commissariarmi, a federarmi o farmi fuori, eppure siamo ancora qui».

Schlein si toglie il macigno dalla scarpa; ha resistito quasi quattro anni e non intende perdere la pole position da candidata premier. La sfida con Giorgia Meloni è ghiotta e per arrivarci si farebbe anche legare in bondage alla sedia dell’ufficio con vista sul poster di Che Guevara.

Tutto molto interessante, ma chi nasconde i coltelli sotto i Burberry? Lei risponde in modo solo apparentemente criptico. «Non credo che sia il momento di farci spiegare come dobbiamo riuscire a vincere, perché ci diranno sempre la stessa cosa: ”Si vince al centro”, e che quindi “sarebbe meglio un candidato più disponibile alle larghe intese, più moderato e rassicurante”. Ecco, in questi 20 anni ci hanno fatto sempre perdere così, quindi è ora di cambiare e provare qualcosa di diverso».

Il rumore dei nemici arriva da più parti, dai riformisti centristi ai senatori prodiani fino agli ideologi alla vaccinara come Goffredo Bettini, che ha sempre dipinto Conte come il nuovo messia e non ha mai cambiato idea.

Nell’ora della verità Schlein si prende anche qualche rischio. Sbatte la porta in faccia a federatori da sacrestia come Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, molto cari al Quirinale.

Chiama Conte a prendere posizione sulla guerra in Ucraina (anche se pure lei finora ha lanciato cortine fumogene): «Una grande forza di sinistra deve sempre difendere il diritto internazionale, e il diritto internazionale è dalla parte di Kiev».

Alla fine ammette che del campo largo non le piace neppure la parola: «Io non ho mai chiamato il centrosinistra campo largo, l’ho sempre chiamato alleanza progressista; quello è più un nome giornalistico che nostro».

La segretaria si sente sotto assedio, la poltrona comincia a scottare e la strategia per raffreddarla sembra cervellotica.

Quando si parla di programma, lei assicura che «lavoriamo perché sia chiuso entro la fine dell’anno. Non partiamo da zero. L’ossatura sono le proposte condivise con il terzo settore, i sindacati e le associazioni, perché è così che si costruisce un’alternativa per l’Italia, non nelle stanze chiuse dei partiti».

Ancora le stanze, ancora i corridoi mal frequentati, ancora le penombre. E le elezioni? «Le voglio al più presto per mandare a casa questo governo». In realtà allungare i tempi del programma e accorciare quelli delle urne (a primavera) significa sminare proprio le primarie che in cuor suo considera radioattive, una trappola letale, un consegnarsi ai marpioni «che hanno provato a farmi fuori».

Conte fiuta la trappola e dal festival del Manifesto le risponde a stretto giro: «Perché perdere tempo? Se si fa un confronto serio in due settimane possiamo avere il programma. E poi le primarie».

Dietro le foto opportunity scorre il veleno del dissidio. E poi c’è il terzo incomodo: Silvia Salis. Orgogliosa di avere ripetuto anche in genovese «non scendo in campo» parte per il tour di presentazione del suo libro È già domani, in uscita strategica fra tre giorni.

Il sindaco sponsorizzato da Matteo Renzi occuperà televisioni e Web, prima tappa domenica prossima da Fabio Fazio (più di una Festa de l’Unità), che ha la sua stessa agenzia di comunicazione. È lei l’altro convitato di pietra, dopo Conte, a togliere il sonno a Schlein.

E lo è ancora di più quando Renzi assicura: «Salis alle primarie non si candida. Le primarie sono un gioco che dipende da come le fai; non puoi farle tipo X Factor, ci dev’essere una cornice condivisa. Alle primarie chi perde sta con chi vince». ‘Mo me lo segno, avrebbe detto Massimo Troisi.

Il tema divisivo coinvolge anche Milano, dove Mario Calabresi brucia le tappe con un’intervista al Corriere della Sera («Sono pronto per le primarie, uno strumento coraggioso che fa bene alla politica») e farebbe anche le secondarie, visti i sondaggi che lo vedono in vantaggio largo (forbice 48-53).

Il competitor, Pierfrancesco Majorino, espressione molto sinistra del partito, al contrario le aborre per paura di perdere secco. Il campo largo che non piace alla segretaria è una tonnara. Lo si intuisce anche dal doppio siluro di un marpione come Bruno Tabacci: «Conte e Schlein fanno a gara a rendere le cose più difficili. Si sentono parole profondamente sbagliate, come mettere sullo stesso piano Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, una visione antieuropea. Tutte cose che vanno rettificate».

Lui dice ciò che Sergio Mattarella pensa. E questa non è una benedizione per nessuno.

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