Fatta la legge, trovato il ricorso. Gli sgambetti alla neonata legge elettorale sono partiti. Finita la battaglia dell’opposizione in aula, comincia ora quella dei costituzionalisti nei tribunali.
La nuova legge elettorale per Camera e Senato, approvata l’8 ottobre, punta a garantire stabilità di governo: coalizioni definite prima del voto e una maggioranza in grado di governare, senza dipendere da accordi parlamentari successivi. Il premio è subordinato al raggiungimento del 42%. E questo ha tolto il sonno alla sinistra.
Saranno 30 i ricorsi presentati alla Corte costituzionale, una per ogni Corte d’appello. L’obiettivo è presentare i ricorsi nell’esatto giorno dell’entrata in vigore della legge, il 26 ottobre prossimo.
L’iniziativa, coordinata da Pietro Adami, Enrico Grosso e Roberto Zaccaria, raccoglie ovviamente anche il sostegno delle opposizioni parlamentari e di qualche outsider.
Da Prodi a Bersani, la sinistra schiera 500 nomi contro la riforma
Politici, costituzionalisti, scrittori, ex magistrati e persino attori: circa 500 persone presentate ieri in conferenza stampa dall’ottantacinquenne Zaccaria, della Rete per un voto libero e uguale.
Si muove la «straordinaria macchina dei ricorsi», dice tronfio l’ex presidente Rai ed ex deputato Pd. I ricorsi costituzionali contro il Melonellum rappresentano una «staffetta tra Parlamento e giuristi», commenta Zaccaria.
Nell’elenco spunta Lucia Annunziata, europarlamentare Pd, l’ex segretario Pd Pierluigi Bersani, l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Ci sono Romano Prodi e Massimo D’Alema. L’europarlamentare M5s Pasquale Tridico.
E poi le attrici Marisa Laurito, Carla Signoris e Monica Guerritore, seconda moglie di Zaccaria. Lo scrittore Maurizio De Giovanni. L’ex magistrato Armando Spataro. E ancora: lo scrittore Gianrico Carofiglio, il fisico e politico Giovanni Bachelet, il filosofo Massimo Cacciari, il filologo Luciano Canfora, i giornalisti Tiziana Ferrario e Gad Lerner, le ex ministre Barbara Pollastrini, Livia Turco e Anna Finocchiaro, la linguista Nicoletta Maraschio, il rettore Tomaso Montanari, il giurista Mauro Volpi.
Premio di maggioranza e firme, i sei punti contestati dai costituzionalisti
Grosso definisce la legge «gravemente incostituzionale» su sei punti. Il primo, il premio di maggioranza, con riguardo alla proporzionalità in termini numerici del premio di maggioranza e due modalità di assegnazione.
Il secondo, l’autonomia della base elettorale tra Camera e Senato: legare i risultati tra le due camere per ottenere il premio, lega le camere che sono costituzionalmente autonome tra loro, inoltre il premio è assegnato solo su base nazionale.
Il terzo, viola la libertà di voto e il diritto di selezione degli eletti: le modalità con cui vengono assegnati i seggi non rendono conoscibile con certezza l’eletto.
Il quarto, riguarda la lesione della parità di accesso e dell’equilibrio di genere nei capilista bloccati senza quota di genere.
Il quinto, l’indicazione obbligatoria del candidato presidente, sottintende un dovere inesistente a livello costituzionale di ogni lista di candidarsi anche al governo.
Infine, il sesto, riguarda i limiti di accesso alla competizione elettorale per le nuove forze politiche, con numero abnorme di firme da raccogliere per la partecipazione.
«Il Paese ha bisogno di essere rassicurato», chiosa Grosso, «e sapere che la legge che rappresenta le regole del gioco è trasparente. Negli ultimi 20 anni sono state approvate quattro leggi elettorali: una enormità, un caso unico. Due di queste sono state dichiarate incostituzionali».
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