Non ci sono solo le star sulla via del tramonto, come Marisa Laurito o Monica Guerritore. Dell’armata Brancaleone che si oppone alla nuova legge elettorale ricorrendo alla Corte costituzionale, fanno parte anche alcuni vecchi arnesi della sinistra. Tra questi – oltre ai soliti Romano Prodi e Massimo D’Alema – ritroviamo Livia Turco, Fausto Bertinotti, Anna Finocchiaro e Pier Luigi Bersani. Ovviamente non poteva mancare Rosy Bindi, indimenticato ministro della Sanità ed ex presidente del Pd.

Con un’intervista al Corriere della Sera, la donna che in 30 anni ha ricoperto ogni incarico possibile, dal Parlamento europeo alla presidenza della commissione Antimafia, ha denunciato il rischio di un’occupazione di tutte le cariche di garanzia da parte del centrodestra. «Così si manomette la Carta», ha dichiarato allarmata.

«Una manomissione con legge ordinaria, che assegna un premio di maggioranza esorbitante, con cui si viola il principio secondo cui i voti sono tutti uguali». Il grido di dolore della pasionaria di Sinalunga si spinge fino a dire che, con la nuova legge, il Parlamento diventerebbe lo zerbino del governo e della maggioranza, mentre il presidente della Repubblica non sarebbe più l’organo di garanzia che rappresenta l’unità della nazione, ma diventerebbe «il portiere del Quirinale».

Rosy Bindi contro il premio di maggioranza: le critiche alla nuova legge elettorale

Come questa catastrofe della democrazia sia possibile con un semplice premio di maggioranza, non è chiarissimo. Né si capisce come, senza toccarla e senza cambiarla di una sola virgola, si possa manomettere la Costituzione. Bindi replica allo stupore della stessa cronista del Corriere dicendo che, nonostante non ci siano modifiche alla Carta, la forma della nostra Repubblica verrebbe alterata perché da democrazia rappresentativa la nostra diventerebbe presidenziale. Come? Nessuno lo sa, probabilmente neanche la Bindi.

Tuttavia, l’ex presidente del Pd si dice certa che con l’introduzione del premio di maggioranza sarà un disastro, al punto da sentenziare: «Stanno rompendo 80 anni di storia democratica». Nella foga di spararle sempre più grosse, Bindi nemmeno si rende conto che lei in almeno due legislature è stata eletta con il premio di maggioranza. Già, perché il famigerato Porcellum stabiliva che se la coalizione maggioritaria non avesse conseguito il 55% dei seggi, sarebbe stata assegnataria di una quota ulteriore di seggi tale da garantirle in Parlamento la maggioranza necessaria a poter governare. Dunque? La democrazia ne è forse risultata scassata? La sua elezione, avvenuta con premio di maggioranza, ha forse «rotto 80 anni di storia»?

Il Porcellum e il premio di maggioranza: il precedente della sinistra

L’aspetto più paradossale delle dichiarazioni dell’ex ministro riguarda, però, l’allarme per la possibile occupazione delle cariche di garanzia. Bindi chiama a raccolta le forze di sinistra, invitandole a mettere da parte le divisioni per dare vita a «una coalizione per battere questa destra pericolosa, che vuole comandare occupando tutte le cariche di garanzia, compreso il Quirinale». Anche in questo caso, presa dalla passione per la sua parte politica, la pasionaria dimentica che nel 2006, appena vinte le elezioni con il famigerato Porcellum e, dunque, con un premio di maggioranza, la sinistra nominò presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ovvero colui che applaudì i carri armati sovietici a Budapest. Romano Prodi si insediò a Palazzo Chigi e l’ex comunista sul Colle. E tutti i posti chiave furono occupati dai compagni e nessuno a sinistra lanciò un allarme democratico o rilevò la mancanza di un sistema di pesi e contrappesi.

Bindi, Napolitano e le nomine ai vertici delle istituzioni

Quando nel 2013 Bersani perse le elezioni, Bindi non si appellò al valore del voto degli italiani, contestando la nomina di Enrico Letta, di Matteo Renzi o di Paolo Gentiloni, nessuno dei quali era stato scelto dagli italiani. Né si indignò quando, nonostante la Costituzione non lo preveda, il suo partito votò per mantenere Napolitano al Quirinale per un secondo mandato. È vero, a una certa età la memoria fa brutti scherzi. Ma nel caso di Rosy Bindi non si tratta di un problema anagrafico. Per lei l’allarme democratico è un’occasione per tornare in pista: dopo 30 anni attaccata alla poltrona, è in crisi d’astinenza. Pronta a tutto, anche al ridicolo pur di tornare. Vale per lei il soprannome che Indro Montanelli diede a Amintore Fanfani: rieccola.

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