Bruno Tabacci in un ritratto
Bruno Tabacci, al centro della satira politica per il ruolo del Centro democratico nelle candidature elettorali (Ansa)

Caro Bruno Tabacci, le scrivo questa cartolina perché lei ce l’ha fatta: è diventato un simbolo. Pochi ci riescono: c’è chi diventa un simbolo per i giovani, chi diventa un simbolo per gli anziani, c’è chi diventa un simbolo per gli sportivi.

Lei è diventato un simbolo per chi vuole avere una poltrona in Parlamento. Ormai la cercano solo per questo: come si fa a essere eletti senza raccogliere le firme? Cerchiamo un simbolo. E dunque cerchiamo Tabacci. E lei è sempre lì, disponibile per tutti: una volta si offre ai dipietristi, una volta a Emma Bonino, una volta persino a Di Maio. Ora a Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli. Lei non si nega a nessuno. È un portatore sano di improbabili. Il passeur degli opportunisti alla frontiera parlamentare. E dunque un simbolo perfetto della politica italiana.

Il Centro democratico e la poltrona in Parlamento

Centro democratico, si chiama così il simbolo che lei ha. E che lei è. Perché ormai oggi, a ottant’anni compiuti, dopo una vita democristiana, una cadrega dopo l’altra, un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda dell’oscillazione del potere, lei è questo: un simbolo presente in Parlamento che serve a evitare ai novizi la faticaccia di raccogliere le firme. E così lei viene tirato fuori dall’armadio e torna protagonista, a ogni tornata elettorale, un po’ come quei vecchi zii di cui ci si ricorda solo a Natale per vedere se ti fanno il consueto regalino. Lei, del regalo, si ricorda sempre. Infatti regala una poltrona a chiunque. A parte Di Maio che, nonostante i suoi sforzi, riuscì a farsi trombare. Ma per Giggino non bastano i simboli. Ci vogliono i miracoli.

Una carriera tra partiti e incarichi

Le scrivo perché sono contento che si sia tornato a parlare tanto di lei. Anche se, forse, la sua lunga carriera avrebbe meritato conclusione migliore che essere ricordato come il traghettatore dei furbetti, la scorciatoia dei neo-arrampicatori di palazzo. Mantovano di Quistello, ventisette anni in Parlamento, già presidente della Lombardia, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha avuto la sua prima poltroncina istituzionale (un consiglio comunale) oltre mezzo secolo fa. Correva l’anno 1970: in tv esordiva Rischiatutto, e Celentano avvertiva: «Chi non lavora non fa l’amore». Lei, nonostante tutto, decise di rischiare: anziché lavorare, si buttò in politica. In fondo si sa che comandare è meglio che fottere.

Demitiano, poi cossighiano, casiniano senza mai essere casinista, con Berlusconi nel 2001, con Bersani nel 2013, un po’ con Conte e molto con Draghi, dentro il Pd ma poi anche fuori, ha avuto poltrone in Eni, Snam, banche e autostrade. Era nella Dc ai tempi di Tangentopoli ma non si è accorto di nulla. È stato compagno di Lady Armellini, quella che aveva 1.243 immobili e non pagava un euro di tasse, ma non si è accorto di nulla. È stato nominato sottosegretario con delega all’aerospazio e suo figlio è stato assunto nella società aerospaziale Leonardo, ma non si è accorto di nulla. Una vita da sbadato, insomma.

Però su alcune cose è sempre stato molto attento. Per esempio è attentissimo a custodire quel simbolo che oggi la rappresenta. E che la fa tornare protagonista, alla vigilia delle elezioni, sempre insieme a nuovi candidati, Ruffini o ruffiani che siano. Così i riflettori si accendono e lei può arrivare a quello che da sempre è il suo obiettivo: non il Centro democratico, ma il centro dell’attenzione.

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