Come dice Elly Schlein, i numeri sono testardi e non sono di sinistra. Tuttavia, bisogna saperli leggere. Dunque, aiutati dall’Istat, che non è di destra perché altrimenti avrebbe fatto uscire l’Italia dalla procedura d’infrazione Ue correggendo lo zero virgola del deficit di bilancio, cerchiamo di orientarci su povertà e pensioni, argomento caro alla segretaria del Pd e ai suoi compagni.

Povertà in Italia, i dati Istat sulle famiglie in difficoltà

Cominciamo da chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Secondo l’istituto statistico le famiglie che versano in gravi condizioni economiche sono 2.1 milioni, per un totale di 5,4 milioni di individui. Un dato allarmante, ovviamente, ma in calo rispetto al 2024, quando la percentuale delle persone alla canna del gas sfiorava il 10% della popolazione, e ora sta al 9,3, mentre le famiglie dall’8,4 passano all’8.

Famiglie straniere e povertà: il divario con quelle italiane

Tuttavia, dentro questi macro dati ce ne sono altri che spiegano come l’Italia stia importando poveri. Infatti, il tasso di nuclei in difficoltà si attesta al 5,9% se si considerano gli italiani, ma sale al 29,4% in quelli composti esclusivamente da stranieri. In sostanza, facciamo arrivare immigrati che non ci pagheranno la pensione, come raccontano il Pd e gli alleati dal campo largo, ma devono essere assistiti a suon di sussidi.

Non solo importiamo nuovi poveri, ma creiamo pure le condizioni per far crescere quartieri simili a quelli che oggi, in Francia, stanno creando enormi problemi di sicurezza. Infatti, come segnala l’Istat, le famiglie di soli stranieri poveri si insediano nei Comuni alla periferia delle aree metropolitane, zone in cui si registra un tasso di povertà fra gli immigrati che sfiora il 33%. In pratica, stiamo costruendo le banlieue italiane. E guardando i dintorni di Parigi, di Marsiglia, di Grenoble o Lione, ma anche di Bruxelles, non c’è motivo di esserne fieri.

Pensioni sotto i 1.000 euro: i numeri dell’Inps

Oltre alla foto scattata dall’ente statistico che ha condannato l’Italia a un altro anno di procedura d’infrazione (costringendo il governo e quindi gli italiani a tirare la cinghia), sono usciti i numeri dell’Inps sulle condizioni dei pensionati.

Secondo i dati, nel nostro Paese oltre quattro milioni e mezzo hanno un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, ovviamente lordo, cioè prima che siano trattenute le tasse. Come quelle che riguardano le cifre della povertà, si tratta di numeri allarmanti. Tuttavia, anche qui bisogna andare a fondo della faccenda, per capire che se i trattamenti previdenziali sono al minimo, quasi sempre la causa è dovuta al fatto che i contributi versati sono pure stati all’osso. In qualche caso, infatti, non è stata raggiunta la quota necessaria a beneficiare dell’assegno previdenziale e dunque la pensione si riduce a un sussidio.

Del resto, basta guardare il bilancio dell’ente che eroga gli assegni per rendersi conto che nel sistema dei trasferimenti l’8,2 per cento della spesa complessiva, vale a dire 4,4 milioni di prestazioni assistenziali, è costituito da trattamenti finanziati dalla fiscalità generale, come l’invalidità civile, l’accompagnamento, gli assegni sociali e le pensioni di guerra. In pratica, pagano i contribuenti.

Contributi versati e prestazioni assistenziali: chi paga

Ovviamente i giornali titolano sulle pensioni da fame, perché il 45% delle persone in quiescenza ha un reddito inferiore ai 1.500 euro lordi al mese. Però le stesse testate, che riportano con indignazione il numero di pensionati in difficoltà nel far quadrare il bilancio familiare, dimenticano di dire che su 23 milioni di pensioni erogate dall’Inps circa la metà è incassata da chi non ha versato contributi a sufficienza per godere dell’assegno previdenziale. Fra costoro, certamente ci sono lavoratori sottopagati e persone svantaggiate, ma pure chi ha lavorato in nero e (udite udite) chi tasse e contributi ha scelto per comodità di autoridurseli e oggi, dopo aver versato il minimo, si lamenta di ricevere una pensione striminzita. Perché, come dice Elly Schlein, i numeri sono testardi e non guardano in faccia né alla destra né alla sinistra. E soprattutto a chi non capisce.

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