Rent to buy sta per godimento in affitto di un immobile in funzione della successiva alienazione dello stesso, una formula contrattuale che è stata introdotta in Italia da una decina d’anni. Sembrava potesse rappresentare una sorta di panacea di tutti i mali delle vendite pure o delle locazioni di lunga durata e invece da noi non ha mai attecchito.
Non esistono numeri ufficiali ma gli accordi di affitto con riscatto sono sempre rimasti nel novero di poche centinaia all’anno.
I motivi sono diversi, tra i principali c’è la difficoltà di far incontrare gli interessi dei contraenti, soprattutto rispetto alla soluzione finale. Terminata la locazione, l’acquirente ha un diritto all’acquisto o si tratta di un vero e proprio obbligo? Le parti devono risedersi a un tavolo e riconsiderare le condizioni in base a parametri prestabili o è già tutto deciso?
Alfredo Romeo e il destino de «L’Unità»
Se è difficile mettersi d’accordo per un immobile, figurarsi se l’oggetto della contesa è un giornale. Per giunta, una testata storica come L’Unità, il foglio ufficiale del Partito Comunista fondato da Antonio Gramsci più di un secolo fa. Ed è infatti sulla formula finale che si è incagliata la trattativa tra l’imprenditore campano Alfredo Romeo (attuale proprietario della testata) e il Partito Democratico (che quella testata vuol comprare).
Negoziato che va avanti da circa un anno, partito da una precisa volontà dei vertici dem, segretario Elly Schlein in testa: riportare a casa il quotidiano comunista, anche in vista di primarie ed elezioni. Dalle informazioni raccolte dalla Verità, un prima bozza di intesa le due parti l’avevano trovata proprio sulla formula più cara al mattone che alle cose dei partiti: il Rent to buy.
Romeo affitta la testata ai democratici per 10 anni (ma si era discusso anche di un 4+4) e alla fine il giornale viene riscattato dal Pd. Ma proprio qui era nato l’inghippo. Il Pd deve solo versare l’ultima rata e diventa il nuovo proprietario della testata o a fine locazione i termini vanno ridiscussi?
I dem propendevano per una sorta di alienazione «mascherata», l’imprenditore campano escludeva qualsiasi acquisto obbligatorio. Adesso però il dialogo potrebbe riprendere proprio da quelle basi.
Il dialogo sul futuro dello storico quotidiano
«Guardi», spiega alla Verità il tesoriere del Pd Michele Fina che ci aiuta a ripercorrere “i negoziati”, «la nostra volontà di riportare a casa L’Unità è rimasta intatta. Al momento non ci sono interlocuzioni con Romeo ma noi siamo ancora convinti della bontà dell’operazione e pensiamo che in un modo o nell’altro una soluzione si possa trovare».
È una questione economica? «Ma no, niente affatto, credo che l’aspetto economico sia l’ultimo dei problemi. Romeo non ne ha fatto mai una questione di denaro, e del resto la nostra offerta si aggirava intorno al milione di euro, poco sopra i 915.000 euro che lui aveva versato all’asta fallimentare del 2022.
Il problema è che la sua ultima controproposta prevedeva di costituire insieme al Pd una nuova società di controllo sul giornale, società nella quale lui avrebbe mantenuto una quota del 10%. Questa per noi è una strada impraticabile perché non è corretto per un partito politico fare una società con un imprenditore.
Romeo ha svariati interessi economici, partecipa a gare e agli appalti sui servizi, creeremmo una situazione che mette in grave difficoltà e imbarazzo sia lui sia il partito. Tutto questo a prescindere da Romeo, il discorso vale per qualsiasi altro imprenditore».
E quindi? Come se ne esce? «Trovando un’altra modalità che non sia quella di costituire una società insieme, ma riconoscendo il ruolo e l’impegno di Romeo in questi anni. Una delle prime formule prevedeva un affitto lungo con riscatto. Consentirebbe a tutti di restare legati alla testata senza che ci sia un legame tra partito e imprenditore che noi troviamo sconveniente. Per dirle, al Nazareno (sede dem) noi paghiamo un affitto ai Padri Scolopi senza che sia stata costituita una società».
I piani di Alfredo Romeo per «L’Unità»
E Romeo cosa ne pensa? «Guardi», spiega l’imprenditore intercettato dalla Verità, «la realtà è che è stato il Pd a contattarci perché era interessato ad acquistare il giornale e che le trattative sono andate avanti per un bel po’ esplorando diverse soluzioni. L’ultima prevedeva che noi restassimo azionisti con una quota del 10% – del resto questo è un giornale che per 30 anni è stato nelle mani di imprenditori come Marchini (in minoranza ndr), Angelucci (in minoranza ndr), Soru e Pessina – ma è stata rifiutata».
La formula del Rent to buy? «Certo che ne abbiamo parlato, ma all’affitto (pare fosse stato stabilito un canone di 60-70.000 euro all’anno ndr), si vuol far seguire una cessione obbligatoria della testata, ci troveremmo di fronte a una vendita dilazionata nel tempo… Un’ipotesi poco elegante nei miei confronti. Detto questo, al momento non ci sono interlocuzioni e il nostro intento è quello di riportare il giornale in edicola con una linea né di destra e né di sinistra, equidistante dai partiti (le pubblicazioni sono ferme dal 7 luglio 2026 e l’intero corpo redazionale, direttore compreso sono stati licenziati ndr), se poi le cose dovessero cambiare valuteremo».
Del resto primarie ed elezioni incombono e avere un giornale di partito a Schlein e Pd potrebbe fare parecchio comodo. «Guardi», conclude Fina, «la nostra intenzione era di chiudere l’operazione da tempo e sappiamo bene che l’acquisto sarebbe solo il primo passo rispetto agli investimenti che poi servirebbero a rilanciare il giornale, ma la cosa non ci preoccupa perché abbiamo messo i conti in ordine».
Fiducioso? «Al momento i rapporti con Romeo sono cordiali ma le interlocuzioni sono ferme. Bisogna prendere in considerazione strade alternative… noi auspichiamo il prima possibile. Appena si apre uno spiraglio ci infiliamo…».
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