Il giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, come è scritto sotto la testata dal 1991 (precedentemente si leggeva «organo del partito comunista italiano»), non trova pace. Quaranta direttori in oltre cento anni di storia. Quattro chiusure negli ultimi trent’anni e tre rinascite andate tutte in malora. Adesso un’altra impasse.
La storia recente de l’«Unità»
L’Unità, nella sua travagliata storia, è riuscito ad attraversare gestioni disastrose come quella di Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Furio Colombo e Concita De Gregorio, fino all’ultima stagione Romeo-Sansonetti.
L’ultimo capitolo della saga viene scritto il 22 novembre 2022, quando il gruppo Romeo, dell’imprenditore Alfredo Romeo vince la gara fallimentare del tribunale di Roma per 910.000 euro. Il gruppo, già editore de Il Riformista, riporta il quotidiano in edicola il 9 maggio 2023. Il nuovo direttore Piero Sansonetti, rompe con il passato post-comunista e annuncia che l’Unità avrà una linea politica «garantista, socialista, cristiano, liberale, non liberista», vicina al Pd, sebbene indipendente da esso.
La crociata anti giudici del Sì al referendum e l’ostilità del M5s però non risulta vincente. Tanto che il 7 luglio 2026 Romeo annuncia una nuova sospensione delle pubblicazioni a partire dal 1° agosto 2026, «a causa di difficoltà finanziarie ed in seguito ad un infruttuosa trattativa con il Pd per l’acquisizione della testata».
La crisi e il futuro del giornale
La trattativa in corso da un anno per l’acquisto dell’Unità da parte del Pd è, infatti, sull’orlo del naufragio. La cordata guidata dai sindaci, Roberto Gualtieri di Roma e Matteo Lepore di Bologna sarebbe in vantaggio per soffiare il giornale a Elly Schlein.
Come racconta Il Fatto. Dopo la nuova chiusura escono due comunicati. Uno del Pd e l’altro di Romeo che dice che non è una questione di soldi e che venderà la testata a «prezzo simbolico» ma che vuole un riconoscimento per averla fatta rinascere, ovvero un 10 o 20% delle quote.
Lo scontro all’interno del Pd per l’«Unità»
Il Pd, come al solito, si trova di fronte a una serie di contrasti interni al partito. Schlein vorrebbe rompere ogni rapporto con Romeo per motivi di opportunità politica. Non vuole, per esempio, legami con il Riformista, diretto da Claudio Velardi. Il tessitore della trattativa è Michele Fina, tesoriere e senatore del Pd, vicino all’ex ministro Andrea Orlando.
L’accordo più verosimile, non ancora concluso, al momento sarebbe questo: il Pd verserebbe un milione di euro per affittare la testata che però resterebbe di proprietà di Romeo. Nel 2025, solo dal 2 per mille, il Pd ha incassato 11 milioni. Per cui nessun problema di liquidità. La nuova Unità sarebbe devoluta a una fondazione di garanti di prestigio e non sarebbe un giornale di partito.
I dubbi politici sul quotidiano
Ma nulla ancora è deciso. Perché Schlein non ha firmato. I motivi sono prettamente politici, perché Romeo non piace al Pd. Inoltre non si sa ancora che linea avrebbe il giornale e chi sarebbe il nuovo direttore e la redazione. I giornalisti della vecchia gestione de l’Unità non vennero rilevati dal nuovo editore, licenziati dal curatore fallimentare.
Schlein, inoltre, è in altre faccende affaccendata tra primarie, gazebo, liste elettorali, programma e contrasti con Giuseppe Conte.
Ci si chiede che senso abbia adesso, per un partito ancora alla ricerca della sua identità, alla vigilia di una complicata campagna elettorale, legarsi ad una testata tanto compromessa.
Le cordate concorrenti alla Schlein
E infatti, in mezzo a tutto questo trambusto, spunta una cordata guidata dai sindaci Gualtieri e Lepore. Il primo in coppia con il deputato del Pd, Claudio Mancini e con Autonomie locali italiane (Ali) presieduta dallo stesso Gualtieri e 1025 Comuni. Il secondo insieme a una catena di imprenditori bolognesi e naturalmente alle immancabili coop rosse.
Il tempo stringe. O Schelin decide in fretta o rischia di farsi portare via l’Unità dalla società civile appartenente al suo stesso partito. Sarebbe il colmo, ma il partito ormai vive nei paradossi.
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