Draghi e Mattarella come Ghali e Marracash
Mario Draghi e Sergio Mattarella (Ansa)

La differenza tra Marracash e Mattarella potrebbe non essere così netta, finché non iniziano a cantare. Li accomuna, rispetto ai fatti del 17 ottobre, la volontà non scontata di comprendere le ragioni di ciò che è accaduto, a Milano e non solo.

Così il rapper della Barona: «Quando questa violenza, che condanno, succede, bisogna farsi delle domande. Cosa porta dei minorenni a mettersi il cappuccio e andare a rischiare di essere presi a manganellate? Pur nella follia del gesto sono sintomo di qualcosa. Di un fallimento della nostra società di cui tutti siamo responsabili».

Il presidente della Repubblica, che non ha citato direttamente gli assalti dei maranza, ha pronunciato parole inequivoche parlando ieri alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’ordine del lavoro (qui l’integrale: h1.nu/1Gyex): «La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. […] Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono».

Le somiglianze fra Mattarella e Marracash

Tutto sommato, tra i due è il cantante a considerarsi maggiormente «responsabile», almeno stando alle dichiarazioni: che, per il resto, sono accomunate dallo sforzo di comprensione per l’azione cruenta e imprevista di «soggetti inediti», come li ha definiti a caldo proprio il capo di Stato. Pare leggersi, nel linguaggio felpato del Colle, una volontà di concepirsi parte di una possibile soluzione del «problema» esploso a Milano e in altre città.

Nello stesso discorso, è parso indirettamente tirare in ballo Elon Musk quando ha parlato di «cosiddetti magnati, insofferenti alle regole della comunità», che con «assurde, inaccettabili pretese in settori nevralgici della vita internazionale» contribuiscono «a effetti gravemente negativi che si riflettono sulle stesse libertà del nostro modello di vita». È una postura, quella del capo dello Stato, che schiva anche lo scomodo interrogativo sull’eventualità che chi parla sia possibile concausa della situazione.

La curiosa similitudine fra Draghi e Ghali

Curiosamente, è lo stesso atteggiamento di un altro pezzo da 90 delle istituzioni italiane e non solo: Mario Draghi.

Intervistato, sempre ieri, dal podcast di Bloomberg (qui il colloquio completo in inglese, sottotitolabile in italiano: rb.gy/93tod0), l’ex presidente del Consiglio ed ex governatore della Banca centrale europea ha risposto così alla prima domanda, nella quale la giornalista gli chiedeva un’impressione delle proteste violente di Parigi e Milano. Draghi parla di «tre» Paesi, accomunati da «elezioni estremamente importanti nel 2027».

Tuttavia, la spiegazione «più robusta» dei disordini risiede, secondo l’ex direttore generale del Tesoro, in quelle che chiama «blocked expectations»: aspettative bloccate, o un «crollo delle aspettative», per mimare il titolo di un riuscito e profetico pamphlet di qualche lustro fa, il cui sottotitolo era «Scritti insurrezionali su Milano».

Ha proseguito Draghi (traduzione nostra, ndr): «I giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti. La maggior parte delle persone desidera crescita e giustizia sociale, che per i giovani significa giustizia sociale intergenerazionale. E in assenza di crescita, mantenere tale giustizia diventa molto difficile: questo genera ansia, i giovani percepiscono che le dinamiche sociali sono loro precluse, incontrano difficoltà nel trovare lavoro e si sentono impreparati di fronte a una rapida trasformazione tecnologica».

Anche qui, è difficile cogliere differenze profonde con le parole di Ghali: «Sono risposte che i giovani stanno cercando di ottenere ormai da un po’: secondo me dobbiamo ascoltarli. E sono contento che le persone stiano scendendo in piazza a manifestare il proprio diritto e a cercare risposte».

Perché l’accostamento di Mattarella e Draghi ai due rapper è calzante

Ancora Draghi, nella frase forse più interessante della sua uscita: «Poi ci sono altre circostanze: gli attori politici, le dinamiche di piazza e la violenza – che va condannata in qualsiasi circostanza – ma queste agiscono da amplificatori piuttosto che da spiegazioni».

Se Mattarella – privandosi del proverbiale realismo – potrebbe forse tentare di proporsi come osservatore «neutro» delle dinamiche del nostro Paese, l’operazione si presenta oltre lo spericolato nel caso di Draghi: non tanto e non solo per il curriculum che lo rende uno degli uomini con più capacità di indirizzo e decisione degli ultimi 20 anni in Europa, ma anche e soprattutto per ciò che ha dichiarato sul senso e le conseguenze del proprio operato.

Nella famigerata lettera dell’agosto 2011, Draghi e Trichet chiedevano ai governi, tra le altre cose, di «ridurre i costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi» e di rivedere la contrattazione «in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende».

Qualche anno più tardi, a La Hulpe, terminato sia il mandato in Bce sia quello a Palazzo Chigi, l’ex premier ha scandito (17 aprile 2024): «Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale prociclica: l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale».

E, in audizione parlamentare non molto dopo (18 marzo 2025): «Abbiamo sacrificato la spesa pubblica e abbiamo compresso i nostri salari anche perché eravamo in competizione con gli altri Paesi europei e quindi tenevamo i salari più bassi come strumento di concorrenza». Tutte cose di cui Ghali e Marracash non hanno mai parlato.

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