La volante sfreccia a mille all’ora fra le vetrine distrutte del centro e il milanese sul marciapiede non perde il senso dell’umorismo: «Speriamo che vadano ad arrestare Sala». Il weekend folle di Milano si svolge come la sinistra più rozza auspicava da giorni con dichiarazioni, editoriali, uscite da sociologia spicciola, un po’ invidiosa delle devastazioni parigine.
Si erano esercitati tutti, da Elly Schlein a Stefano Bonaccini, a «non offuscare le ragioni della protesta», a operare distinguo lunari, a prevedere una febbre destinata a contagiare le piazze e a dilagare anche qui. Però la «rivolta sociale» vaticinata tempo fa da Maurizio Landini non partiva.
Quando è accaduto, proprio Beppe Sala, il sindaco della città messa in ginocchio dai teppisti, ha provato a esercitarsi nel tuffo carpiato della strumentalizzazione politica, riuscendo a dare la colpa alle forze dell’ordine «perché i poliziotti erano pochi, con la sensazione di non controllo della piazza». Peggio di lui solo Nicola Fratoianni, che, ricordando il suo passato da Leonka, ha fiutato qualcosa di inedito, retaggio degli anni Settanta: l’immaginifico ritorno dei servizi deviati. «Non voglio fare il complottista ma molti aspetti non riesco a inquadrarli, le sigle degli organizzatori mi sono sconosciute».
Il complotto dei servizi deviati e la realtà della piazza
Chi era in piazza del Duomo a Milano nel secondo round della guerriglia urbana (di natura completamente diversa dal primo) poteva testimoniare che quei «servizi» indossavano tute Adidas, felpe con cappuccio, scarpe da jogging griffate ed erano stati «deviati» dalle periferie più estreme, dalle piazze tattiche vanto dell’amministrazione milanese, richiamati da TikTok dai paesoni della cintura per distruggere con lo scopo di distruggere. Quasi tutti con identikit da immigrati di seconda generazione che fra loro parlavano arabo. Violenza pura, razzie nei supermercati e negli store di abbigliamento per teenager, delinquenti (anche giovanissimi) con dentro l’orgoglio e la rabbia di invadere il centro, di prendere per un pomeriggio il potere nel cuore della metropoli tascabile.
Spiace deludere chi li ha chiamati «ragazzi che saccheggiano i negozi», come si leggeva nei titoli dei sottopancia dei servizi Tv. Peloso buonismo, ragazzi dove? Delinquenti. Spiace smentire i leader del campo largo illusi ed eccitati dalla ribellione proletaria «per una buona causa». Quelli erano teppisti all’assalto, l’80% magrebini, marocchini, maranza organizzati in bande di 20-30 che assaltavano a caso, adrenalinici e felici di creare caos e distruzione per noia. E scomparivano a gambe levate all’arrivo dei carabinieri. La memoria corre alla Parigi non di oggi ma di 25 anni fa, a quelle scorribande a sorpresa di un’umanità senza legge e senza controllo che Nicolas Sarkozy definiva «racaille», feccia.
La sinistra evoca la protesta, ma Milano finisce nel caos
Non c’erano i centri sociali, non c’erano i collettivi universitari (che hanno preso le distanze dalle distruzioni). Chi ha preso d’assalto Milano ieri pomeriggio non ha «emergenze abitative universitarie», non è preoccupato per lo stato degli edifici scolastici, non è interessato alle sorti di Gaza, forse non sa chi sia Giorgia Meloni. In un intervento surreale Schlein ha detto: «Vanno ascoltati, non criminalizzati». Quando ballavano sul piedistallo della statua equestre di Vittorio Emanuele II, già deturpata dal tocco magico di Ultima Generazione, i teppisti si filmavano per far sapere che il centro era occupato, che avevano vinto loro. Poi ha cominciato a piovere e sono scappati tutti. In terra solo i fradici vuoti a perdere mentali di chi ha acceso l’incendio per tornaconto politico.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >