Dicono che il woke sia morto, o comunque moribondo. E può anche darsi che in alcune realtà lo sia davvero, anche perché le popolazioni occidentali hanno dimostrato di averne abbastanza a ogni livello. Persino a sinistra – da parecchio tempo e in varie parti del mondo – il fastidio per le esondazioni del politicamente corretto ha raggiunto livelli di guardia.
Eppure tocca riconoscere che è davvero molto difficile estirpare questo virus del pensiero dal corpaccione infetto delle burocrazie politico-intellettuali. Benché il wokismo e l’ideologia progressista nel suo complesso abbiano ormai da tempo dimostrato di fondarsi su premesse fallimentari che si traducono in indegni risultati, i centri di potere da cui irradia il pensiero prevalente in Europa e negli Stati Uniti ancora professano la stessa fede. Ancora impongono la propria visione del mondo mortifera e unilaterale, e riescono – anche se con forza decrescente – a influenzare l’immaginario collettivo e l’opinione pubblica.
Il Nobel ad Anne Carson e l’ideologia queer
Ieri, per esempio, è stato annunciato il vincitore del premio Nobel per la letteratura. È Anne Carson, poetessa e saggista canadese di solito definita «molto raffinata», modo elegante per suggerire che siano davvero in pochi a leggerla. Classicista di formazione, in effetti si tratta di una autrice con una grande padronanza della propria arte, sebbene – a parere di chi scrive qui – dotata di una voce decisamente meno potente rispetto a quella di Louise Glück, poetessa che vinse il Nobel nel 2020 e morì tre anni dopo.
Il punto però è un altro. La Carson è famosa soprattutto per il suo approccio queer, si è fatta amare nelle accademie e nei circoletti intellettuali che contano perché si occupa delle minoranze «devianti» (sempre le stesse), e perché si diletta a decostruire le norme eteropatriarcali. Se così non fosse, probabilmente non avrebbe ottenuto tutto il credito di cui gode, e probabilmente nemmeno l’ambito riconoscimento letterario. Che, guarda caso, in passato è stato negato a gente del calibro di Philip Roth, uno che aveva perfettamente intuito dove sarebbe andata a parare la cultura occidentale.
È la dimostrazione che l’atteggiamento dell’Accademia di Svezia, negli anni, non è affatto cambiato: gli autori e le autrici premiate devono corrispondere a un preciso standard, anche ideologico, con rarissime eccezioni che confermano le regole non scritte. Il woke, nei circuiti intellettuali che contano, è ancora vivo e bellicoso.
Il caso Marina Terragni e il dissenso sui diritti Lgbt
Citiamo un altro esempio, diverso ma calzante. Ieri abbiamo appreso che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza italiana guidata da Marina Terragni non farà più parte della Rete europea dei garanti per l’infanzia chiamata Enoc (European Network of Ombudspersons for Children).
«Con grande rammarico», dice Terragni, «ho appreso che non sarebbe stata registrata e pubblicata la mia dissenting opinion riguardo al documento annuale approvato a maggioranza da Enoc sul tema dei diritti dei bambini e ragazzi Lgbtqia+, benché – a quanto risulta – nessuna norma statutaria del network lo vieti espressamente. La possibilità di pubblicare opinioni divergenti dal parere espresso dalla maggioranza è comunemente adottata in ogni contesto associativo, perfino dalla giustizia nei casi di common law (come Usa e Regno Unito) e da corti internazionali come la Corte internazionale di giustizia, e proprio allo scopo di garantire un controllo democratico, pubblico e trasparente».
Già: rispetto alle questioni riguardanti la fluidità di genere, il transgenderismo e la differenza dei sessi è vietato dissentire. «A prescindere dalle molte ragioni, sempre e inequivocabilmente a tutela dei bambini e delle bambine, che hanno motivato il mio voto contrario allo statement, testo che per la sua impostazione ideologica mi è parso sostanzialmente inemendabile», insiste Terragni, «la mia decisione di lasciare Enoc va ricondotta unicamente al rifiuto di pubblicare una mia breve postilla al documento nella quale avrei potuto argomentare sul mio dissenso. In mancanza di garanzie da parte di Enoc a tutela di questa inalienabile libertà e non condividendo questa impostazione, non posso che lasciare il network, garantendo tuttavia, laddove possibile e necessaria, la massima collaborazione».
«Il woke è morto, ma lotta ancora contro di noi»
Come si diceva, le burocrazie acefale che gestiscono il potere culturale e politico mantengono le stesse impostazioni a cui ci hanno abituato negli ultimi anni. Le rete europea dei garanti propone le consuete parole d’ordine e le solite assurdità ideologiche sul patriarcato, il binarismo sessuale e tutti gli altri temi che spopolano pure tra i capoccioni del Nobel. E chi si oppone viene silenziato, proprio in base alla regola stabilita dagli «illuminati» in questi anni: nessun dibattito è ammesso, bisogna togliere ogni spazio a chi non fa parte del circolo degli eletti. È un atteggiamento odioso e mortifero, che la Storia ha sconfitto ma che non si rassegna a scomparire. Il woke è morto, ma lotta ancora contro di noi.
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