I princìpi sono più importanti degli amici e pure degli alleati. Con una decisione a sorpresa, ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge regionale sul fine vita (leggi suicidio assistito) del Veneto, esattamente come aveva fatto con quelle analoghe di Sardegna, Toscana ed Emilia Romagna.
«La competenza è nazionale» ribadisce il sentiment interno all’esecutivo. Con un distinguo decisivo: per la prima volta viene bloccato il voto di una regione di centrodestra bypassando il quieto vivere e le convenienze di partito.
Una scelta che ha raffreddato la Lega (il governatore veneto Alberto Stefani è leghista): il vicepremier Matteo Salvini non ha partecipato né alla discussione, né alla votazione e il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha votato contro l’impugnazione sostenendo che «si tratta di una legge ordinamentale che indica solo le linee guida».
Il passo di lato dei leghisti è legittimo ma la decisione del Cdm non fa una piega e conferma una strategia determinata a rispettare e valorizzare le prerogative del Parlamento in una materia dal perimetro profondamente etico, che non può essere lasciata alle assemblee regionali (di un colore e dell’altro), alle sentenze dei giudici e men che meno alle spallate radicali di Marco Cappato e dei suoi boys.
Per nulla sorpreso l’ex governatore veneto Roberto Zaia, ispiratore numero uno di quel blitz: «Rispetto pienamente la decisione assunta dal Cdm. È una prerogativa costituzionale del governo, che ha diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità. Come d’altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiano partecipato al voto. Personalmente rivendico con convinzione la scelta del consiglio regionale, che ho personalmente sostenuto e votato».
Perché è del tutto normale questa diversa sensibilità
Ora la Corte Costituzionale dovrà esprimersi sulla legge. È probabile (come accaduto negli altri casi) che metta in luce i profili di incostituzionalità di una materia dal profilo nazionale, anche se l’attuale presidente del Veneto, Stefani, sottolinea che «la nostra è sostanzialmente diversa da quella approvata dalle altre regioni e oggetto di richieste di modifiche da parte della Consulta. Gli emendamenti approvati nel senso del “favor vitae” lo dimostrano e per questo, dal punto di vista giuridico, sono convinto che supererà il vaglio».
Il tema sta agitando le acque nella maggioranza. Oltre alla Lega, anche Forza Italia ha più volte abbracciato le posizioni del centrosinistra favorevoli all’eutanasia. Durante il Cdm il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha infatti fatto mettere a verbale a nome di tutta la delegazione azzurra la necessità di un intervento legislativo del Parlamento. «Per Forza Italia una materia tanto delicata deve essere disciplinata dalle Camere attraverso una normativa nazionale che eviti il proliferare delle leggi regionali anche in contrasto fra loro».
I prossimi passi sulla legge del fine vita
Ma il contesto è fluido ed è praticamente impossibile che nell’ultimo scorcio di legislatura ci sia la volontà di affrontare un simile Everest etico.
L’ingorgo istituzionale e il dibattito sulle competenze (soprattutto l’attribuzione della competenza esclusiva dello Stato) nascono da una dimenticanza dei giudici della Consulta, che in due sentenze hanno indicato le linee guida ma non hanno specificato – forse perché convinti che bastasse la loro sensibilità a far piovere dall’alto le tavole della legge come accadde per Mosè – la natura esclusivamente nazionale della materia.
«La Corte ha segnato un cammino da percorrere», ha recentemente sostenuto l’ex presidente della Consulta Silvana Sciarra «dopo avere preso atto della mancanza di un comune sentire dell’Aula parlamentare». Con un problemino: in un regime democratico è del tutto normale che partiti diversi abbiano un «sentire» diverso, anche in presenza del nonno ammonitore in toga.
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