fine vita

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La giovane Noelia muore di eutanasia. Ignorati i disordini psichici e il papà
Noelia (iStock)
La venticinquenne iberica, psichiatrica e vittima di violenze sessuali, cerca di suicidarsi ma resta paralizzata alle gambe. Quando chiede la «dolce morte», il padre si oppone. Ma per i giudici era nel pieno delle facoltà.

Noelia Castillo Ramos è morta ieri a 25 anni per eutanasia. La sua storia è un ritratto angosciante dell’Occidente di oggi, anche se per lei ormai non fa molta differenza. È la storia di una bambina di Barcellona devastata dal divorzio dei suoi genitori, che viene tolta alla famiglia e collocata in una casa protetta.

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Ecco il primo vero suicidio di Stato. Giudici e Cnr forniscono l’«arma»
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Fa scalpore il caso di «Libera», la donna di Firenze che ha fatto ricorso alla morte assistita attraverso un dispositivo creato appositamente dall’ente scientifico. Il tutto nella Regione della legge sull’eutanasia.

Il suicidio assistito in Italia ora è a quota 14, ma quello consumatosi ieri ha un sapore drammaticamente particolare essendo la prima vera morte di Stato, la prima cioè che abbia coinvolto tutti gli ambiti istituzionali: quello legislativo, quello sanitario, quello giudiziario e quello scientifico. Per rendersene conto non resta che ripercorrere la vicenda della protagonista di questa morte on demand, vale a dire «Libera», nome di fantasia di una toscana di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La signora aveva iniziato la sua battaglia nel marzo del 2024 quando - sulla scorta della sentenza della Consulta n. 242 del 2019, nota anche come «sentenza Cappato» sulla non punibilità per chi agevoli il suicidio assistito - aveva fatto richiesta alla Usl Toscana Nord Ovest per la verifica della sussistenza dei requisiti per accedere alla procedura.

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Si aggrappano alla Consulta per dare legittimità ai tour della morte
Marco Cappato (Imagoeconomica)
La gip di Milano archivia le inchieste su Marco Cappato per due casi di aiuto al suicidio avvenuti in Svizzera nel 2022.

Il gip di Milano, Sara Cipolla, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Cappato si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato a morire in una clinica di Zurigo una signora veneta di 69 anni, malata terminale di cancro al polmone con metastasi, e un ex giornalista e pubblicitario 82 anni, affetto da una forma grave di Parkinson.

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La Cei è ormai indistinguibile dal Pd. Ora vuole pure la legge sul fine vita
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Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale, ritiene «non più rimandabile» una norma sull’argomento. Che, di fatto, non farà che aprire le porte al suicidio assistito e all’eutanasia.

Sostiene Mauro Cozzoli in un denso editoriale sulla prima pagina di Avvenire che «la politica non può invadere il campo della Chiesa. Così come la Chiesa non può fare politica: non può prendere partito, essere impegnata in scelte di parte, né implicarsi in campagne elettorali o referendarie di carattere e contenuti strettamente istituzionali. In questo modo riconosce e rispetta la laicità della politica». Nello specifico del referendum sulla giustizia, continua il commentatore, «bisogna riconoscere che la materia sottoposta al voto non è di ordine propriamente morale ma tecnico-istituzionale, di competenza dunque delle scienze politiche e giuridiche. Per cui non è bene strumentalizzare la Chiesa come istituzione, tirandola per la giacca in presunti pronunciamenti e scelte di parte che contraddicono la laicità e l’autonomia della politica».

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Eutanasia forzata? «Non lede i diritti umani»
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Sentenza pazzesca della Corte di Strasburgo: scagionata la Francia, che aveva autorizzato i medici a sopprimere un paziente in stato vegetativo, benché nel biotestamento avesse scritto di voler essere tenuto in vita. «Richiesta manifestamente inappropriata».

Meno male che eravamo complottisti. Meno male che, sul fine vita, si trattava di garantire la libertà di scegliere e non di imporre una cultura di morte. Da ieri, invece, la deriva tanatologica dell’Europa ha ricevuto persino il bollino della Corte europea dei diritti dell’uomo: una sua sentenza ha confermato che i medici possono interrompere i trattamenti necessari alla sopravvivenza di un paziente, lasciandolo morire anche contro la sua volontà e anche se quella volontà era stata messa nero su bianco su un testamento biologico. Del quale, a questo punto, non si capisce più quale fosse l’utilità, se non allargare, pian piano, la breccia nel muro della sacralità della vita.

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