Agli abusivi che occupano le case, viene regolarizzata la posizione; per i richiedenti asilo, un alloggio si trova sempre. Ma a Bologna una famiglia italiana con otto figli rimane senza una sistemazione decorosa. Accade nella rossa Emilia-Romagna, precisamente nella città amministrata dal dem Matteo Lepore che tanta indulgenza mostra nei confronti di centri sociali e collettivi, cui cede spazi gratuiti e condona gli sfratti mentre ignora i bisogni di un nucleo familiare.
Nemmeno l’arcivescovo, Matteo Zuppi, sebbene coinvolto, ha alzato un dito per aiutare chi si è mostrato così aperto al dono della vita. Lo scandaloso trattamento riservato a Simone Carlino, 43 anni, alla moglie Mariangela Ciccarelli di 38 anni e ai loro otto bambini è stato denunciato due sere fa da Nicola Porro a Quarta Repubblica, trasmissione che conduce su Rete 4.
Dopo continue richieste all’amministrazione Lepore, i genitori sono riusciti a ottenere solo due stanze (e sono in dieci), un bagno e una cucina in comune in un B&B per il quale pagano 800 euro al mese e che dovranno lasciare il 21 ottobre per trasferirsi in un alloggio in provincia di Ferrara, distante 63 chilometri da Bologna dove lavorano e dove i figli vanno a scuola.
Se non accettavano la casa «in emergenza abitativa», fornita dopo tre anni dai servizi sociali e in condizioni penose, le condizioni capestro erano chiare: «In mancanza di reperimento in via autonoma di altra soluzione abitativa idonea, il Servizio sociale tutela minori si riserva di assumere tutti i necessari atti volti a tutelare i minori dai conseguenti pregiudizi». Fuori dal burocratese, rischiavano che i loro figli venissero portati via.
Tre anni di richieste per trovare una casa
«Noi chiediamo solo un appartamento per il quale pagare l’affitto, eppure ci tengono in ballo da tre anni», racconta alla Verità mamma Mariangela. «Il Comune non offre soluzioni e i privati, quando vedono che siamo una famiglia numerosa, ci dicono no. Hanno paura che i bambini disturbino».
Incredibile ma vero, in una Regione che ciancia di diritti sociali e di doverosa integrazione dei migranti, non c’è posto per una coppia che lavora e per la sua bellissima prole. La signora, originaria di Modena, racconta di aver sempre desiderato una famiglia numerosa. «Mio marito, calabrese, la pensa come me e i piccoli sono arrivati quasi anno dopo anno, benedicendo la nostra unione». Il maggiore ha 17 anni, le due gemelline più piccole 6 anni, gli altri maschietti hanno 7, 8, 10, 11 e 14 anni. Una gioia, in un Paese di quasi soli vecchi.
Una famiglia costretta a ripartire da zero
La coppia fino al 2016 aveva lavorato nel bar della famiglia di Mariangela, a Modena, poi si erano trasferiti qualche anno in Calabria, lavorando sempre in un bar, questa volta dei parenti di Simone. Quando sono ritornati al Nord, la prima sistemazione è stata in un bilocale a Bologna messo a disposizione da un’amica della mamma di Mariangela. «Pagavamo tutte le spese e l’affitto, anche se con fatica perché con i bimbi ancora piccoli lavorava solo mio marito, come muratore e piastrellista», racconta la signora.
La proprietaria richiede per sé il bilocale e la famiglia fa domanda per un alloggio di Edilizia residenziale pubblica (Erp), però l’Acer (Azienda case Emilia-Romagna) risponde picche perché non erano residenti in Regione da almeno tre anni.
«Ho detto: dobbiamo finire sulla strada? I servizi sociali ci hanno trovato un hotel in provincia di Ferrara, a Poggio Renatico. Pagavamo 600 euro per tre camere senza cucina e senza possibilità di lavare i panni. Mangiavamo in un self service, ci arrangiavamo con le lavanderie a gettoni. Non ci hanno mai offerto un buono pasto, solo qualche volta un pacco di pasta quelli della Caritas», racconta umiliata Mariangela.
Poi, altro spostamento in un hotel vicino a San Lazzaro, questa volta 800 euro al mese ma sempre senza cucina. «Se lo può immaginare, che cosa vuol dire in dieci persone come costi? Ci aiutavano le nostre famiglie ma non era giusto. Volevamo una casa, possiamo pagare 600 euro di affitto e da tre anni lavoriamo entrambi in un bar di Bologna».
La graduatoria Erp e l’appello a Zuppi
A settembre 2025 arriva dall’amministrazione Lepore finalmente una proposta. «Un alloggio nella frazione di Bisano, sulle colline di Monterenzio, una delle zone più colpite dall’alluvione. Le pareti erano fradice per l’umidità, ho un figlio di 7 anni con l’asma, ho detto no». Finalmente, il 3 febbraio di quest’anno, la famiglia Carlino entra nella graduatoria Ater ma case non arrivano. Non si perde d’animo, scrive al presidente della Repubblica: «Dal segretariato generale mi viene risposto: “Si è ritenuto inoltrare il suo scritto all’attenzione e alle valutazioni della prefettura di Bologna”. Ma non vengo mai convocata».
Scrive all’arcivescovo, però il presidente della Cei che ripete «più accoglienza significa più futuro» non sa dare accoglienza a questa famiglia «ingombrante». Fa rispondere dal suo segretario particolare, don Sebastiano Tori, che «il cardinale Zuppi ha verificato presso qualche istituto religioso, o ente ecclesiastico, ma almeno a oggi non ci sono disponibilità».
«Meglio andare a occupare una casa?»
I richiedenti asilo hanno diritto a vitto, alloggio, a buoni per le spese, però mamma e papà italiani che non infrangono la legge e vogliono pagare l’affitto di una casa dove far crescere otto figli, subiscono l’oltraggio anche della Chiesa. «Meglio andare a occupare una casa? Dovrò mettere il burqa per trovarla?», sono le domande che si pone la signora. «Non sono razzista, sono profondamente amareggiata per il trattamento che stiamo ricevendo dal sindaco Lepore», conclude la mamma.
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